Cultura

Giugno 2018

Maggio  2018

 

Marzo 2018

Il filopante Franco Mauri (dammuso a Scirafi) ha partacipato lo scorso 18 -21 gennaio, nel ruolo del “poliziotto”, all’opera corale  in due atti alleastita al Tetro dellOpera di Roma, su libretto di Adolf Hoffmaister, Youth Orchestra del Teatro dell’Opera di Roma e la scuola di Canto Corale del medesimo Teatro.  L’ambientazione dell’opera musicale si svolge in un campo di concentramento nazista riservato a giovani ragazzi deportati.

Gennaio 2018

Dicembre 2017

Novembre 2017

Ottobre 2017

Settembre 2017

La nuova compagnia di Canto popolare napoletano si è esibita in un concerto, promosso e offerto dalla Trattoria degli artisti, la sera del 27 agosto. Una esibizione impagabile con canti e musiche del 600. Tra i pezzi anche alcune musiche della Gatta Cenerentola la famosa commedia napoletana.  IL folto pubblico presente travolto dai ritmi ha seguito il concerto con passione e entusiasmo fino al punto di farsi trascinare spontaneamente in danze popolari. Probabilmente la più importante e meglio riuscita manifestazione di piazza  della stagione estiva. Uno spettacolo di grande qualità e godimento che merita di essere riproposto anche nella prossima stagione estiva e magari sostenuta anche da una maggiore sponsorizzazione da parte delle autorità economiche e politiche dell’isola di Pantelleria. Intanto le nostre congratulazione agli organizzatori che hanno saputo offrire al pubblico presente uno spettacolo colto, emozionante, piacevole, affascinante di grandissima qualità.

Agosto 2017

Luglio 2017

La filopante Manuela Sirtoli con dammuso a Pantelleria e figlia del famoso artista Franco Grignani ci ha cortesemente comunicato la mostra delle opere a Londra dal 1 giugno al 27 luglio di quest’artista.                        

Giugno 2017

Maggio 2017

Aprile 2017

Marzo 2017

Il pantescho Lillo di Bonsulton è un poeta ma anche uno scultore. Pubblicheremo anche nei prossimi mesi alcune delle sue poesie autografe scritte nel 2016 dove con ironia, getta uno sguardo su vizi,  virtù, debolezze ma anche risorse sovente trascurate dei panteschi.  

Questo il pensiero del poeta sull’esito che avrebbe avuto il referendum dello scorso dicembre

Febbraio 2017

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Gennaio 2017

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Dicembre 2016

La mostra a Trieste della filopante Caterina Pini 

caterinapini – per cause naturali

cul1Nel gennaio 2015 mi rendo conto di non avere piu` spazio di stockaggio nel mio atelier e quindi decido di usare delle vecchie carte impolverate. Potrei riempirle di colore e materia, come in genere faccio, ma invece le riducofino ad ottenere il giusto formato e con una vecchia Pelikan rimessa in uso, inizio a grattarci sopra senza troppa convinzione. Si apre una porta e le immagini di una vita famigliare appaiono e si impongono. Le lascio arrivare senza sforzarmi di migliorarle. Alcune vanno insieme. Parla no della vita, ma molto naturalmente lasciano spazio anche alla morte.

Un anno dopo, di nuovo mi ritrovo ancora con carta e stilografica in mano. Forme e segni si ripetono e su di me svolgono un`azione quasi ipnotica: le immagini si attraggono e si raggruppano spontaneamente in tante composizioni. Nel frattempo, ricompare il colore (non ne ero certa !) sotto forma di angeli. Non soddisfatta, decido di associare alcuni scatti presi negli anni. Essi devono stare insieme, e mostrarsi con queste carte : possono essere una chiave di lettura di cio` che mi preme raccontare con il lavoro svoltotra il 2015 e il 2016. E ora, se vi piace, seguitemi in questo percorso ` che qui vi presento, grazie alla disponibilita` e generosita`  (e pazienza !) di coluiche mi ospita, Giovanni Panizon.

( n.d.r. Conservatorio Diploma Flauto traverso – Laurea Scienze naturali) Autodidatta, dal settembre 2009, per sei anni, ho lavorato in un atelier d`artisti a Parigi, poi mi sono trasferita a Roma nel settembre 2015. Nel 2010, alla galleria Duetart di Varese, ho esposto con la personale Altre Vite AltreStanze e nel 2011 ho esposto al Palazzo Lombardia nella collettiva Lo Statodell`Arte – RegioneLombardia per la Biennale. Il mio lavoro e` visionabile su aterinapini.blogspot.com  succedonocose.free.fr         

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cul5Come avevamo promesso di seguito pubblichiamo a puntate il libro “Abitare un Dammuso” edito a cura dei Filopanti  e oggi praticamente introvabile in commercio   

 

 

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Novembre 2016

Come avevamo promesso di seguito pubblichiamo a puntate il libro “Abitare un Dammuso” edito a cura dei Filopanti  e oggi praticamente introvabile in commercio                              

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Segue sul  prossimo numero

Ottobre 2016

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Settembre 2016

 

Come avevamo promesso di seguito pubblichiamo a puntate il libro “Abitare un Dammuso” edito a cura dei Filopanti  e oggi praticamente introvabile in commercio.                                            

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Agosto 2016

Come avevamo promesso di seguito pubblichiamo a puntate il libro “Abitare un Dammuso” edito a cura dei Filopanti  e oggi praticamente introvabile in commercio.

