Ma che festeggiano i francesi il 14 Luglio?

a si la maglia gialla finalmente indossata da un francese

I Cavalieri di Malta di Ferruccio Formentini

Pubblichiamo alcuni stralci dal libro in via di realizzazione Cavalieri di Malta di Ferruccio Formentini (Seconda puntata)

La terza crociata 1182 – 92

Nonostante i molti disastri, la possibilità per i cristiani di rioccupare la Palestina non era però del tutto sfumata. Saladino, sciolto l’esercito e lasciata una guarnigione a Gerusalemme si era ritirato nella più accogliente e confortevole  Damasco.

La situazione a favore per una nuova spedizione nella Terra Santa era la seguente: I porti di Tiro, Antiochia e Tripoli si trovavano ancora in mano cristiana mentre le flotte di Genova e Venezia controllavano con le proprie navi tutto il Mediterraneo orientale e, naturalmente dietro congruo pagamento, avrebbero potuto in qualsiasi momento servire per trasportare nuovi crociati. I cavalieri dei tre ordini Ospitalieri, Templari e Teutonici, pur prudentemente rinchiusi nelle proprie fortezze rappresentavano ancora una importante risorsa militare sulle quali poter contare, anche se il numero dei combattenti restava in effetti modesto: i Templari non andavano oltre le 300 unità, i Teutonici ridotti a poche decine non potevano rappresentare un sostegno su cui poter contare, mentre la forza maggiormente numerosa, all’incirca 900 cavalieri, per di più ben organizzata era certamente quella degli Ospitalieri.

Quel che più contava, e avrebbe avuto un gran peso sulle decisioni prese da lì a poco, era  il grande dolore per la perdita di Gerusalemme che indignava non solo i cristiani di ogni ceto ma anche tutte le corti europee. Chi si agiterà per primo sarà l’arcivescovo di Tiro che piombato in Europa si recherà nelle pubbliche piazze italiane, francesi e germaniche  ad agitare i popoli invitandoli alla mobilitazione per il recupero delle terre santa alla Cristianità. L’imperatore Federico Barbarossa, nonostante i suoi settantasette anni, a Magonza incontra l’arcivescovo di Tiro e ne rimane talmente folgorato che, detto fatto, dopo averlo acclamato come il nuovo Mosè,  si mette in marcia per la Palestina con un suo esercito. Purtroppo, anche se le vie da percorrere fossero state diverse, ben presto dovette fare i conti con troppe difficoltà e assaggiare le sgradevoli disavventure della Prima Crociata.  Bande di turchi, varcato per tempo l’Ellesponte a  Gallipoli,  ne tormentarono la marcia riuscendo a tagliare tutti i suoi rifornimenti. Moltissimi soldati morirono di fame e il Barbarossa annegò ingloriosamente in un modesto fiume in Cilicia. Solo un esiguo numero di esausti sopravvissuti riuscì a raggiungere Acri, posto nel frattempo sotto assedio dai Cavalieri. Quando le notizie del disastro giunsero in Europa infiammarono di furore vendicativo i cuori dei monarchi.  Riccardo I, non ancora Cuor di leone, appena incoronato re d’Inghilterra a trentuno anni, aveva assolutamente necessità di un successo militare e politico per intimidire i nobili riottosi, coglie l’occasione per dichiarare che non è possibile tollerare oltre la presenza dei musulmani in Terra Santa.  E’ tempo di organizzare immediatamente una nuovo spedizione. Temendo che i francesi approfittino della sua partenza per invadere l’Inghilterra astutamente riesce a convincere il re di Francia Filippo Augusto, solo ventitreenne e ancora inesperto, di unirsi con le sue forze a questa spedizione. I due monarchi  si diedero appuntante i Sicilia. L’inglese con un seguito di soldati normanni, quelli inglesi non facevano parte dell’impresa rimasti com’erano a guardia delle patrie coste, s’imbarca a Marsiglia. Il Re francese preferì invece il porto di Genova.

Riunitisi in Sicilia i due Re per vincere le noia in attesa di trovare un imbarco per la Palestina non trovarono di meglio che abbandonarsi a litigi furibondi ma anche a troppi e inutili festeggiamenti. Trascorreranno così 6 inutili mesi durante i quali Tancredi, re di Sicilia, che non volendo essere da meno dei due monarchi stranieri, anche lui trovò il modo di tuffarsi nella baruffe finendo per offendere il Re di Francia.

