Storia

Giugno 2018

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Maggio 2018

Aprile 2018

Marzo 2018

Febbraio 2018

Gennaio 2018

Dicembre 2017

Novembre 2017

Ottobre 2017

Settembre 2017

Dal libro di Ferruccio Formentini Pantelleria

IRRANIM (3)(segue)

segue

Agosto 2017

Dal libro di Ferruccio Formentini Pantelleria

IRRANIM (2)  (segue)

 

 

Luglio 2017

Dal libro di Ferruccio Formentini Pantelleria

(segue)

Giugno 2017

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Maggio 2017

Un libro che racconta di storie mai scritte e le verità mai del tutto disvelate sulla piazzaforte di Pantelleria nell’ultimo conflitto mondiale.

 

Orazio Ferrara

– Pantelleria 1938 – 1943 / Cronache dalla Piazzaforte –

IBN Editore, Roma, 2017

350 pp., con numerose foto inedite

e-mail: info@ibneditore.it

Dalla Nota introduttiva dell’autore:

“Questo libro giunge a compimento di una promessa. Una promessa fatta nell’azzurro dei sogni di un ragazzo. Una promessa vecchia o forse giovane di più di cinquant’anni. Di episodi della guerra e dei bombardamenti di quella tragica estate del 1943 a Pantelleria sono costellati i ricordi della mia infanzia. Ne parlava mio padre, uno degli sfortunati difensori dell’isola, che al momento della resa pianse lacrime amare. E quelle lacrime ancora mi bruciano.

Ne parlava mia madre e ancora negli occhi si leggevano le ore terribili e angosciose, vissute sotto i bombardamenti con mia sorella piccola di meno di due anni, piangente a dirotto, attaccata al collo. E ancora pensava al suo sposo, di fazione a Villa Silvia, sopra un deposito sotterraneo di carburanti per la Regia Marina. Per lui una scintilla, una sola scintilla, in quell’inferno di ferro e fuoco scatenato dagli Alleati, e non ci sarebbe stato più futuro.

Ne parlavano i miei nonni materni, che avevano visto polverizzato in pochi istanti il patrimonio di case e averi, accumulato con pazienza e lavoro nel corso dei secoli dai loro avi. Ne parlava mio zio, milite della MILMART, sepolto vivo per decine di ore alla batteria di Cuddie Rosse, a Mursia, dopo un bombardamento. E gli occhi ancora terrorizzati descrivevano, meglio di ogni altro discorso, la terribile paventata fine di un “sepolto vivo”.

Ancora alla metà degli anni Sessanta del secolo appena trascorso la guerra a Pantelleria non era passata del tutto. Con le bombe sui fondali delle coste, le macerie calcinate che ancora la facevano da padrone, con i bunker con le loro strette feritoie, aperte e minacciose come nere occhiaie. Con i racconti dei miei e della gente che parlavano ancora con la morte nel cuore”.

 

Aprile 2017

Il tramonto della marineria della Grande Cossyra

 

di Orazio Ferrara

(segue dalla puntata precedente)

Ed è ciò che accade, per la malasorte dei Romani, in quella tragica giornata di mezzoluglio del 255 avanti Cristo.

Sul tipo di nave utilizzato dalla flotta da guerra della Grande Cossyra, fino a qualche decennio fa non si sapeva niente di niente. Si brancolava nel buio più completo. Poi, illuminante al riguardo, la straordinaria scoperta presso l’isola Lunga di fronte a Marsala, nell’anno 1969, di un relitto subacqueo di una nave del tempo delle guerre puniche, che autorevoli studiosi, confortati da prove di laboratorio, attribuiscono alla cantieristica dell’isola di Pantelleria.

Gli studi più approfonditi su questo relitto, conosciuto nel mondo dell’archeologia col nome di Nave punica di Marsala e che, una volta ripescato, è stato sottoposto ad idonei processi di conservazione e di consolidamento, si devono alla studiosa Honor Frost della British School di Roma. Attualmente i resti dello scafo sono esposti al pubblico nel Museo Regionale di Capo Lilibeo (Boeo) presso Marsala.