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Segue prossimo numero

Luglio 2016

Per gli appassionati di musica colta ecco una iniziativa che riporta a nuova vita  strumenti musicali, soprattutto a fiato, che hanno generato la gran parte degli ottoni moderni. di Mario Belati.

NASCE IL REGISTRO STORICO INTERNAZIONALE

STRUMENTI MUSICALI TITO BELATI

cultura1Ascoltare in concerto una esecuzione da solista di un vecchio trombone a cilindri prodotto a Perugia negli anni venti del secolo scorso dallo Stabilimento Musicale Tito Belati mi ha dato la stessa emozione che si prova nell’ascoltare un 78 giri con l’incisione di una canzone napoletana cantata dal tenore Tito Schipa in quegli stessi anni.

Con una sola differenza, la “voce” dello strumento in diretta audio e, senza gli immancabili limiti delle registrazioni di allora, risultava suadente e coinvolgente; era un po’ come ascoltare i suoni in analogico anziché  in digitale.

Poi abbiamo aggiunto una tromba del primo decennio del novecento e un flicornino, strumento italiano per eccellenza e quindi oggi desueto, degli anni venti: in concerto funzionavano alla grande e non solo io, ma tutto il pubblico di appassionati era soddisfatto. E poi non capita spesso di riascoltare la musica di un secolo fa con gli strumenti di allora, cioè con le stesse sensazioni volute dai compositori.

Da anni vedo strumenti con il nostro marchio di fabbrica esposti in musei di vari paesi del mondo e nelle sale musica delle bande italiane, appesi al muro o esposti in bacheca, un modo per ricordare anche le storie dei loro musicanti. Ma ascoltarli dopo un lungo silenzio è un’altra cosa.

Si, lo confesso, sono un appassionato di auto storiche ed allora è nata una idea semplice: perché non creare un Registro Storico dei nostri strumenti musicali prendendo l’esempio dai Registri delle auto che hanno l’obiettivo di portare le storie motoristiche per le strade? Ossia perché non dar vita ad una associazione di appassionati che voglia anche riportare i nostri strumenti in concerto?

Gli amici mi hanno detto: si può fare, e ci siamo messi in movimento per coinvolgere bande, appassionati, collezionisti e, naturalmente, i musicisti che non vogliono dimenticarli.

La prima ricognizione avviata ha consentito di individuare un numero consistente di strumenti Tito Belati e di proprietari ansiosi di ascoltarli. Spesso questo è più semplice di quanto non si pensi!

Ora li stiamo classificando per verificarne autenticità e condizioni affinché ciascuno strumento possa avere un proprio riconoscimento rilasciato dal Registro.

cultura2Nel frattempo, all’interno del Registro, è nata la Scuderia musicale denominata Ottoni Storici Tito Belati con il compito di eseguire le esibizioni dal vivo e di stimolare l’interesse delle giovani generazioni a vivere il ricordo. I nostri musicisti ed i nostri compositori si impegneranno su questo fronte culturale con entusiasmo.

Un piccolo libro ma importante che spiega tutto sul dammuso  la sua storia e il suo restauro che meriterebbe di essere ripubblicato cosa che faremo nel nostro piccolo nel prossimo numero.

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Giugno 2016

Un libro che vale la pena di leggere e un suggerimento anche per chi non è studioso.                           

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cultura2Ernesto Di Mauro è professore di biologia Molecolare a l’università la “Sapienza” di Roma.

Ha sempre studiato il materiale ereditario, la sua forma e la sua struttura la sua capacità di codificare segni e significati, l’eleganza e il rigore della trasmissione dei messaggi genetici. E’ profondamente in favore della ricerca pura e impaurito dalla leggerezza con cui si modificano geneticamente gli organismi, dalla perdita della biodiversità. Si è occupato di epistemologia del DNA, cercando di definire un approccio per valutare la portata esistenziale della genetica  molecolare.  Uno studioso per certi versi intrigante con le sue ricerche sul senso della vita, ma per quanto ci riguarda anche un amico de “il panteco”.

 

(una annotazione. A pag 32sull’onda che in qualche modo ci riguarda) Il 31 aprile del 1834 Scott Russel, ingegnere scozzese, stava osservando una coppia di cavalli che trascinava un battello lungo il canale che va da Edimburgo  a Glasgow. D’un tratto il battello si blocca e l’acqua forma un’onda che comincia a muoversi in avanti. Professionale e curioso, Scott sale a cavallo e galoppa al fianco di quell’onda singola che continuava a spostarsi senza cambiare nè altezza nè velocità, senza dividersi e senza sfrangiarsi. Poi l’onda, quasi all’improvviso come s’era formata, dopo due miglia si spegne. Da quell’osservazione è nato lo studio delle onde solitarie, il cui comportamento è descritto dalla soluzione di un particolare tipo di equazioni non lineari. Questo tipo di soluzione , e l’onda stessa, si chiama “solitone”.

E ci permettiamo un’osservazione spiritosa e stiupidina: un’isola come Pantelleria è ovviamente assediata da “solitoni”.   