Al giovane Filippo Augusto salta la mosca al naso e per vendicarsi occupa Messina che lascerà solo dopo un riscatto di 40.000 once d’oro, indispensabili per  finalmente a ripagare tutti i debiti che nel frattempo aveva accumulato nell’isola e  prendere il mare per la Palestina. Evidentemente erano stati fino a quel momento i creditori a bloccare in Sicilia i crociati. La traversata si presenta  agitata non solo per i troppi sbalzi d’umore dei naviganti ma anche per il mare burrascoso. Alcune navi naufragheranno sulle coste di Cipro e i superstiti, marinai e soldati, finiranno incarcerati dai greci.  Riccardo indispettito, per pareggiare i conti con i greci, poco dopo conquista Cipro e ne fa dono a Guido di Lusignano, Re di Gerusalemme ma da tempo senza terra e privato del trono.  Finalmente la spedizione giunge ad Acri. La città è sotto assedio da ben 19 mesi, un assedio che aveva provocato alcune migliaia di morti da entrambi le parti. Ma quando gli assediati si rendono conto che ora i cristiani hanno ricevuto forze fresche da gettare nella mischia offrono la resa in cambio di una pace concordata.  Queste le condizioni cristiane, gli assediati dovranno pagare 200.000 pezzi d’oro,  restituire la vera Croce e consegnare 1.600 ostaggi.  Saladino, ancora una volta dimostra il suo pragmatico buon senso, accetta le condizioni e così gli abitanti musulmani di Acri, tranne i 1.600 ostaggi, possono lasciare la città incolumi portandosi via tutti i beni trasportabili.

Il Re di Francia, Filippo Augusto, ammalato e infastidito dalla debordante presenza  e per lui asfissiante di Riccardo se ne torna a casa abbandonando in Palestina oltre 10.000 soldati. Riccardo ora è l’unico capo della Terza Crociata, anche se nei fatti lo era già da prima.

 

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I Cavalieri di Malta di Ferruccio Formentini

Pubblichiamo alcuni stralci dal libro in via di realizzazione Cavalieri di Malta di Ferruccio Formentini (Seconda puntata)

 

Il “feroce” Saladino scende in campo

Il  Regno di Gerusalemme che durò quasi mezzo secolo (1099 -1143) era stato fondato dall’onestissimo Goffredo di Buglione rispettato da tutti i cristiani ma anche dai musulmani ed ebrei. Quando la prima crociata, ridotta ormai a soli 12.000 combattenti giunsero sotto le mura di Gerusalemme il 7 giugno del 1099 ebbero la sorpresa di constatare che i Turchi che la controllavano erano stati scacciati già un anno prima dai Fatimidi. La guarnigione della città resistette per soli 40 giorni quindi propose di trattare la pace concedendo ai pellegrini cristiani libertà di movimento e sicurezza ma Goffredo non volle sentire ragioni e chiese la resa incondizionata. Il 15 luglio i cristiani entusiasti facevano l’ingresso in Gerusalemme dedicandosi con grandissimo entusiasmo alla strage che tradizionalmente facevano seguito a queste vittorie. Cosi riferì entusiasta un testimone oculare il prete Raimondo di Agiles: “ Si videro cose meravigliose. Numerosi saraceni furono decapitati.. altri uccisi da frecce o costretti a gettarsi dalle torri; altri ancora vennero torturati per parecchi giorni e poi buttati nelle fiamme. Per le strade si potevano vedere pile di testa e mani e piedi. Si cavalcava dovunque tra cadaveri di uomini e cavalli” . Solo dopo la mattanza i crociati si precipitarono nel santo sepolcro abbracciandosi e piangendo di gioia mentre ringraziavano il Dio misericordioso.