 L’analisi al radio-carbonio (C14) ha indicato quale presumibile data del naufragio circa la metà del III secolo a. C., ricadente quindi in un arco temporale coincidente con le fasi della prima guerra punica. Sulla nazionalità dell’imbarcazione sembra non esservi dubbio alcuno. Le lettere dell’alfabeto fenicio-punico, dipinte di nero sul fasciame in legno di pino, parlano chiaro. Essa appartiene al mondo punico. La stessa indicazione danno i triangoli neri disegnati sul medesimo fasciame, che rimandano a talismani punici, tra cui il segno di Tanit. In quest’ultimo caso dovremmo essere in presenza di un’ulteriore prova che la nave sia opera dei cantieri cossyresi, infatti nell’isola è assai diffuso, quale talismano, l’uso del segno magico di Tanit, tanto da imprimerlo perfino sulle monete e quindi, perché no, sulle navi.

La prova principe però che effettivamente la nave appartenga alla marineria di Cossyra e pertanto varata dai suoi cantieri, ci è data dalle pietre di zavorra ritrovate sul fondo della chiglia, quest’ultima realizzata in legno di acero. Sono pietre di origine vulcanica caratteristiche dell’isola di Pantelleria, come hanno dimostrato apposite analisi condotte al riguardo dal professor Georges Mascle di Grenoble. Interposta, tra la chiglia e le pietre di zavorra, è stata ritrovata, con funzioni di protezione, della ramaglia ancora verde di mirto, pistacchio, mandorlo; tutte piante che si ritrovano in Pantelleria e che, inoltre, daterebbero la costruzione dello scafo al periodo invernale.

Che le pietre di zavorra siano state deposte al momento del varo e non successivamente, ci viene rivelato dal fatto che alcune parti di queste pietre sono state ritrovate ancora inglobate in una specie di mastice resinoso bianco, usato per calafatare lo scafo. Tutto ciò indicherebbe una certa fretta nel lavoro delle maestranze cossyresi. Fretta evidenziata anche dal ritrovamento di trucioli e schegge di legno nel medesimo materiale resinoso, segno che nel momento in cui si calafatava e si zavorrava la nave, altri carpentieri ancora lavoravano alle sue sovrastrutture. Una fretta simile è indice sicuro di urgenti esigenze militari.

La rapidità di costruzione, favorita peraltro dal veloce assemblaggio del fasciame per via di lettere e segni dipinti sulle tavole da collegare, farebbe escludere di essere in presenza di una trireme, ma bensì di una nave da guerra del tipo Liburna. Una fondata ipotesi di ricostruzione mostra, infatti, un naviglio a remi dalla linea fortemente slanciato, di una lunghezza di circa 35 metri.

Questo tipo di nave, veloce e manovriero, imbarca non più di 100 uomini: 70 rematori (35 per lato), 25 soldati, 5 membri di equipaggio. Sembra che sia i rematori che i soldati imbarcati, nel momento dello scontro con il nemico, facessero abitualmente uso di droga, come si evincerebbe dai canestri con pani di hashish ritrovati sul relitto. Gli uni per non sentire la fatica della voga accelerata, gli altri per infondersi coraggio nell’assalto. Sempre sul luogo del relitto sono stati ritrovati  cordami, ancore, armi, diversi tipi di anfore per alimenti, piccole coppe e scodelle per porzioni singole, nonché resti di cibo (olive ed ossa, con evidenti segni di macellazione, di bue, maiale, agnello).

E’ concorde opinione degli archeologi, che l’affondamento della nave debba risalire alla primavera del 241 avanti Cristo e sia una conseguenza della grande battaglia navale, svoltasi nelle acque antistanti le isole Egadi tra la flotta romana e quella cartaginese. Di quest’ultima, ancora una volta, fanno parte navi di Cossyra. L’isola è probabilmente in fase di ripresa, vista l’alacrità con cui lavorano i suoi cantieri navali, e cerca la rivincita alla cocente sconfitta subita, circa quindici anni prima, nelle acque di Capo Ermeo. Ma il fato, anche questa volta, non è benigno con i cossyro-cartaginesi. Le quinquiremi romane fanno a pezzi l’armata navale nemica, affondando un centinaio di navi.

Una liburna cossyrese, malridotta nello scontro, cerca scampo puntando la prora in direzione della vicina Lilybeo, ancora in mani puniche e posta soltanto ad una ventina di minuti di navigazione. Sembra quasi farcela, quando improvvisamente affonda a pochissima distanza dalla costa amica.

Devono poi passare oltre due millenni, prima che il mare ci restituisca questa testimonianza della marineria della Grande Cossyra.