Maggio 2016

Forse per meglio comprendere quanto sta accadendo nel Mediterraneo, soprattutto nel nostro canale, tra cristianità e islam potrebbe essere utile rileggere i “Corsari del Canale di Sicilia”.

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A Pantelleria presso la libreria Valenza.

 

Direttamente dal ristorante Girarrosto di Milano in corso Venezia la filopante Simona Donzelli rivisita la cucina pantesca.

Stracotto alla Toscana

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Ingredienti per 6 persone

 

kg. 1.5 di polpa di manzo (codone o scamone)

g.   150 di pancetta tesa

2     foglie d’alloro

2     spicchi d’aglio

1     cipolla

1     scalogno

2     carote

1     costola di sedano

1     rametto di salvia e 1 di rosmarino

1     ciuffo di prezzemolo

g.    50 di concentrato di pomodoro

1     litro di chianti

1     litro di brodo

g.    100 di funghi secchi ammollati

1     litro di brodo

Farina bianca q.b.

Sale & pepe q.b.

Olio extravergine

 

 

 

Steccare la carne con listarelle di pancetta e infarinarla bene,poi farla rosolare nell’olio insieme agli odori e le verdure tagliate a piccoli pezzi, lasciando da parte i funghi secchi che avrete già mmollato.

Salare ,pepare e aggiungere il vino.

Far cuocere fino a ridurre di due terzi il vino,unire la salsa di pomodoro, aggiungere il brodo e

cuocere lentamente per due ore circa; a metà cottura aggiungere i funghi.

Servire la carne tagliata a fette non molto sottili, accampagnata dal fondo di cottura che avrete passato al setaccio.

Contorni consigliati: polenta,cipolline brasate e purea di patate!

 

Buon Appetito!Simona

 

Aprile 2016

Michele Cossyro artista maestro pantesco dal 3 al 24 marzo a Roma ha presentato le sue  opere Black Holes:

 

 

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Nella medesima occasione  è stato presentato il volume “Blach Holes” (edizione Kappabit) che ripercorre la storia dei “Buchi neri” nell’opera di Michele Kossiro dal 1984 ad oggi.

 

Direttamente dal ristorante Girarrosto di Milano in corso Venezia la filopante Simona Donzelli rivisita la cucina pantesca.

  Stinco di maiale con fagioli cannellini all’uccelletto

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Ingredienti per 4 persone:

4 piccoli stinchi di maiale per un peso    totale di ca. 1,5 kg/ 2,0

3 spicchi d’aglio

1 piccola cipolla

1 costa di sedano

1 carota

Erbe:1 rametto di timo, 2 di rosmarino, 1 di maggiorana, qualche foglia di salvia e 2 di alloro

Olio extra-vergine d’oliva q.b.

Un bicchiere di Marsala o Passito di Pantelleria

1 litro scarso di brodo già salato

Sale e pepe q.b.

800 g di fagioli cannellini freschi

Olio extra-vergine d’oliva q.b.

3 spicchi d’aglio più una testa intera

2 rametti di rosmarino

Un rametto di salvia

300 g di pomodori pelati

50 g di lardo

Un ciuffo di prezzemolo tritato, sale&pepe Q.B.

Mettere in un tegame l’olio, gli spicchi d’aglio le verdure a tocchetti e tutte le erbe, fare rosolare bene gli stinchi (solo pepati) a fiamma vivace, quindi bagnare con il Marsala o con  il Passito e lasciare evaporare. Aggiungere il brodo bollente un po’ per volta  e passare il tegame nel forno già caldo, a 180 gradi. Coprire con un foglio d’alluminio e di tanto in tanto girare e bagnare gli stinchi con il loro sugo. Durante l’ultima mezzora di cottura togliere l’alluminio per far colorire gli stinchi ,bagnandoli  sempre  con il loro sugo.

Tempo di cottura un’ora e mezza.

Servire gli stinchi interi con il loro sugo.

In 3 litri d’acqua, a freddo, far lessare a fuoco lento i fagioli .( che avrete lasciato in ammollo per 12 ore)con 2 cucchiai d’olio, la testa d’aglio e la salvia per circa45minuti. In un tegame rosolare nell’olio tre spicchi d’aglio,illardotagliatoafettine, 2ramettidirosmarinoeunirei pomodori e il prezzemolo. Salare, pepare e lasciar cuocere per 15 minuti.

Aggiungere i fagioli scolati e terminare la cottura in 10 minuti.

PS se non trovate il lardo(sicuramente da Vecchione c’è)potete usare la pancetta stesa!

Marzo 2016

Un lettore ci trasmette un suo interessante lavoro nel quale si parla anche di Pantelleria. Ne    pubblichiamo alcuni brani riguardanti la nostri isola e che ben raccontano come era la vita agricola in tempi neppure troppo antichi. Diciamo tra le due guerre.

3. Orizzonti mobili

culturaBrucia la luna n’cielu e ju bruciu d’amori, focu ca si consuma come lu me cori l’anima chianci addulurata non si da paci ma cchi mala nuttata. Lu tempu passa ma non agghiorna, non c’è mai suli s’idda non torna.