Trascorse solo due settimane  un esercito egiziano raggiunge Ascalona per liberare Gerusalemme. Goffredo senza indugio da battaglia e sbaraglia gli egiziani. Purtroppo un anno dopo Goffredo di Buglione, che non aveva accettato la corona del nuovo regno, muore e suo fratello molto meno in gamba e ancor meno  modesto di Goffredo si fa pomposamente Re con il nome di Baldovino. Il regno viene diviso in quattro principati feudali: Gerusalemme, Antiochia, Odessa e Tripoli. A loro volta i principati erano suddivisi  in molti feudi i cui signori si diedero immediatamente da fare per rivaleggiare l’un con l’altro anche facendosi la guerra, non trascurando il desiderio di rendersi indipendente  dal Re. Un reame dove il Re veniva nominato dai baroni ed era controllato direttamente dal Papa. Inoltre, per ripagare gli aiuti navali e rifornimenti giunti via mare,  aveva dovuto cedere i porti di Giaffa, Tiro, Acri, Beirut, Ascalona a Venezia, Pisa e Genova.

L’ordinamento del Regno organizzato in un sistema feudale, ormai obsoleto in Europa, fu quanto di peggio si avrebbe potuto trovare per creare le premesse della rovina sempre più vicina. Si permise ai baroni di  impadronirsi di tutte le terre, i precedenti proprietari ne diventavano i servi e gli obblighi feudali erano più duri di quelli imposti in Europa. Ben presto perfino i cristiani di Palestina ricordavano il  vecchio governo musulmano con grande nostalgia.

Il giovane regno, debole e litigioso, dovette ben presto ricorrere per sopravvivere  all’aiuto militare degli ordini Ospitalieri e Templari, che per altro si odiavano profondamente, ai quali si affiancò in un secondo tempo, non senza minore antipatie, l’ordine dei Cavalieri Teutonici voluto dai germanici residenti in Palestina. I cavalieri degli ordini si guadagnarono comunque fama e reputazione in numerose battaglie, e grazie a queste videro aumentare le donazioni europee e della chiesa a loro favore.  Un successo che trasformò rapidamente la vita dei cavalieri in veri combattenti, gettando alle ortiche quanto fino a poco prima li aveva legati obbligati al giuramento: ovvero alla povertà, alla preghiera e all’assistenza dei più deboli. Ormai tra uno scontro in armi e l’altro, si tuffavano senza ritegno nel lusso e l’agiatezza trascurando totalmente il voto di castità.

Mentre i cristiani erano preda di questa inarrestabile decadenza, l’abile Saladino  riusciva a riunire sotto un unico governo Siria ed Egitto, la Palestina era ormai alla sua portata di mano. Poteva contare su un forte esercito ma sempre di più anche sulla rivalità tra i baroni cristiani impegnati a soddisfare la propria ingordigia e disposti a servirsi di qualsiasi intrigo e tradimento pur di alimentare il patrimonio e il potere accumulato.

 

Il successo e il conseguente enorme potere affrancano Gerardo dal controllo dei Benedettini e il Papa Pasquale II con Bolla Papale  “Pie Postulatio Voluntatis” (15 febbraio 1113) gli concede la più totale autonomia. Grazie a questa, ora che ha le mani libere, procede alla fondazione di un autonomo ordine religioso con vocazione ospitale, e si guadagna pure la libertà di nominare, quando accadrà, il suo successore.  Ovviamente tutti questi meriti si accompagnavano al possesso per l’ordine di un elevatissimo numero di proprietà dentro e fuori le mura di Gerusalemme, ma anche in Europa. Gerardo ora poteva muoversi come meglio credeva dando ascolto solo al suo fiuto. Incrementa oltremodo la sua enorme opera, soprattutto edilizia a favore dell’aiuto e sostegno ai pellegrini, e per dare maggiore valore alla propria immagine decide, forse per renderla misteriosamente mistica, di indossare un saio nero con una croce bianca ricamata sul petto. Così nacque l’Ordine degli Ospitalieri. Il suo prestigio proseguirà ancor più grazie alla benevole protezione della sua organizzazione, ora conosciuta come Ospitalieri di San Giovanni, da parte di Baldovino I° re di Gerusalemme, successo al fratello  Goffredo di Buglione, grazie all’ approvazione dello Papa.

Le notizie vaghe quanto fantasiose sulle origine e sulla vita del grande artefice di questa organizzazione che promuoverà più tardi la nascita dei Cavalieri, poi di Malta, si inseguiranno  per sempre, per la verità fino ai giorni nostri. Di lui gli unici fatti certi a tutt’oggi, oltre la sua opera, restano la  data della sua morte, i primi giorni del mese di settembre del 1120, e la sua origine amalfitana confermate dalla bolla Papale di Pasquale II.

