Ambientalisti terroristi di Pulimanti

Ambientalisti terroristi di Mario Pulimanti

Molti postulano, sbagliando, il ritorno a un’economia meno globale, a partire dall’agricoltura biologica.

Non sono d’accordo: ad esempio in Africa c’é l’agricoltura biologica, che fa morire di fame e depaupera i terreni. Dove arriva la tecnologia invece i livelli di produzione diventano subito migliori e

la gente inizia a star meglio. A meno che il biologico non sia solo un modo per tenere i prezzi alti.

L’acqua si risparmia proprio con l’agricoltura ad alta tecnologia. Basta vedere l’esempio di Israele che

ha fatto fiorire un deserto. L’agricoltura assorbe il 70% delle risorse idriche: le campagne “sull’usate la

doccia e non la vasca” sono ridicole. Sono agricoltura e rete idrica che vanno modernizzate.

Le campagne anti tecnologiche sulla fine delle risorse non hanno motivi logici, ma vengono dei miti duri a morire che influenzano il nostro modo di pensare.

Tra questi l’idea del buon selvaggio che deriva da Rousseau e l’idea folle che la natura starebbe meglio senza l’uomo. Se fossimo rimasti dei cacciatori raccoglitori, allora sì che non ci sarebbe bastato il pianeta. E, quanto al buon selvaggio, chiunque abbia vissuto in una foresta sa quanto quell’ambiente sia terribile. Quanto alla Terra, senza l’uomo e alla sua incontaminata bellezza, a che serve se nessuno la guarda? Tranquilli: l’uomo non morirà di fame, né di freddo, né resterà senz’acqua. Le risorse non si esauriranno e in ogni caso non sarà la crescita demografica a sancire la fine delle energie che muovono il nostro pianeta.

L’Agave muore

Il nostro collaboratore e amico Lorenzo Matteoli si è pentito:

L’Agave muore                                                          

matteolilorenzo ha pubblicato:”  L’agave oggi e com’era nel Maggio 2018 Invece è vero: dopo la fioritura l’agave muore  L’anno scorso  (Maggio 2018) l’agave nel mio giardino australiano aveva prodotto un fiore monumentale: alto quasi sei metri. La cosa non aveva mancato di stup”

 

 

L’agave del mio giardino, dopo 8 mesi

di matteolilorenzo

 

 

 

L’agave oggi e com’era nel Maggio 2018.

Invece è vero: dopo la fioritura l’agave muore.

L’anno scorso  (Maggio 2018) l’agave nel mio giardino australiano aveva prodotto un fiore monumentale: alto quasi sei metri. La cosa non aveva mancato di stupirmi perché quell’agave da 20 anni non aveva mai prodotto un fiore, ma al suo piede erano cresciute molte nuove piante, nessuna però così grossa e pesante come la “pianta madre”. Leggendo sul web storie di agavi avevo scoperto quella che sembrava una leggenda: dopo la fioritura l’agave muore.

Avevo interpellato la pianta che pensavo fosse attendibile come “fonte diretta e primaria”.

L’agave si era un po’ seccata per la domanda che riteneva impertinente, se non decisamente offensiva. “Palle” aveva detto, “non ho nessuna intenzione di morire, anzi voglio campare ancora con il mio bellissimo fiore che ovviamente rappresenta il massimo della vitalità.”

Del mio breve scambio con l’agave, che forse sembrerà incredibile a molti di voi,  avevo raccontato la vicenda in una breve nota “L’agave del mio giardino”. Ecco il mio colloquio del Maggio scorso:

“Ieri ho deciso di parlarle e le ho chiesto se era a conoscenza della sua drammatica situazione. Mi ha detto che sono tutte palle di botanici insulsi e che il fiore si staccherà seminando centinaia di nuove piante e che lei non ha nessuna intenzione di morire.”

Devo confessare che avevo dato retta all’agave e avevo qualificato la storia della morte dopo la fioritura come una comprensibile favola botanica: le storie che piacciono per la facile e banale morale che sembrano rappresentare…del genere il “canto del cigno” e simili. Nelle prime settimane tutto sembrava confermare l’atteggiamento orgoglioso dell’agave:

il fiore monumentale era animato da migliaia di api, calabroni e vespe che si davano da fare, senza litigi, per raccogliere polline dalle migliaia di fiorellini della monumentale efflorescenza. La pianta sembrava godere ottima salute e vivere veramente la sua gloria.