N. Rota, G. Rinaldi, Brucia la terra, 1974.

 

“Il piroscafo passa accanto alle isole pelagie di Favignana, il mare è sereno, sono circa le20, il cielo è stellato con la luna piena, mi metto a girare il piroscafo che non avevo mai visto, era incantevole, di tanto in tanto si vedevano le luci accese di qua e là, erano pescherecci che pescavano. Dopo tre ore di navigazione, già eravamo in pieno Canale di Sicilia, non si vedeva più né la costa della Sicilia e neppure Pantelleria, ma soltanto acqua e cielo e di tanto in tanto sbucavano dall’acqua grossi pesci chiamati “feri” che seguivano il piroscafo per cibarsi delle immondizie che la nave gettava in acqua. Dopo un’ora circa di navigazione in pieno mare, ecco qualcuno che grida. Luce all’orizzonte, è la lanterna di Pantelleria. Man mano che ci avvicinavamo sempre di più, scorgevamo un’alta montagna come una macchia nera, cominciavano ad apparire le prime luci delle case, le piccole luci a petrolio delle case di campagna, che era già spuntata l’alba e i contadini si preparavano a recarsi al lavoro. Alle cinque del mattino il piroscafo dà alla fonda nel fondale, in quanto non esisteva banchina per approdare, suona la sirena ed ecco che vengono i barcaioli con le autorità di pubblica sicurezza e salgono a bordo per il rito di identità dei passeggeri. Subito dopo incominciammo a scendere per la scala e venivamo sistemati nella barcache doveva portarci a terra”.77

Una volta sbarcato nel porto di Pantiḍḍṛaría, Francesco si diede da fare per trovare una sistemazione.78 Dopo aver affittato una camera umida e malmessa (gurbínu) nei pressi del castello

Barbacane alla modica cifra di 10 lire al mese (circa 41 euro attuali) ed essersi guardato in giro per

qualche giorno, trovò lavoro in contrada Mursìa come bracciante in una vigna per 1,50 lire al giorno.79

In quel periodo, la campagna “era tutta coperta di verde essendo il mese di novembre, i prati recintati di muri di pietra erano coperti di erba e le piante di vite avevano ancora le foglie, mentre quelle di fichi d’India erano cariche di frutti. L’isola produceva uva zibibbo di esportazione, uva passita come malaga, bionda e vino moscato di esportazione, più capperi in molta quantità.80 Oltre a lavorare gli uomini come braccianti della terra, per circa sei mesi all’anno, lavoravano anche le donne presso le molte piccole industrie e stabilimenti, dove confezionavano l’uva passita in cassette da esportazione, più la sgrappolatura (i coccia) dell’uva passita che veniva fatta a domicilio, dove potevano lavorare tutti in famiglia dai bambini ai vecchi pagati a cottimo. Ogni chilo di sgrappolato veniva pagato 20 centesimi (si sgrappolavano 50 chili al giorno). Con il mese di maggio, iniziava la raccolta dei capperi, anche questo lavoro era pagato a cottimo (a “pisa” che era di quattro chili) e durava fino al 15 agosto. I contadini, oltre ai loro campi ricchi di uva e capperi, tenevano le mucche da latte e vitelli che esportavano a Tunisi e in Sicilia”.81

Il paesaggio di Pantelleria, oltre che dallo splendido panorama marino (l’Arco dell’elefante), è caratterizzato dalla presenza di terrazzamenti realizzati in pietra a secco, dai dammusi e da colture protette dal vento e dalla salsedine da fabbricati cilindrici in pietra lavica chiamati “giardini panteschi”.82 Accanto agli agrumi, agli ulivi, agli alberi da frutto e ai capperi, l’altra grande risorsa agricola dell’isola è rappresentata dalla vite e dall’uva Zibibbo. Questo vitigno, il cui nome deriva forse dal promontorio di Capo Zebib in Tunisia, è stato introdotto in Sicilia dagli Arabi. La conquista e la colonizzazione dell’isola da parte degli Arabi, avvenuta a partire dalla metà del IX secolo, ha lasciato segni molto evidenti: agli Arabi si deve l’introduzione di nuove colture (cotone, agrumi, gelso, canna da zucchero) e di nuovi metodi di coltivazione. In questo periodo, infatti, l’agricoltura diventa la principale risorsa dell’economia pantesca, e fondamentale sarà, da allora, la tradizione contadina. Numerose sono le testimonianze che questo popolo ci ha lasciato, a cominciare dai nomi di molte contrade di chiare origini arabe o berbere, come: Kamma, Bukkuram, Kattibugale, Benikulà. Monumenti rappresentativi dell’eredità araba sono i “dammusi”

e gli abitati della vecchia città nel centro principale, una vera Kasbah con vicoli stretti e case addensate, dai tetti a volta e cortili nascosti (medina)”.84

Da metà gennaio in avanti, i braccianti presenti sull’isola iniziavano a lavorare con regolarità, perché cominciava “la zappa ai vigneti” e la richiesta di manodopera aumentava sensibilmente. In estate il contadino pantesco, oltre a sistemare i grappoli di zzibíbu nelle gabbiette per l’esportazione, trasportava una parte del raccolto da essiccare nello stenditoio per la malaga o la bionda (due varietà di uva passita). I lavori in campagna non finivano mai: terminata la vendemmia e le varie fasi di lavorazione per ottenere il moscato e il passito, si scutolavano i fichi d’india per favorire la maturazione dei tardivi bastarduni,85 si raccoglieva il legname; si seminavano le piante di legumi negli spazi compresi tra i filari delle viti; si riparavano gli attrezzi agricoli, si fabbricavano i panara (cesti da pane) e gli ornamenti per gli animali da soma, tra i quali va ricordato l’asino di Pantelleria.