 

Fine

 

Marzo 2017

Il tramonto della marineria della Grande Cossyra

 

di Orazio Ferrara

 

Dei fasti di quel che fu, nel Mediterraneo antico, la splendida marineria da guerra di Pantelleria, o più esattamente di Cossyra (dal nome dato all’isola nel momento del suo massimo fulgore), un pallido riflesso resta nell’attuale stemma araldico del Comune: una nave da guerra di tipo punico. Il medesimo simbolismo è riportato anche nel gonfalone municipale.

Uno storico del passato quale l’Arpagaus, citato più volte dallo studioso locale del primo Novecento Brignone Boccanera, ci tramanda notizie di una potente flotta con centinaia di navi. Al di là di queste indubbie esagerazioni, una prova dell’esistenza di quel formidabile strumento marinaro, ci viene dalle arcaiche iscrizioni di un Triumphus navalis da parte di due consoli romani. I due consoli, comandanti in capo dell’armata navale romana, sono Servio Fulvio Nobiliore e Marco Emilio Paolo, i quali celebrano, ognuno per proprio conto e quindi in giorni separati, 20 e 21 gennaio dell’anno 254 avanti Cristo, la vittoria riportata l’anno precedente, il 255, contro una flotta collegata cossyro-cartaginese.

Ambedue le iscrizioni (V. Zonara VIII, 14) recitano De Cossurensibus et Poeneis – navalem egit, la cui libera traduzione è  “Riportò una vittoria navale sui Cossyresi e sui Cartaginesi“. Conoscendo l’usuale ed affidabile pignoleria con cui i Romani elencano, nei trionfi, i nomi dei popoli da loro vinti, è facile dedurre che le navi cossyresi, e quindi con equipaggi isolani, devono essere state in numero cospicuo nella flotta sconfitta.

 Del come si sia giunti a questa battaglia navale, è presto detto. Siamo al tempo della prima guerra punica, nella primavera del 255 avanti cristo, dopo che 15.000 legionari romani, al comando del console Attilio Regolo, vengono fatti a pezzi dall’esercito cartaginese nella piana presso l’odierna Tunisi. Quel che resta del corpo di spedizione romano si rifugia nella città fortificata di Aspida, detta dai Latini Clupea ed attualmente Kelibia. I Cartaginesi pongono quindi la città sotto stretto assedio.

Come sempre Roma non abbandona i suoi, malgrado l’umiliante sconfitta. Si dà pertanto ordine alla flotta, forte di ben 350 legni, di far vela immediatamente verso l’Africa. La guidano appunto i consoli  Servio Fulvio Nobiliore e  Marco Emilio Paolo.

Appena a conoscenza della notizia, i Punici allertano la loro flotta. Quest’ultima però risulta ancora falcidiata dalla tremenda batosta, subita l’estate precedente (256 a. C.), sempre ad opera dei Romani nei pressi di Capo Ecnomo in Sicilia. E’ giocoforza cercare l’aiuto della piccola, ma potente isola di Pantelleria, posta a solo 78 miglia marine dalla città di Cartagine. E’ ipotizzabile, per quel tempo, una flotta cossyrese di circa 50 navi da guerra, dato quest’ultimo congruente con il numero di combattenti (comprensivo anche dei marinai degli equipaggi) tramandatoci dall’Arpagaus.

Alla fine una flotta collegata di Cossyresi e Cartaginesi, forte di 200 unità navali, incrocia, per giorni, nel Canale di Pantelleria le acque antistanti le coste africane. Il contatto tra le due flotte nemiche avviene quasi certamente nel mese di giugno del 255. Quella romana, dopo aver costeggiato il litorale siculo, scende puntando direttamente su Aspida (Clupea); all’altezza del promontorio Ermeo, che si protende nel mare in direzione della Sicilia e delimita l’estremità orientale della baia di Cartagine (all’altezza dunque dell’attuale Capo Bon), incontra l’armata navale cartaginese, che sbarra il passaggio.

Sono di fronte non meno di 110.000 romani con 350 navi e 60.000 cossyro-cartaginesi con 200 navi. Lo scontro violentissimo è però di breve durata. Il rapporto di forze è troppo sbilanciato a sfavore dei Cartaginesi in un rapporto di quasi uno a due. In breve il mare nereggia di relitti di navi puniche. La vittoria arride ai Romani; per Cartagine è un’ulteriore dura sconfitta, ma per la sua alleata, la fedele Cossyra, è la fine di un sogno. Con lo scontro navale di Capo Ermeo inizia la decadenza inarrestabile della marineria cossyrese.