Dopo qualche settimana, i fiorellini seccarono e così cessò la frenetica attività di api, vespe e calabroni. Poi a poco a poco si videro i segni della decadenza: nessuna nuova foglia e lentamente tutte le grasse foglie dell’agave cominciarono a diventare rinsecchiti avanzi dell’orgoglio verde iniziale. Oggi, quasi un anno dopo la fioritura, non ci sono dubbi su quello che sta succedendo: l’agave sta morendo, anzi forse è già morta e i suoi resti si stanno lentamente scomponendo per semplificarsi nell’elementare carbonio e tornare nel grande samsara.

Dopo la fioritura l’agave muore: non è una favola, è proprio vero.

È difficile rinunciare alla semantizzazione (i.e. dare un significato) di questo racconto fattuale: il sistema organico della pianta, dopo aver raggiunto il massimo della sua vitalità, e dopo aver prodotto lo strumento della sua continuità di specie o soggettiva, dopo aver esaurito il suo mandato esistenziale come individuo… muore. Diventato inutile alla continuità della ecie, nella forma di sistema organico attivo, si estingue e inizia la lenta trasformazione per diventare una “risorsa” energetica e materiale e per giocare nuovi ruoli nel “sistema ambientale” più ampio.

Non si tratta di una semantizzazione completamente priva di interesse e lascio lo svolgimento ulteriore del pensierino  a chi abbia voglia di farlo.

(lorenzo matteoli)

 

P.S. non dimenticare i significato e il ruolo dei numerosi polloni e getti cresciuti ai piedi della pianta principale.

P.P.S. Il mio colloquio con l’agave nel maggio 2018: ho fatto la domanda ma la sua risposta me la sono inventata, non proprio inventata: le agavi parlano un linguaggio a noi sconosciuto a base di vibrazioni  e di enzimi, mi sono dovuto concentrare per intuire la risposta e con qualche attenzione ci sono riuscito.

Oggi (29 gennaio 2019) ho provato di nuovo a interrogarla, ma non c’è stata nessuna reazione, né strane frequenze né enzimi di sorta che io potessi interpretare.

 

I funghi sono capaci di provocare perfino la morte….

I funghi sono capaci di provocare perfino la morte e a tutte e noto quanto  questo alimento prelibato ma anche il piacere di effettuare passeggiate in montagna per effettuarne la raccolta sia una gradita abitudine sconosciuta sull’isola fino a qualche anno fa e importata solo recentemente da alcuni turisti. Ma finalmente le cose stanno cambiando e non viene più lascata al caso:   

51 persone nella giornata 8 ottobre hanno frequentato il Centro Giamporcaro per il corso  micologica al fine di conseguire l’attestazione di raccoglitore di funghi autorizzati.

Il 28 maggio del 2016 a Pantelleria divampava un incendio

(ANSA) – PALERMO, 19 MAR – Il 28 maggio del 2016 a Pantelleria divampava un incendio che alimentato dai forti venti di scirocco, si protrasse per giorni, bruciando centinaia di ettari di bosco. Allo sgomento seguì la risposta corale di istituzioni, associazioni e cittadini: a luglio Pantelleria divenne Parco Nazionale, il primo in Sicilia, e poco dopo il Comitato Parchi per Kyoto lanciò una raccolta fondi per il rimboschimento. Quell’anno, con il proprio staff di agronomi, l’azienda vitivinicola Donnafugata raccolse semi della macchia mediterranea dell’isola. I semi di Periploca e di Cisto – arbusti autoctoni di

Pantelleria – sono stati fatti germinare e crescere in vivaio, e infine sono state invasate; le 1.200 piante così ottenute, sono state donate al Comune di Pantelleria e saranno in questi giorni messe a dimora nelle prime aree a verde pubblico individuate dall’Amministrazione.

Il 21marzo Donnafugata parteciperà anche a “La primavera degli Alberi”, l’iniziativa voluta dal Sindaco Salvatore Gino Gabriele – adesso anche Presidente del Parco di Pantelleria – in collaborazione con il Ministero dell’Ambiente ed il Comitato Parchi per Kyoto. “Per noi che siamo impegnati in questo straordinario contesto di viticoltura eroica che è Pantelleria – dichiara José Rallo di Donnafugata che sull’isola conduce 68 ettari di vigneti in produzione – è stato molto importante realizzare un intervento che contribuisca a ricordare l’importanza della macchia mediterranea quale componente fondamentale del patrimonio naturalistico dell’isola. Adesso sono lieta di annunciare anche la nostra decisione di sostenere il progetto del Comitato Parchi per Kyoto; da parte nostra finanzieremo anche la piantumazione di alberi che avrà luogo in autunno”.