Anche la donna, durante il corso della giornata, non aveva molto tempo per fissiarisilla: dopo aver preparato all’alba il pranzo (pane, pesce essiccato e tuma) che il marito avrebbe consumato al campo, doveva rassettare la casa, lavare e sténniri la biancheria, rammendare gli abiti sdruciti, accudire gli animali, badare all’orto, preparare il pane di casa, le conserve di fichi, mettere le olive in salamoia, fare l’estratto di pomodoro da conservare nel ğğarrúni (recipiente di terracotta), preparare la marmellata di zibibbo, aiutare il marito nei lavori agricoli, cucinare e, durante le festività natalizie, cuocere i mustazzola, biscotti con ripieno di vino cotto o miele e le squadate, a base di farina, semola e giuggiolena (sesamo).87

Finito di travagghiari, il contadino pantesco si prendeva una pausa. Uno dei punti di incontro era rappresentato da u cìrculo dove si poteva ballare, chiacchierare oppure iukari abbinčipérdì o ad altri giochi di carte con gli amici.88 A Pantelleria vi erano “circoli” per tutti i ceti e per tutte le tasche. In città vi erano i più celebri, tra i quali vanno ricordati il Circolo Cossyra frequentato dai più facoltosi, il Circolo Marina e Commercio aperto ai marinai e ai commercianti, il Circolo Giovanile e quello degli Operai. Numerosi circoli esistevano anche nelle varie frazioni o contrade dell’isola: a Scauri, ad esempio, c’erano il Circolo Unione e il Circolo Agricolo fondato nel 1882, a Rekhali il Circolo Roma e il Circolo Dante a Khamma (dall’arabo qam’ah, luogo sempre ombreggiato, oppure da hαammah o hãmmah, bagno).89 Ed è proprio in uno di questi circoli che Francesco vide ballare Angela per la prima volta.

 

 

Direttamente dal ristorante Girarrosto di Milano in corso Venezia la filopante Simona Donzelli rivisita la cucina pantesca.

 

Stracotto alla Toscana

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Ingredienti per 6 persone

 

kg. 1.5 di polpa di manzo (codone o scamone)

g.   150 di pancetta tesa

2     foglie d’alloro

2     spicchi d’aglio

1     cipolla

1     scalogno

2     carote

1     costola di sedano

1     rametto di salvia e 1 di rosmarino

1     ciuffo di prezzemolo

g.    50 di concentrato di pomodoro

1     litro di chianti

1     litro di brodo

g.    100 di funghi secchi ammollati

1     litro di brodo

Farina bianca q.b.

Sale & pepe q.b.

Olio extravergine

 

Steccare la carne con listarelle di pancetta e infarinarla bene,poi farla rosolare nell’olio

insieme agli odori e le verdure tagliate a piccoli pezzi, lasciando da parte i funghi secchi

che avrete già ammollato.

Salare ,pepare e aggiungere il vino.

Far cuocere fino a ridurre di due terzi il vino,unire la salsa di pomodoro, aggiungere il brodo e cuocere lentamente per due ore circa; a metà cottura aggiungere i funghi.

Servire la carne tagliata a fette non molto sottili, accompagnata dal fondo di cottura che avrete passato al setaccio.

Contorni consigliati: polenta,cipolline brasate e purea di patate!

Buon Appetito!Simona

 

Febbraio 2016

Un lettore ci trasmette un suo interessante lavoro nel quale si parla anche di Pantelleria  e che  nei prossimi numeri  pubblicheremo alcuni brani riguardanti la nostri isola.

Spett.le redazione, desidero inviarvi in allegato un mio breve saggio intitolato “Un viaggio lungo un secolo. Terre promesse, terre perdute”.

Questo piccolo contributo storiografico, dedicato alla mia famiglia, originaria (in parte) di Pantelleria, è stato pubblicato insieme ai racconti di altri autori all’interno del libro “Tra mezzanotte e l’alba. Viaggiando nella vita senza guardarsi indietro”, edito dalla casa editrice Della Vigna nel dicembre del 2015.

Il saggio ha per oggetto “il viaggio” (1856-1960) intrapreso dalla famiglia De Filippis- Consolo e le vicende (a volte romanzate) di alcuni suoi protagonisti.

I luoghi citati nella narrazione sono Arpino, Roma, Pantelleria,Tunisi, Radès, Milano. Mi farebbe molto piacere se poteste darci un’occhiata ed eventualmente recensire il “pezzo”

sulla vostra rivista on-line.

Certo di un vostro cortese riscontro, colgo l’occasione per augurare a tutta la redazione un felice 2016.

Cordiali saluti,

dott. Maurizio De Filippis

https://www.linkedin.com/in/mauriziodefilippis

http://www.edizionidellavigna.it/collane/FC/TraMezzanotteEAlba.htm

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Direttamente dal ristorante Girarrosto di Milano in corso Venezia la filopante Simona Donzelli rivisita la cucina pantesca.