Intanto l’influenza di Amalfi, con il prestigio economico, commerciale e militare in  declino, veniva sostituita rapidamente da quella francese che, ieri oggi e domani, tenta di accreditarsi Gerardo come francese, dopo averlo fatto diventare Gerard de Martigues. Promozione del tutto inconsistenti e priva di qualsiasi supporto storico, fatto che non impedirà loro di venerarlo, ancora oggi, come un concittadino soprattutto nella cattedrale per l’appunto di Martigues a lui dedicata.

Nel 1119 siede sul trono di Gerusalemme Baldovino II, Re dei soli latini di Gerusalemme e per questo privato di giurisdizione su tutti i nativi cristiani, musulmani ed ebrei. Insomma di fatto non comandava su nessuno eccezion fatta per gli armigeri della sua guardia personale.

L’esperienza vincente di Gerardo non poteva non risvegliare altri appetiti golosi e ingordi. Il francese Hugues de Payns fonda a Gerusalemme un ordine militare e religioso “l’Ordre du Temple” i cui membri indossano un mantello bianco con una grande croce rossa e che finiranno male proprio a causa del loro enorme successo ottenute soprattutto in Francia per l’opera meritoria di proteggere, armi in pugno, i pellegrini sulle vie sempre più insicure per la Terra Santa. Un compito che procurerò all’Ordine dei Templari una pioggia di quattrini, sovvenzioni, donazioni da tutta l’Europa, e su tutti dalla Francia. Il continuo via vai di cristiani sulle strade insicure  che portavano a Gerusalemme nel frattempo aveva risvegliato le attenzioni di moltissimi briganti di strada. Si innescava così un meccanismo altamente premiante per “L’Ordre du Temple” impegnati a proteggere i viandanti ma anche ad intascare gli aiuti a pioggia e le donazioni dell’Europa intera. Tutte fortune  che verranno  più proficuamente sistemate  un po’ dovunque in Europa, dalle Puglie all’Irlanda e in gran parte nel loro paese d’origine, la Francia. Paese  dove  verranno perseguitati un paio di secoli più tardi da Filippo il Bello, che sempre in bolletta aveva messo gli occhi sulle loro enormi proprietà.

Ma intanto i Templari, nuovi venuti, anche se in un primo momento fecero voto, di povertà e di carità, ben presto mostrarono il loro vero volto, ovvero di essere esclusivamente dei militari piuttosto avidi che ricevevano dalle autorità religiose e dal Re di Gerusalemme privilegi e donazioni giustificate anche da quanto aveva proclamato il Patriarca d’Oriente sul loro conto: “Proteggano vie e strade dal ladroni  e dalle insidie degli invasori per le persone oneste, per una maggiore sicurezza dei pellegrini”.

Inevitabile che l’anno seguente (1121)  quando il francese Raymond du Puy succede a Gerardo anche gli Ospitalieri progressivamente si ingelosiscono del successo e delle ricchezze che piovono sui nuovi arrivati e decidono di adeguarsi creando una propria milizia. Da fratelli che si occupavano prima di tutto dei meni fortunati e più bisognosi sulla via di Gerusalemme molti tra loro diventeranno rapidamente soprattutto dei cavalieri combattenti.  La situazione si era infatti nel frattempo incattivita ed era una faccenda tutt’altro che serena per i cristiani che decidevano di percorrere  le vie che attraverso la Palestina e conducevano alla Città santa. Scacciati i musulmani da Gerusalemme con l’insediamento del reame cristiano, la Palestina stava trasformandosi in un campo di battaglia e la difesa del territorio controllato dai cristiani si era fatto giorno dopo giorno sempre più critica.

