I Cavalieri di Malta di Ferruccio Formentini

Pubblichiamo alcuni stralci dal libro in via di realizzazione Cavalieri di Malta di Ferruccio Formentini (Seconda puntata)

La  prima crociata (1095 -99) vede partire dalla sola Francia una folla disordinata di 12.000 persone, tra le quali solo in otto si erano  presentati al via in sella a un  cavallo ed armati di tutto punto. La sgangherata armata si muoveva guidata da Pietro l’Eremita e Gautier sans – avoir. Altri 5.000 seguendo il prete Gottschalk mossero dalla Germania, mentre dalla Renania avanzava al comando del conte Enrico di Leiningen un gruppo altrettanto consistente. Tutti quanti marciavano inconsapevoli versa la Palestina senza precisa conoscenza sulle coordinate geografiche del proprio obiettivo, della distanza che li separava da questo e soprattutto del tutto all’oscuro dei pericoli disseminati lungo l’ignoto percorso. Come se queste lacune non fossero sufficienti, per accrescere gli evidenti disagi, mancavano di supporti logistici e, cosa ancor più grave non avevano salmerie al seguito, insomma erano privi di qualsiasi rifornimenti se non la pagnotta che si erano messi in saccoccia il giorno della partenza. Naturalmente non tutti erano brava gente timorata di Dio, anzi non pochi potevano essere identificati con avventurieri, ribaldi e crudeli pronti a tutto per assicurare la propria sopravvivenza oltre a un buon profitto economico. Lungo il loro cammino tanto i primi che i secondi non potevano fare altro che devastare le regioni che attraversavano, incluse molte città bizantine, sterminare e derubare gli ebrei incontrati sul loro cammino che percorrevano al grido “Dio lo vuole” armati di un aggressivo furore giustificato dalla cieca fede religiosa, ma sopratutto da una quotidiana fame lancinante. Naturalmente a tutti questi, per così dire organizzati, si univano lungo il percorso moltitudine altrettanto numerose mosse verso la medesima meta del tutto  autonomamente.

La sola notizia della fiumana umana che da lì a poco avrebbe fatto seguito ai soliti pellegrini e che si sarebbe rovesciata su Gerusalemme, sparge il panico tra i benedettini che si erano prefissi il compito dell’accoglienza. Ben presto appare evidente che, nonostante le nuove strutture e i nuovi mezzi allestiti alla bella e meglio, la situazione si presenterà insostenibile per numero e problemi di gestione rischiando così di travolgere l’ottimo lavoro fino ad allora svolto con ordine e profitto. Infatti con l’ arrivo della folla di pellegrini i centri d’accoglienza edificati si mostrano del tutto insufficienti e ne consegue un inevitabile disordinato boom edilizio che tra l’altro doveva provvedere ad alloggiare un sempre più vasto numero di fedeli malati, esausti, feriti o soltanto bisognosi di tutto. I “monaci neri” ora sono  sopraffatti dal troppo lavoro ma anche dalla confusione. Ben presto nessuno è in grado di gestire il caos andato fuori controllo.  Diventa indispensabile chiedere con urgenza  aiuto. Ma a chi? Il loro priore dotato di un certo intuito  decide di chiamare in soccorso, come si direbbe oggi, un abile tecnico in grado di organizzare l’assistenza alla valanga umana, bisognosa di tutto, che ormai gremivano le viuzze di Gerusalemme ridotte a centri di raccolta abbandonati a loro stessi.

La sola notizia della fiumana umana che da lì a poco avrebbe fatto seguito ai soliti pellegrini e che si sarebbe rovesciata su Gerusalemme, sparge il panico tra i benedettini che si erano prefissi il compito dell’accoglienza. Ben presto appare evidente che, nonostante le nuove strutture e i nuovi mezzi allestiti alla bella e meglio, la situazione si presenterà insostenibile per numero e problemi di gestione rischiando così di travolgere l’ottimo lavoro fino ad allora svolto con ordine e profitto. Infatti con l’ arrivo della folla di pellegrini i centri d’accoglienza edificati si mostrano del tutto insufficienti e ne consegue un inevitabile disordinato boom edilizio che tra l’altro doveva provvedere ad alloggiare un sempre più vasto numero di fedeli malati, esausti, feriti o soltanto bisognosi di tutto. I “monaci neri” ora sono  sopraffatti dal troppo lavoro ma anche dalla confusione. Ben presto nessuno è in grado di gestire il caos andato fuori controllo.  Diventa indispensabile chiedere con urgenza  aiuto. Ma a chi? Il loro priore dotato di un certo intuito  decide di chiamare in soccorso, come si direbbe oggi, un abile tecnico in grado di organizzare l’assistenza alla valanga umana, bisognosa di tutto, che ormai gremivano le viuzze di Gerusalemme ridotte a centri di raccolta abbandonati a loro stessi.