                       Torta di mele

Ingredienti

150 gr.  di farina 00

150 gr.  di zucchero semolato

1 bustina di lievito per dolci

4 uova intere

8 cucchiai da minestra di olio di semi

6 mele

1 cucchiaio da minestra di Rum

 

 

 

 

In un recipiente sbattere con forza le uova con lo zucchero, la farina, il lievito, l’olio di semi e il Rum. Deve risultare una crema soffice ma consistente.

Dopo aver sbucciato e tolto il torsolo alle mele, tagliarle a fettine abbastanza sottili e aggiungerle alla crema; girare il tutto bene ma  con delicatezza.

Ungere la tortiera con un cucchiaio di olio di semi e riempirla con l’impasto.

Cuocere in forno a 170 gradi  per circa  30/40 minuti.

Quando la torta è fredda spolverarla con lo zucchero a velo, servirla con del gelato alla crema.

Buon Appetito Simona

 

 

 

 

 

Gennaio 2016

La Banda dei fratelli Ribera

Nel libro Viva ‘o Rre / Dalla conquista del Sud alla guerra per bande” di Orazio Ferrara, Capone Editore, Lecce, 2015 (di cui abbiamo dato notizia il mese scorso) e che è la riedizione riveduta e ampliata di un agile pamphlet,edito nell’ormai lontano 1997, dall’impostazione sfacciatamente filo-borbonica, come dichiara apertamente fin da subito l’autore, ma anche con una puntigliosa aderenza alla verità storica, troppo spesso e per lungo tempo mistificata a paludati storici di professione, quando hanno scritto del Sud nel periodo risorgimentale. C’è un capitolo anche su Pantelleria in riferimento alla banda legittimista dei fratelli Ribera. Qui di seguito ne diamo un estratto:

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“… fanatismo di cui invece è fin troppo permeata l’ala dura della sua parte, decisa a finirla, una volta per tutte con gli irriducibili filo-borbonici. Cosa d’altronde già tentata, con metodi sanguinari, nel 1848 e non riuscita soltanto grazie al coraggioso comportamento di quel “macigno d’uomo” (così il D’Aietti) che rispondeva al nome di don Vito Salsedo, capitano della Guardia Nazionale, il quale era riuscito “a frantumare la mareggiata criminale” letteralmente sterminando l’ala radicale ed oltranzista della sua stessa parte politica: ala largamente inquinata da malavitosi comuni, che avevano iniziato la “liberazione” dell’isola con la decapitazione del Delegato borbonico, Federico Nedele.

L’episodio per la sua efferatezza merita di essere raccontato perché la dice lunga sui metodi usati da certi personaggi, che poi saranno definiti tout court dei “buoni patrioti” dell’Unità d’Italia. Federico Nedele, che era anche Capo Urbano per mancanza di locale Gendarmeria, era particolarmente odiato dai delinquenti del posto in quanto molti di essi erano stati da lui pubblicamente puniti ‘u chianunicu (oggi piazzetta Garibaldi, e vi pareva che altro nome si poteva scegliere?). La punizione consisteva in una razione di “lignate” sul sedere denudato del reo adagiato su uno sgabello; più che il dolore era lo scorno, davanti a tutti, a demolire l’arroganza e la tracotanza del malavitoso.

Questo spiega perché una parte dei rivoltosi prese di mira il Nedele. Ai primi di marzo del 1848 essi decisero di mettere in esecuzione il loro piano di vendetta. Intanto Federico Nedele, conscio del pericolo che correva, si era da qualche tempo barricato in casa con armi e abbondante polvere da sparo. Era deciso a vendere cara la pelle, e i suoi nemici sapevano bene che un assalto diretto alla casa sarebbe costato loro caro, molto caro, considerato il coraggio dell’avversario che avevano di fronte. Per evitare tale eventualità si ricorse, come sempre, all’inganno e al tradimento. Si prestò all’infame piano un notabile del paese assai in vista, conosciuto quale amico dal Nedele e che peraltro per il passato il Capo Urbano aveva anche beneficiato. Ingratitudine umana! Dunque questo individuo bussò al portone di casa, dicendo che portava un importante messaggio da comunicare. Scese ad aprire il giovane Giuseppe, fratello uterino di Federico, e all’istante fu freddato a bruciapelo dai colpi di fucile, sparati dagli uomini che erano nascosti dietro il “notabile”. Gli assassini fecero poi di corsa la breve scalinata e si gettarono addosso a Federico ancora sconcertato, infine con un grosso spadone, che avevano portato appunto per la bisogna, gli staccarono di netto la testa dal busto. Il corpo esanime cadde tra le braccia della sventurata madre inorridita, che seduta stava lavorando a maglia e che nella concitazione fu malamente ferita ad un occhio (perdendolo) dalla punta dell’uncinetto che aveva in mano.

 

Direttamente dal ristorante Girarrosto di Milano in corso Venezia la filopante Simona Donzelli rivisita la cucina pantesca.

Latte Portoghese

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Crème caramel

 

1 litro di latte fresco intero

8 uova intere

1 stecca di vaniglia

8 cucchiai da minestra di zucchero

La scorza( intera) di un limone

 

Per il caramello:

200 grammi di zucchero

Acqua Q.B.

 

 

 

Far bollire il latte con la scorza di limone e la vaniglia tagliata per il lungo.