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I Cavalieri di Malta di Ferruccio Formentini

Pubblichiamo alcuni stralci dal libro in via di realizzazione Cavalieri di Malta di Ferruccio Formentini (Seconda puntata)

La  prima crociata (1095 -99) vede partire dalla sola Francia una folla disordinata di 12.000 persone, tra le quali solo in otto si erano  presentati al via in sella a un  cavallo ed armati di tutto punto. La sgangherata armata si muoveva guidata da Pietro l’Eremita e Gautier sans – avoir. Altri 5.000 seguendo il prete Gottschalk mossero dalla Germania, mentre dalla Renania avanzava al comando del conte Enrico di Leiningen un gruppo altrettanto consistente. Tutti quanti marciavano inconsapevoli versa la Palestina senza precisa conoscenza sulle coordinate geografiche del proprio obiettivo, della distanza che li separava da questo e soprattutto del tutto all’oscuro dei pericoli disseminati lungo l’ignoto percorso. Come se queste lacune non fossero sufficienti, per accrescere gli evidenti disagi, mancavano di supporti logistici e, cosa ancor più grave non avevano salmerie al seguito, insomma erano privi di qualsiasi rifornimenti se non la pagnotta che si erano messi in saccoccia il giorno della partenza. Naturalmente non tutti erano brava gente timorata di Dio, anzi non pochi potevano essere identificati con avventurieri, ribaldi e crudeli pronti a tutto per assicurare la propria sopravvivenza oltre a un buon profitto economico. Lungo il loro cammino tanto i primi che i secondi non potevano fare altro che devastare le regioni che attraversavano, incluse molte città bizantine, sterminare e derubare gli ebrei incontrati sul loro cammino che percorrevano al grido “Dio lo vuole” armati di un aggressivo furore giustificato dalla cieca fede religiosa, ma sopratutto da una quotidiana fame lancinante. Naturalmente a tutti questi, per così dire organizzati, si univano lungo il percorso moltitudine altrettanto numerose mosse verso la medesima meta del tutto  autonomamente.

La sola notizia della fiumana umana che da lì a poco avrebbe fatto seguito ai soliti pellegrini e che si sarebbe rovesciata su Gerusalemme, sparge il panico tra i benedettini che si erano prefissi il compito dell’accoglienza. Ben presto appare evidente che, nonostante le nuove strutture e i nuovi mezzi allestiti alla bella e meglio, la situazione si presenterà insostenibile per numero e problemi di gestione rischiando così di travolgere l’ottimo lavoro fino ad allora svolto con ordine e profitto. Infatti con l’ arrivo della folla di pellegrini i centri d’accoglienza edificati si mostrano del tutto insufficienti e ne consegue un inevitabile disordinato boom edilizio che tra l’altro doveva provvedere ad alloggiare un sempre più vasto numero di fedeli malati, esausti, feriti o soltanto bisognosi di tutto. I “monaci neri” ora sono  sopraffatti dal troppo lavoro ma anche dalla confusione. Ben presto nessuno è in grado di gestire il caos andato fuori controllo.  Diventa indispensabile chiedere con urgenza  aiuto. Ma a chi? Il loro priore dotato di un certo intuito  decide di chiamare in soccorso, come si direbbe oggi, un abile tecnico in grado di organizzare l’assistenza alla valanga umana, bisognosa di tutto, che ormai gremivano le viuzze di Gerusalemme ridotte a centri di raccolta abbandonati a loro stessi.

La sola notizia della fiumana umana che da lì a poco avrebbe fatto seguito ai soliti pellegrini e che si sarebbe rovesciata su Gerusalemme, sparge il panico tra i benedettini che si erano prefissi il compito dell’accoglienza. Ben presto appare evidente che, nonostante le nuove strutture e i nuovi mezzi allestiti alla bella e meglio, la situazione si presenterà insostenibile per numero e problemi di gestione rischiando così di travolgere l’ottimo lavoro fino ad allora svolto con ordine e profitto. Infatti con l’ arrivo della folla di pellegrini i centri d’accoglienza edificati si mostrano del tutto insufficienti e ne consegue un inevitabile disordinato boom edilizio che tra l’altro doveva provvedere ad alloggiare un sempre più vasto numero di fedeli malati, esausti, feriti o soltanto bisognosi di tutto. I “monaci neri” ora sono  sopraffatti dal troppo lavoro ma anche dalla confusione. Ben presto nessuno è in grado di gestire il caos andato fuori controllo.  Diventa indispensabile chiedere con urgenza  aiuto. Ma a chi? Il loro priore dotato di un certo intuito  decide di chiamare in soccorso, come si direbbe oggi, un abile tecnico in grado di organizzare l’assistenza alla valanga umana, bisognosa di tutto, che ormai gremivano le viuzze di Gerusalemme ridotte a centri di raccolta abbandonati a loro stessi.