“L’obiettivo – aggiunge Antonio Rallo di Donnafugata – sarà quello del rimboschimento, da effettuarsi soprattutto nell’area della Montagna Grande, là dove più profonde sono state le ferite inferte dagli incendi: il Dipartimento Scienze Agrarie e Forestali dell’Università di Palermo e l’Ente Parco stanno lavorando per questo. Da secoli a Pantelleria natura e agricoltura convivono in equilibrio: a noi tocca impegnarci per difendere e migliorare questa armonia e consegnarla alle future generazioni”. (ANSA).

Mare Vivo……

 

 

www.marevivo.it

 

MAREVIVO TI CHIAMA PER VINCERE INSIEME UN’ALTRA SFIDA!
VIA LA PLASTICA MONOUSO DAI PALAZZI DELLA POLITICA #STOPSINGLEUSEPLASTIC

 

Ciao Ferruccio,

Marevivo ha scritto al Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, ai Vice Presidenti Luigi di Maio e Matteo Salvini, al Presidente della Camera Roberto Fico, alla Presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati e a tutti i Ministri per chiedere di dare sin da subito il buon esempio introducendo il divieto dell’impiego di prodotti di plastica monouso (bottiglie, stoviglie, cannucce e tutti gli oggetti in plastica che utilizziamo una volta sola prima di buttare via) nei servizi e negli uffici delle istituzioni.

 

 

Ogni minuto nel mondo vengono acquistate un milione di bottiglie in plastica. Metà della plastica che viene prodotta è utilizzata soltanto una volta per poi essere gettata via, secondo i dati riportati dall’Unep. Negli ultimi 60 anni si stima che siano state prodotte circa 8,3 miliardi di tonnellate di plastica e di queste circa il 60% sia finito in discarica o disperso nell’ambiente naturale.

“Rifiutare quello che non si può riutilizzare” ha dichiarato Antonio Guterres, Segretario Generale delle Nazioni Unite.  L’attenzione è, dunque, ancora una volta sull’inquinamento da plastica e sulla necessità di agire per contrastare il problema: a questo scopo le Nazioni Unite hanno lanciato la campagna #BeatPlasticPollution, per sensibilizzare i cittadini ed invitarli a ridurre il consumo di plastica monouso.

Lo scorso 28 maggio la Commissione Europea ha presentato la Proposta di direttiva del Parlamento Europeo e del Consiglio, COM(2018) 340 final – 2018/0172 (COD), relativa alla riduzione dell’impatto sull’ambiente, in particolare su quello marino, di alcuni prodotti di plastica. La direttiva prevede per gli Stati membri, entro due anni dalla sua entrata in vigore, l’obbligo di attuare provvedimenti finalizzati a vietare le plastiche monouso e a ridurre l’impatto degli altri rifiuti contenenti plastica.

Grazie all’azione di Marevivo, il nostro Paese è stato il primo nell’UE ad approvare misure finalizzate a vietare l’impiego di materiale non biodegradabile nei bastoncini per la pulizia delle orecchie e delle microplastiche nei cosmetici. In vista di questa lungimiranza, l’associazione chiede l’emanazione di un idoneo e appropriato provvedimento che vieti l’uso delle plastiche monouso in tutte le sedi delle istituzioni.

Nel 2020 la Francia vieterà la produzione e la vendita di tutte le stoviglie monouso di plastica, spingendo i produttori a sostituirle con quelle biodegradabili. Anche la Regina Elisabetta di Inghilterra ha recentemente bandito l’uso della plastica monouso a Buckingham Palace e nelle altre residenze reali, sia per il pubblico, che per gli addetti agli uffici.

E se in Gran Bretagna, come ha sottolineato la Premier Theresa May: “la quantità di plastica monouso sprecata ogni anno riempirebbe 1000 Royal Albert Hall”, nel nostro Paese quante volte la plastica monouso sprecata colmerebbe il Colosseo?

Una tua firma può dare forza al nostro appello se credi che il mostro che ci sta invadendo possa essere fermato. Agisci subito!

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