Abbasso il gas al minimo al momento dell’eboollizione che durerà 5 minuti.

Preparare lo zucchero caramellato e metterlo in uno stampo.

 

In una terrina sbattere bene con la frusta le uova con lo zucchero,unire il latte ormai tiepido passato al colino ; versare il composto nello stampo e cuocere a bagnomaria in forno per circa 40 minuti .

 

Buon Appetito! Simona

Dicembre 2015

“Viva ‘o Rre / Dalla conquista del Sud alla guerra per bande” di Orazio Ferrara, Capone Editore, Lecce, 2015

Il libro è la riedizione riveduta e ampliata di un agile pamphlet,edito nell’ormai lontano 1997, dall’impostazione sfacciatamente filo-borbonica, come dichiara apertamente fin da subito l’autore, ma anche con una puntigliosa aderenza alla verità storica, troppo spesso e per lungo tempo mistificatada paludati storici di professione, quando hanno scritto del Sud nel periodo risorgimentale.

2015-11-30_1418_001Gli argomenti spaziano dal “Sud liberato”, ovvero di quando si fucilavano, a migliaia, i cafoni meridionali perché, “testardi e rozzi”qual erano, non volevano sentir ragione di essere “liberati dalla tirannia dei Borbone”; alla guerra per bande, in nome di re Francesco, di uomini come Antonio Cozzolino detto il Pilone, spacciato sbrigativamente per il solito brigante tagliagole, mentre in realtà era un vero e proprio antesignano di quella figura di “combattente politico”, che tanta importanza avrà negli eventi bellici del Novecento.

Dalla battaglia di Calatafimi, una battaglia che le armi napolitane non dovevano assolutamente vincere, e infatti non la vinsero, benché gli splendidi Cacciatori napoletani dell’VIII battaglione avessero ormai la vittoria in pugno.

Ci pensò il loro generale, il Landi, a sconfiggerli, facendo suonare la ritirata generale. Di quei magnifici soldati lo stesso Garibaldi ebbe a scrivere subito dopo “I Napoletani si batterono da leoni, e certamente non ho avuto in Italia combattimento così accanito, né avversari così prodi”; alla parte “Documenti”, in cui sono riportate le pagine dei diari del diplomatico e patriota italiano Pietro Chevalier, uomo di fiducia dello stesso Cavour e forse adombrato dallo scrittore Tomasi di Lampedusa nella figura dallo stesso nome, Chevalier, che ritroviamo in quello stupendo affresco storico, irriverente ed impietoso del nostro Risorgimento, che fu quell’opera letteraria de Il Gattopardo. E’questo Chevalier a rivelarci gli squallidi e meschini retroscena di come fu fatta l’Unità d’Italia e dei personaggi che si piccarono di farla, personaggi spesso da operetta e qualche volta anche un po’ cialtroni. (Nel prossimo mese si parlerà anche di Pantelleria e fratelli Ribera) 

 

Direttamente dal ristorante Girarrosto di Milano in corso Venezia la filopante Simona Donzelli rivisita la cucina pantesca.

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Ingredienti per 4/6 persone:

Un cappone di circa 1,800 grammi già eviscerato

I fegatini del cappone sminuzzati

200g di fesa di vitello macinata

200g di lonza di maiale macinata

100 g di luganega o salsiccia senza finocchietto

4 fette di pane in cassetta, ammorbidite nel latte

Un tuorlo d’uovo

50 g di parmigiano grattugiato

15 marroni bolliti e mondati

Qualche foglia di salvia

Un rametto di rosmarino    2 spicchi d’aglio

Un ciuffo di prezzemolo tritato    Un bicchiere di vino bianco

2 bicchieri di brodo di carne salato    Olio extra-vergine d’oliva q.b.

Sale e pepe q.b.   Ago e spago da cucina

 

Procedimento:

Amalgamare in una terrina la fesa e la lonza tritate, i fegatini sminuzzati, la salsiccia sgranata e privata della pelle, il pane bagnato nel latte,le castagne lessate e passate al passaverdure, il tuorlo, il parmigiano, il prezzemolo; salare e pepare. Con l’impasto ottenuto farcire il cappone e cucire la fessura. Legare le zampe insieme, far passare poi lo spago intorno alle cosce, fino a fermarlo con un nodo sul dorso, sopra le ali.

In una casseruola far rosolare il cappone con l’olio, la salvia, il rosmarino e l’aglio. Quando avrà preso colore aggiungere il vino e lasciarlo evaporare tutto, poi versare il brodo bollente e coprire con un foglio d’alluminio. Proseguire la cottura a 200 gradi nel forno già caldo, per un’ora e mezza circa, bagnando di tanto in tanto con il suo sugo. Togliere la carta stagnola 20 minuti prima della fine della cottura, per lasciar colorire il cappone.

 

Contorno consigliato: purea di mele e pasticcio di patate e pere gratinate al forno.

A tutti gli amici di Pantelleria gli auguri più affettuosi  per il Santo Natale

Novembre 2015

Salto di qualità per il filopante Franco Rota Candiani.