I Benedettini approvano la scelta del “salvatore” caduta su un personaggio a tutti totalmente sconosciuto ma evidentemente non a loro. Il prescelto fu l’amalfitano Gerardo Sasso, originario dal borgo di Scala di Amalfi, (oggi  borgo “del Monastero”) e sorpresa è un laico. Il suo compito sarà di  preoccuparsi niente di meno che dell’organizzazione e la gestione dell’assistenza ai pellegrini. Il prescelto, per verità nonostante avesse origini e qualifiche piuttosto oscure era di suo tosto, coraggioso, abile e assolutamente geloso dei misteri e segreti che l’avvolgevano. Uno come Gerardo oggi potrebbe essere visto come una via di mezzo tra Padre Pio e Monsignor Marcinkus, e seppe muoversi con grande abilità svolgendo con grande competenza, fin dalle sue prime mosse, il compito affidatogli con risultati ben superiori ad ogni più rosea speranza.  (segue)

I Cavalieri di Malta

Pubblichiamo alcuni stralci dal libro in via di realizzazione Cavalieri di Malta di Ferruccio Formentini

I  cavalieri di Malta verso la fine del 16° secolo avevano alle spalle una storia addirittura più antica dell’impero Ottomano che fu il loro irriducibile avversario per quasi tutto quel secolo  nello scontro marinaro per il controllo del Mediterraneo occidentale.

Tutto ebbe inizio, non sul mare dove costruirono la loro gloriosa fama, ma nelle sabbie roventi della Palestina.  Verso la metà dello 11° secolo, quando l’impero Ottomano non si era ancora manifestato, il califfo d’Egitto e signore di Gerusalemme, generosamente accorda ai cristiani alcune zone della Città Santa con l’obiettivo di rallentare gli scontri, anche armati, tra le comunità cristiane e musulmane che l’abitavano.

Racconteremo la loro storia e molte delle loro vicende alcune eroiche, altre sorprendenti  e non mancano quelle così così, tutte comunque interessanti.

 

“L’epopea dei Cavalieri, sotto vesti e nomi diversi, mosse i suoi primi passi nell’11mo secolo quando il califfo egiziano Al–Mostanser-Billah, allora governatore di una Gerusalemme, oggi diremmo sorprendentemente, abitata pacificamente da cristiani, ebrei e musulmani, decreta che il quartiere dove era ubicato il Santo Sepolcro dovrà passare sotto la giurisdizione dei fedeli della Croce. Come si dice dai un dito e ti prendono tutto il braccio. I cristiani crescono di numero a ritmo incalzante sotto la spinta dei pellegrini che giungono da tutta Europa e ben presto non si accontentano di questo pur significativo risultato ottenuto. Si fanno ogni giorno sempre più insistenti. Il governatore tuttavia finge di non sentire le assillanti suppliche anche per non scontentare ebrei e musulmani. Ma i cristiani non mollano. Finiranno per pretendere con forza che una fetta di questo stesso quartiere deve poter essere utilizzato, con diritto di edificarvi immobili, anche per i loro traffici commerciali. Il califfo, probabilmente per toglierseli di torno anche perché il Cairo è piuttosto lontano da Gerusalemme finirà per aderire alle loro richieste mostrandosi ancora una volta tollerante e generoso. Ben presto la Repubblica d’Amalfi, all’epoca ancora molto potente e in ottime rapporti commerciali con tutti i paesi del Medio Oriente, inevitabilmente ne profitta e diventa la maggiore beneficiaria.

Gli amalfitani non restano con le mani in mano. Non si accontentano di quanto  ottenuto e dopo avere consolidato i propri empori, si dedicano ad accogliere al meglio il sempre crescente afflusso di pellegrini, che giungono esausti nei Luoghi Santi dopo aver subito, durante l’interminabile viaggio, oltre le inesauribili peripezie anche le intemperanze dei saraceni.