Polibio, storico che scrive in tempi abbastanza vicini agli avvenimenti (cioè circa 70 – 80 anni dopo), quantifica la batosta in ben 114 navi perdute per i cossyro-cartaginesi. Praticamente oltre la metà della flotta. Concorda grosso modo Diodoro Siculo (XXIII, 18), che fa ascendere le perdite a 130 unità. Ambedue tacciono delle perdite romane, che furono probabilmente minime, come c’illumina un passo di Orosio (IV) in cui si accenna all’affondamento di 9 navi soltanto.

Dopo lo scontro i Romani procedono nella loro missione. Imbarcati i legionari restati imbottigliati in Aspida, fanno poi vela nuovamente per la Sicilia. Ma, invece di rifare la rotta d’andata, questa volta puntano al largo, direttamente verso le coste della Sicilia meridionale. Ciò a seguito espresso ordine dei due consoli, malgrado il parere decisamente contrario dei nocchieri. Giunti però in vista delle coste di Camarina, nei pressi dell’estrema punta meridionale della Sicilia, incocciano in una tremenda burrasca. Decisamente, l’aver sconfitto i Cossyresi non porta per niente bene!

Lasciamo la descrizione di quest’episodio a Polibio (I, 37), storico affidabile ed alieno da esagerazioni. “…Avevano attraversato il mare senza danno alcuno ed erano ormai vicini al territorio di Camarina quando, colti da una tempesta di eccezionale violenza, i Romani incorsero in tale disastro che – tale è la gravità dell’accaduto – non si può neppure adeguatamente descriverlo. Delle loro 364 navi, solo 80 si salvarono…”.

E’ a metà luglio del 255 avanti Cristo che avviene l’immane tragedia. Come sovente accade in mare, in poche ore un’orgogliosa e potente flotta cessa praticamente d’esistere. Oltre tre quarti del naviglio romano sono inghiottiti dagli abissi marini, con essi decine e decine di migliaia di uomini. Annotiamo che non vi è contrasto tra il numero di 364 navi romane, citato in questo passo da Polibio, e quello di 350 navi, formanti inizialmente la flotta e citati in un precedente passo sempre da Polibio, in quanto a quest’ultimo numero occorre togliere circa una decina di navi perdute nello scontro di Capo Ermeo ed aggiungere quelle catturate ai Punici, che Diodoro (XXIII, 18) fa ascendere a 24 – 30 unità.

Nel tragico evento, oltre alla fatalità, ha giocato un ruolo importante la testardaggine dei capi romani, che hanno ignorato le ripetute ed accorate raccomandazioni dei nocchieri “… di non navigare lungo il lato esterno della Sicilia rivolto verso il mare Libico …perché una delle costellazioni pericolose ai naviganti non era ancora tramontata, l’altra era prossima a sorgere – la navigazione aveva luogo infatti fra il sorgere della costellazione di Orione e di quella del Cane…”. Così Polibio (I, 37). Infatti siamo alla metà di luglio, allorché cade il solstizio e le perturbazioni atmosferiche sono particolarmente frequenti in quel tratto di mar Mediterraneo, che può repentinamente diventare burrascoso.

 

Segue

 

Febbraio 2017

storia1 storia2

 

Gennaio 2017

storia1 storia2

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dicembre 2016

Ecco  perché la gran parte delle nostra contrade hanno un nome arabo. Dal libro Pantelleria una terra in bilico tra due continenti di Ferruccio Formentini (ed Sugarco)

sto1sto2

Novembre 2016

L’attacco a Pantelleria. Dal libro L’isola disperata di Enzo Girone. Il racconto del bombardamento dell’isola fatto da un ufficiale medico dell’esercito italiano presente e operativo nel piccolo ospedale militare di Kamma. Edito nel 1946 il libro contiene nomi palesemente di fantasia ma sono di personaggi reali modificati forse per evitare guai con la censura dati i tempi ancora caldi. A cura di Ferruccio Formentini

 (segue) Feriti, morti….Per fortuna in numero che può considerarsi esiguo se si pensa alle migliaia di tonnellate d’esplosivo disseminate nell’isola. La necessità stimola l’ingegno e i poveri civili abbandonati si danno a scavare, a rompere la roccia pur di costruire un simulacro di rifugio. Molti si lasciano portare dal fatalismo e rimangono tremebondi ed esausti nelle loro case, senza difesa.