I Benedettini approvano la scelta del “salvatore” caduta su un personaggio a tutti totalmente sconosciuto ma evidentemente non a loro. Il prescelto fu l’amalfitano Gerardo Sasso, originario dal borgo di Scala di Amalfi, (oggi  borgo “del Monastero”) e sorpresa è un laico. Il suo compito sarà di  preoccuparsi niente di meno che dell’organizzazione e la gestione dell’assistenza ai pellegrini. Il prescelto, per verità nonostante avesse origini e qualifiche piuttosto oscure era di suo tosto, coraggioso, abile e assolutamente geloso dei misteri e segreti che l’avvolgevano. Uno come Gerardo oggi potrebbe essere visto come una via di mezzo tra Padre Pio e Monsignor Marcinkus, e seppe muoversi con grande abilità svolgendo con grande competenza, fin dalle sue prime mosse, il compito affidatogli con risultati ben superiori ad ogni più rosea speranza.  (segue)

I Cavalieri di Malta

Pubblichiamo alcuni stralci dal libro in via di realizzazione Cavalieri di Malta di Ferruccio Formentini

I  cavalieri di Malta verso la fine del 16° secolo avevano alle spalle una storia addirittura più antica dell’impero Ottomano che fu il loro irriducibile avversario per quasi tutto quel secolo  nello scontro marinaro per il controllo del Mediterraneo occidentale.

Tutto ebbe inizio, non sul mare dove costruirono la loro gloriosa fama, ma nelle sabbie roventi della Palestina.  Verso la metà dello 11° secolo, quando l’impero Ottomano non si era ancora manifestato, il califfo d’Egitto e signore di Gerusalemme, generosamente accorda ai cristiani alcune zone della Città Santa con l’obiettivo di rallentare gli scontri, anche armati, tra le comunità cristiane e musulmane che l’abitavano.

Racconteremo la loro storia e molte delle loro vicende alcune eroiche, altre sorprendenti  e non mancano quelle così così, tutte comunque interessanti.

 

“L’epopea dei Cavalieri, sotto vesti e nomi diversi, mosse i suoi primi passi nell’11mo secolo quando il califfo egiziano Al–Mostanser-Billah, allora governatore di una Gerusalemme, oggi diremmo sorprendentemente, abitata pacificamente da cristiani, ebrei e musulmani, decreta che il quartiere dove era ubicato il Santo Sepolcro dovrà passare sotto la giurisdizione dei fedeli della Croce. Come si dice dai un dito e ti prendono tutto il braccio. I cristiani crescono di numero a ritmo incalzante sotto la spinta dei pellegrini che giungono da tutta Europa e ben presto non si accontentano di questo pur significativo risultato ottenuto. Si fanno ogni giorno sempre più insistenti. Il governatore tuttavia finge di non sentire le assillanti suppliche anche per non scontentare ebrei e musulmani. Ma i cristiani non mollano. Finiranno per pretendere con forza che una fetta di questo stesso quartiere deve poter essere utilizzato, con diritto di edificarvi immobili, anche per i loro traffici commerciali. Il califfo, probabilmente per toglierseli di torno anche perché il Cairo è piuttosto lontano da Gerusalemme finirà per aderire alle loro richieste mostrandosi ancora una volta tollerante e generoso. Ben presto la Repubblica d’Amalfi, all’epoca ancora molto potente e in ottime rapporti commerciali con tutti i paesi del Medio Oriente, inevitabilmente ne profitta e diventa la maggiore beneficiaria.

Gli amalfitani non restano con le mani in mano. Non si accontentano di quanto  ottenuto e dopo avere consolidato i propri empori, si dedicano ad accogliere al meglio il sempre crescente afflusso di pellegrini, che giungono esausti nei Luoghi Santi dopo aver subito, durante l’interminabile viaggio, oltre le inesauribili peripezie anche le intemperanze dei saraceni.