Per alleviare il loro soggiorno edificano a due passi dal Santo Sepolcro il monastero dei Latini, una chiesa dedicata alla Madonna, un oratorio, una casa per l’accoglienza delle donne ed un piccolo monastero per ospitare le religiose. Tutte opere affidate all’operosità, al controllo e alla benedizione dei benedettini amalfitani, conosciuti come “monaci neri”.

Ma cosa poteva ben spingere i pellegrini ad abbandonare casa, famiglia, lavoro, amicizie, paese d’origine per raggiungere con ogni mezzo la Terra Santa, quasi sempre potendo contare esclusivamente sui propri piedi e mettendo a rischio  quotidianamente anche la propria vita. La Terra Santa? La fede?  Le indulgenze plenarie? Le sollecitazioni  papali? Certamente tutto questo ma non solo. MOlto probabilmente maggior stimolo veniva fornito dagli incentivi materiali ben tangibili e  piuttosto significativi. Ai servi che partivano per questa avventura veniva garantito di poter lasciare liberamente la terra alla quale erano vincolati, i carcerati erano liberati mentre i cittadini si scoprivano esentati dalle tasse, i debitori godevano di generosissime moratorie e le sentenze di morte – grazie a un intervento papale- potevano essere commutate in servizio perenne in Terra Santa. Tutti “benefit” che ebbero una grandissima presa sui popoli europei troppo sovente sottoposti a vessazioni di ogni genere dai signorotti locali se la passavano piuttosto male rotolandosi sovente non solo nel fango ma nella nera miseria. Ben presto una gigantesca torma di vagabondi, disperati e straccioni, e troppo spesso aggressiva e violente si mise in marcia per raggiungere la meta agognata. Un viaggio zeppo di rischi, fatiche, fame e quanto di peggio si sarebbe potuto immaginare ma che poteva mondarli da ogni disastro che in patria  batteva quasi quotidianamente sulla loro porta di casa quando non sulla testa. (Segue)

La terra degli spergiuri

Invio, per il suo sito, un breve estratto del mio saggio “Un’incursione di Dragut Reis nell’anno 1553”, apparso sul n° 39 della rivista di cultura siciliana Agorà (gennaio-marzo 2012), in cui si accenna al nome con cui l’isola venne indicata a suo tempo nei portolani turchi.

Cordialità  Orazio Ferrara

La terra degli spergiuri

“….. Una delle località siciliane particolarmente presa di mira in quel periodo storico fu l’isola di Pantelleria, posta dalla natura praticamente sull’uscio di quella che allora si definiva la Berberia, ovvero le coste tunisine dove avevano munite basi i migliori e più audaci corsari del sultano. Il rapporto tra i barbareschi e Pantelleria non era stato però sempre conflittuale, tanto che nel XV secolo l’isola aveva rappresentato una specie di porto franco dove le navi cristiane “prendevano lingua”, ovvero s’informavano se era loro permesso entrare e quindi commerciare nelle acque maghrebine. Tutto ciò era stato reso possibile dall’influente e ricca comunità di lingua araba, mirabilmente integrata con quella cristiana nel borgo fortificato di Pantelleria. Ma quando successivamente in ambedue i campi, cristiano e musulmano, cominciò a prendere piede l’integralismo religioso quella che per l’isola era stata una benedizione divenne col tempo una vera e propria maledizione.

l mare. Temendo per le nostre vite, rimettemmo i cannoni sulle navi e abbandonammo il luogo; con quel vento passammo davanti ad Hammamet, che si trova a trentacinque miglia dalla fortezza di Kelibia, già menzionata, a sud-ovest un quarto a sud. Hammamet è una piccola fortezza, su un luogo basso e piatto, sul bordo del mare, rivolta a sud-est; sul continente rappresenta un punto di riferimento. Questa fortezza appartiene al sultano di Tunisi; dinanzi, si aprono vaste distese di acque calme; per un miglio lungo la costa la profondità dell’ acqua è di quattro braccia; così che le navi possono stazionare dovunque vogliano di fronte alla fortezza; dappertutto ci sono luoghi di ancoraggio”. Il saccheggio cui si riferisce Piri Reis, uno dei primi subiti da Pantelleria ad opera dei turchi, deve essere avvenuto sul settembre dell’anno 1505 ad opera della flotta dell’ammiraglio Kemal Reis (zio di Piri Reis)….”.