Ormai tutta la popolazione di Pantelleria, di Bukuram e di S.Vito e della zona sistematicamente colpita si è riversata a Kamma, Tracino a Pian della Ghirlanda, a Pian Barona, a Rekale, Dietro Isola se non han trovato rifugio a Villa Silvia, a Monastero, all’aeroporto. Sicuro all’aeroporto, storiasebbene come ha scritto il Generale a zio Lek, le gallerie sono minate e siano pronte a brillare in caso di sconfitta. Cinquanta famiglie sono rifugiate lì, disciplinate da un regolamento che non fa una grinza. Tutto ciò è bello, è encomiabile, è una prova di solidarietà umana: non c’è dubbio. Ma le mine? Il brillamento? Nel momento del parapiglia si vedrà a cosa serviranno le mine disseminate tra questa cinquanta famiglie. Nessuno si è sentito Pietro Micca e l’opera maggiore militare dell’isola rimarrà intatta nelle mani del nemico.

La mensa  degli ufficiali e dell’Ospedale aumenta pian piano di ospiti. I due medici della vicina infermeria della marina, sono ormai di casa, non si allontanano che pochi istanti dal rifugio della mensa-fureria che zio Lek ha sistemato in qualche modo nelle vicinanze della galleria. Uno di essi è un capitano sbalzato da pochi mesi all’isola che consulta le carte ogni momento per conoscere quale sarà il suo destino. Oltre ad essere un valente chirurgo è un bravo figliolo che la guerra ha scaraventato lontano dalla famiglia che idolatra e dalla terra che ama con pari affetto. Ma i suoi nervi resistono poco alla marea che si avvicina paurosamente all’isola e vive anche lui la vita strana e zingaresca che vivono un po’ tutti gli ufficiale dell’Ospedale: la notte cacciati in qualche modo nel presunto ricovero, dormicchiando per terra o su di uno sgabello, il giorno gironzolando nei cinquanta metri che racchiudono avanti il rifugio, il servizio dell’Ospedale, il piccolo reparto chirurgico e il cantiere della “fossa dei leoni”. Zio Lek, Boggia, Barbetta, il Cappellano e Ciù verso le cinque, alla prima alba, vanno a buttarsi sui lettini, vanno a buttarsi sui lettini (dormono tutti in due misere stanzette) e chiedono una tregua, anche se fuori bombardano, ai propri nervi.  Si capisce che il Capitano della Marina insieme al suo assistente – un vivace romagnolo chela guerra ha staccato dalla giovane moglie – non sapendo dove cacciarsi continuano i loro sonni non certo placidi e ristoratori. A codesti due ufficiali si uniscono prima un Cappellano anziano della Marina e poi un ufficiale del Commissariato, dalle idee rivoluzionarie e ardite.  Una tavola di nove persone, di nove temperamenti opposti l’uno all’altro, dove era facile sceverare il calmo dall’esaurito nervoso, il collerico dal  remissivo, il paziente dal ribelle; rappresentava, nelle ore di riunione, un caldaia in perenne pressione.

I discorsi naturalmente vertevano sulla guerra, sulla politica, sull’isola. Certo tutti erano scontenti. L’abbandono di Pantelleria al suo destino, la assenza della Marina e dell’Aviazione dell’Asse in una battaglia decisiva non solo per Pantelleria ma per l’Italia insulare e continentale, la disorganizzazione dei comandi e dei servizi, avevano esasperato tutti. Si ripetevano guardando le fortezze volanti e i caccia americani – ogni quarto d’ora nel cielo dell’isola – una celebre frase del dittatore: – L’intervento americano quand’esso avvenisse, non sposterà i termini del problema. Accidenti! Non sposta i termini del problema, ma l’aria la sposta!  (segue)

Ottobre 2016

Le invio, per il suo sito, un breve estratto del mio saggio “Un’incursione di Dragut Reis nell’anno 1553”, apparso sul n° 39 della rivista di cultura siciliana Agorà (gennaio-marzo 2012), in cui si accenna al nome con cui l’isola venne indicata a suo tempo nei portolani turchi.