Per alleviare il loro soggiorno edificano a due passi dal Santo Sepolcro il monastero dei Latini, una chiesa dedicata alla Madonna, un oratorio, una casa per l’accoglienza delle donne ed un piccolo monastero per ospitare le religiose. Tutte opere affidate all’operosità, al controllo e alla benedizione dei benedettini amalfitani, conosciuti come “monaci neri”.

Ma cosa poteva ben spingere i pellegrini ad abbandonare casa, famiglia, lavoro, amicizie, paese d’origine per raggiungere con ogni mezzo la Terra Santa, quasi sempre potendo contare esclusivamente sui propri piedi e mettendo a rischio  quotidianamente anche la propria vita. La Terra Santa? La fede?  Le indulgenze plenarie? Le sollecitazioni  papali? Certamente tutto questo ma non solo. MOlto probabilmente maggior stimolo veniva fornito dagli incentivi materiali ben tangibili e  piuttosto significativi. Ai servi che partivano per questa avventura veniva garantito di poter lasciare liberamente la terra alla quale erano vincolati, i carcerati erano liberati mentre i cittadini si scoprivano esentati dalle tasse, i debitori godevano di generosissime moratorie e le sentenze di morte – grazie a un intervento papale- potevano essere commutate in servizio perenne in Terra Santa. Tutti “benefit” che ebbero una grandissima presa sui popoli europei troppo sovente sottoposti a vessazioni di ogni genere dai signorotti locali se la passavano piuttosto male rotolandosi sovente non solo nel fango ma nella nera miseria. Ben presto una gigantesca torma di vagabondi, disperati e straccioni, e troppo spesso aggressiva e violente si mise in marcia per raggiungere la meta agognata. Un viaggio zeppo di rischi, fatiche, fame e quanto di peggio si sarebbe potuto immaginare ma che poteva mondarli da ogni disastro che in patria  batteva quasi quotidianamente sulla loro porta di casa quando non sulla testa. (Segue)

La terra degli spergiuri

Invio, per il suo sito, un breve estratto del mio saggio “Un’incursione di Dragut Reis nell’anno 1553”, apparso sul n° 39 della rivista di cultura siciliana Agorà (gennaio-marzo 2012), in cui si accenna al nome con cui l’isola venne indicata a suo tempo nei portolani turchi.

Cordialità  Orazio Ferrara

La terra degli spergiuri

“….. Una delle località siciliane particolarmente presa di mira in quel periodo storico fu l’isola di Pantelleria, posta dalla natura praticamente sull’uscio di quella che allora si definiva la Berberia, ovvero le coste tunisine dove avevano munite basi i migliori e più audaci corsari del sultano. Il rapporto tra i barbareschi e Pantelleria non era stato però sempre conflittuale, tanto che nel XV secolo l’isola aveva rappresentato una specie di porto franco dove le navi cristiane “prendevano lingua”, ovvero s’informavano se era loro permesso entrare e quindi commerciare nelle acque maghrebine. Tutto ciò era stato reso possibile dall’influente e ricca comunità di lingua araba, mirabilmente integrata con quella cristiana nel borgo fortificato di Pantelleria. Ma quando successivamente in ambedue i campi, cristiano e musulmano, cominciò a prendere piede l’integralismo religioso quella che per l’isola era stata una benedizione divenne col tempo una vera e propria maledizione.

l mare. Temendo per le nostre vite, rimettemmo i cannoni sulle navi e abbandonammo il luogo; con quel vento passammo davanti ad Hammamet, che si trova a trentacinque miglia dalla fortezza di Kelibia, già menzionata, a sud-ovest un quarto a sud. Hammamet è una piccola fortezza, su un luogo basso e piatto, sul bordo del mare, rivolta a sud-est; sul continente rappresenta un punto di riferimento. Questa fortezza appartiene al sultano di Tunisi; dinanzi, si aprono vaste distese di acque calme; per un miglio lungo la costa la profondità dell’ acqua è di quattro braccia; così che le navi possono stazionare dovunque vogliano di fronte alla fortezza; dappertutto ci sono luoghi di ancoraggio”. Il saccheggio cui si riferisce Piri Reis, uno dei primi subiti da Pantelleria ad opera dei turchi, deve essere avvenuto sul settembre dell’anno 1505 ad opera della flotta dell’ammiraglio Kemal Reis (zio di Piri Reis)….”.