I Cavalieri di Malta

Pubblichiamo alcuni stralci dal libro in via di realizzazione Cavalieri di Malta di Ferruccio Formentini

I  cavalieri di Malta verso la fine del 16° secolo avevano alle spalle una storia addirittura più antica dell’impero Ottomano che fu il loro irriducibile avversario per quasi tutto quel secolo  nello scontro marinaro per il controllo del Mediterraneo occidentale.

Tutto ebbe inizio, non sul mare dove costruirono la loro gloriosa fama, ma nelle sabbie roventi della Palestina.  Verso la metà dello 11° secolo, quando l’impero Ottomano non si era ancora manifestato, il califfo d’Egitto e signore di Gerusalemme, generosamente accorda ai cristiani alcune zone della Città Santa con l’obiettivo di rallentare gli scontri, anche armati, tra le comunità cristiane e musulmane che l’abitavano.

Racconteremo la loro storia e molte delle loro vicende alcune eroiche, altre sorprendenti  e non mancano quelle così così, tutte comunque interessanti.

 

“L’epopea dei Cavalieri, sotto vesti e nomi diversi, mosse i suoi primi passi nell’11mo secolo quando il califfo egiziano Al–Mostanser-Billah, allora governatore di una Gerusalemme, oggi diremmo sorprendentemente, abitata pacificamente da cristiani, ebrei e musulmani, decreta che il quartiere dove era ubicato il Santo Sepolcro dovrà passare sotto la giurisdizione dei fedeli della Croce. Come si dice dai un dito e ti prendono tutto il braccio. I cristiani crescono di numero a ritmo incalzante sotto la spinta dei pellegrini che giungono da tutta Europa e ben presto non si accontentano di questo pur significativo risultato ottenuto. Si fanno ogni giorno sempre più insistenti. Il governatore tuttavia finge di non sentire le assillanti suppliche anche per non scontentare ebrei e musulmani. Ma i cristiani non mollano. Finiranno per pretendere con forza che una fetta di questo stesso quartiere deve poter essere utilizzato, con diritto di edificarvi immobili, anche per i loro traffici commerciali. Il califfo, probabilmente per toglierseli di torno anche perché il Cairo è piuttosto lontano da Gerusalemme finirà per aderire alle loro richieste mostrandosi ancora una volta tollerante e generoso. Ben presto la Repubblica d’Amalfi, all’epoca ancora molto potente e in ottime rapporti commerciali con tutti i paesi del Medio Oriente, inevitabilmente ne profitta e diventa la maggiore beneficiaria.

Gli amalfitani non restano con le mani in mano. Non si accontentano di quanto  ottenuto e dopo avere consolidato i propri empori, si dedicano ad accogliere al meglio il sempre crescente afflusso di pellegrini, che giungono esausti nei Luoghi Santi dopo aver subito, durante l’interminabile viaggio, oltre le inesauribili peripezie anche le intemperanze dei saraceni.

Per alleviare il loro soggiorno edificano a due passi dal Santo Sepolcro il monastero dei Latini, una chiesa dedicata alla Madonna, un oratorio, una casa per l’accoglienza delle donne ed un piccolo monastero per ospitare le religiose. Tutte opere affidate all’operosità, al controllo e alla benedizione dei benedettini amalfitani, conosciuti come “monaci neri”.

Ma cosa poteva ben spingere i pellegrini ad abbandonare casa, famiglia, lavoro, amicizie, paese d’origine per raggiungere con ogni mezzo la Terra Santa, quasi sempre potendo contare esclusivamente sui propri piedi e mettendo a rischio  quotidianamente anche la propria vita. La Terra Santa? La fede?  Le indulgenze plenarie? Le sollecitazioni  papali? Certamente tutto questo ma non solo. MOlto probabilmente maggior stimolo veniva fornito dagli incentivi materiali ben tangibili e  piuttosto significativi. Ai servi che partivano per questa avventura veniva garantito di poter lasciare liberamente la terra alla quale erano vincolati, i carcerati erano liberati mentre i cittadini si scoprivano esentati dalle tasse, i debitori godevano di generosissime moratorie e le sentenze di morte – grazie a un intervento papale- potevano essere commutate in servizio perenne in Terra Santa. Tutti “benefit” che ebbero una grandissima presa sui popoli europei troppo sovente sottoposti a vessazioni di ogni genere dai signorotti locali se la passavano piuttosto male rotolandosi sovente non solo nel fango ma nella nera miseria. Ben presto una gigantesca torma di vagabondi, disperati e straccioni, e troppo spesso aggressiva e violente si mise in marcia per raggiungere la meta agognata. Un viaggio zeppo di rischi, fatiche, fame e quanto di peggio si sarebbe potuto immaginare ma che poteva mondarli da ogni disastro che in patria  batteva quasi quotidianamente sulla loro porta di casa quando non sulla testa. (Segue)

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