 

Los scorso 21 ottobre alle ore 18 presso  l’antico refettorio di piazza Bertarelli 4 a Milano, Philippe Daverio e Marco Teseo hanno presentato, a un folto e competente pubblico, la mostra “luce del Sud”  dove sono esposte le più recenti opere di Franco Rota Candiani realizzate per lo più nella luce di Pantelleria. Immagine2

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Direttamente dal ristorante Girarrosto di Milano in corso Venezia la filopante Simona Donzelli rivisita la cucina pantesca.

  Caserecce con salsiccia e broccoletti

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Ingredienti per 6 persone

500 gr. di pasta “le caserecce”

600 gr. di broccoletti puliti

400 gr. di salsiccia senza finocchietto

2 scalogni

40 gr. di uvetta sultanina

80 gr. di ricotta siciliana stagionata grattugiata

1 bicchiere di vino bianco

q.b.  sale&pepe q.b.

q.b.  olio extravergine d’oliva

Ammollate nel vino bianco l’uvetta per una ventina di minuti,dividete i broccoli in cimette e gambi che taglierete a piccoli pezzi, cuoceteli insieme alle cimette in una pentola con abbondante acqua salata per 2 o 3 minuti.

Scolateli con un mestolo bucherellato conservando l’acqua di cottura.

Togliete la pelle alla salsiccia,sgranatela a pezzi grossolani, sgocciolate l’uvetta conservando il vino.

Mentre riportate a ebolizione l’acqua di cottura fate rosolare in una pentola antiaderente con l’olio gli scalogni finemente tritati,dopo 4/5 minuti unite la salsiccia,cuocete ancora qualche minuto, irrorate con il vino  bianco e lasciate evaporare.

Unite  le cime e i gambi dei broccoletti, l’uvetta,salate e pepate,proseguire la cottura  per pochi minuti mescolando con un cucchiaio di legno.

Nel frattempo avrete cotto la pasta,scolatela al dente,versatela nella padella con il sugo preparato, fatela insaporire aggiungendo metà della ricotta grattugiata girandola bene sempre con il cucchiaio di legno.

Servitela spolverizzandola con il resto della ricotta grattugiata.

 

Buon Appetito Simona

Ottobre 2015

Gian Antonio Stella e Aldo Cazzullo, due penne prestigiose, eccezionalmente hanno presentato i loro libri a Pantelleria

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Direttamente dal ristorante Girarrosto di Milano in corso Venezia la filopante Simona Donzelli rivisita la cucina pantesca.

 

Gnocchi di patate

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Ingredienti per la ricetta base

per 4 persone

 

1 kg di patate pasta gialla

300g di farina 00

noce moscata qb

sale qb

1 uovo

 

 

Dopo aver lavato bene la patate con la buccia lessatele in abbondante acqua salata.

Scolatele leggermente al dente, pelatele e passatele subito, ancora calde, allo schiaccia patate, facendole cadere sulla spianatoia dove avrete messo 250 grammi di farina.

Insaporitele  con una grattatina di noce moscata e aggiungete un uovo, poi, aiutandovi con una spatola, impastate tutti gli ingredienti lavorandoli velocemente formando un impasto morbido che dividerete in 4 o 5 parti con cui, sulla spianatoia infarinata, formerete  altrettanti filoncini da tagliare a tocchetti.

Passate infine ogni tocchetto con una delicata pressione del pollice sui rebbi di una forchetta o sul retro della grattugia per dare agli gnocchi la forma che più si desidera.

Lessateli in abbondante acqua salata togliendoli delicatamente con il mestolo forato appena verranno a galla, quindi conditeli con il sugo che preferite, versateli nel piatto da portata e serviteli caldi.

Alla ricetta base si potranno aggiungere nell’impasto spinaci lessati e passati per farli verdi e servirli con il gorgonzola oppure la zucca passata e servirli al burro e salvia.

 

Buon Appetito Simona

Settembre 2015

IL mulo soldato e l’asino di Pantelleria

cult1di Ferruccio Formentini per la manifestazione tenutasi il 16 giugno in occasione della commemorazione della 1ma Guerra Mondiale all’Università degli stranieri di Perugia.

 

Segue dalla precedente puntata

 

Domanda d’obbligo  a questo punto, come nasceva il mulo frutto contro natura dell’amore di un asino per  una cavalla?  Un ruolo determinante l’ha avuto il suo papà: l’asino di Pantelleria già noto fin  oltre un secolo prima di Cristo per la sua insolita forza. Un asino nato dalla fusione tra l’asino nordafricano e quello siciliano. Ovvero un asino punico-sicano. Un asino robusto, alto al garrese 124 cm, la femmina ancora più robusta raggiungeva addirittura i 140 cm, particolarmente intelligente, con un torace molto sviluppato, arti molto robusti e zoccoli forti che non richiedevano ferratura ma sopratutto in  grado sviluppare una alta velocità in discesa anche tra i ciottoli grazie alla naturale andatura ad ambio che aveva un grande vantaggio non facendolo oscillare, e infine una elevatissima sopportazione alle condizioni estreme di disagio incluso la resistenza alla sete. Queste sue caratteristiche gli fecero ben presto universalmente guadagnare la patente di “soma per produzione mulina”. La femmina molto più forte restava invece destinata ai lavori nei campi di Pantelleria mentre il maschio appena raggiungeva la maturità partiva per i centri zootecnici di produzione di muli. Incredibilmente  il probabile segreto sogno erotico di

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