Cordialità

Orazio Ferrara

storia “….. Una delle località siciliane particolarmente presa di mira in quel periodo storico fu l’isola di Pantelleria, posta dalla natura praticamente sull’uscio di quella che allora si definiva la Berberia, ovvero le coste tunisine dove avevano munite basi i migliori e più audaci corsari del sultano. Il rapporto tra i barbareschi e Pantelleria non era stato però sempre conflittuale, tanto che nel XV secolo l’isola aveva rappresentato una specie di porto franco dove le navi cristiane “prendevano lingua”, ovvero s’informavano se era loro permesso entrare e quindi commerciare nelle acque maghrebine. Tutto ciò era stato reso possibile dall’influente e ricca comunità di lingua araba, mirabilmente integrata con quella cristiana nel borgo fortificato di Pantelleria. Ma quando successivamente in ambedue i campi, cristiano e musulmano, cominciò a prendere piede l’integralismo religioso quella che per l’isola era stata una benedizione divenne col tempo una vera e propria maledizione.

Sintomatico del nuovo corso è il nome con cui Pantelleria cominciò ad essere indicata nei portolani dei piloti turchi:  Juhutluq o Djouhoudlouq, che dovrebbe stare per terra di abiura, ovvero luogo degli spergiuri, con riferimento alla comunità di lingua e costumi arabi considerata alla stregua di traditrice della sua gente. Nel Kitâb-i Bahriye, un portolano compilato dall’ammiraglio turco Muhiddin Piri Reis nel 1520, così è descritta l’isola:

“Da questo capo [Capo Bon, n.d.a.] a Juhutluq ci sono quaranta miglia ad un quarto est nord-est. Juhutluq è un’isola che ha tre diversi nomi: gli Arabi la chiamano Qawsar, i Turchi Juhutluq, i Franchi Pantellaria. Quest’isola ha un porto rivolto a nord; dinanzi c’è una fortezza che appartiene al re di Spagna. Nel passato, Kemal Rais ed io conquistammo e saccheggiammo questa fortezza ma, dopo aver trionfato totalmente sulle truppe locali, un vento contrario si levò sulla superficie del mare. Temendo per le nostre vite, rimettemmo i cannoni sulle navi e abbandonammo il luogo; con quel vento passammo davanti ad Hammamet, che si trova a trentacinque miglia dalla fortezza di Kelibia, già menzionata, a sud-ovest un quarto a sud. Hammamet è una piccola fortezza, su un luogo basso e piatto, sul bordo del mare, rivolta a sud-est; sul continente rappresenta un punto di riferimento. Questa fortezza appartiene al sultano di Tunisi; dinanzi, si aprono vaste distese di acque calme; per un miglio lungo la costa la profondità dell’ acqua è di quattro braccia; così che le navi possono stazionare dovunque vogliano di fronte alla fortezza; dappertutto ci sono luoghi di ancoraggio”. Il saccheggio cui si riferisce Piri Reis, uno dei primi subiti da Pantelleria ad opera dei turchi, deve essere avvenuto sul settembre dell’anno 1505 ad opera della flotta dell’ammiraglio Kemal Reis (zio di Piri Reis)….”.

Settembre 2016

La pubblicazione è dedicata a Rosario Di Fresco per la grande generosità verso Pantelleria 

Symposia Melitensia Number 11 (2015) storia1

Segni dell’Architettura Antica sul Gran Monastero di S. Giovanni di Pantelleria

Giuseppe Sechi panteko@gmail.com

Abstract: In the Middle Ages, the island of Pantelleria was the southernmost frontier of  the Christian empire, and it had been chosen by a hermit called Giovanni as the right place  where to lead a penitential life. A steep hill rose from the sea to an extinct volcanic crater  where he found a cave in what had become a typical Pantelleria garden. With another monk called Basilio, there he founded a monastery where the Rule of St John was written, the one that was later adopted in Russia. The author has researched the place, matching  the physical characteristics of the path from the sea to the crater and evidence found  on the rocks and among the stones of dammusi (girna-like habitable constructions) with readings of the Carolingian Chronicles dating to 803 (discovered by Henri Bresc) and the  Tipiko of St John (Dujcev 1971), following the aerial method of Braudel which combines  historical and geographical evidence to identify the ancient monastery.

 

 

(segue) L’impianto, ritornando al secondo interessante complesso dammusico, contiguo al dammuso-portico e alla stalla, da una visione esterna appare disgregato e poco armonico se si aggiunge anche la cisterna campaniforme, fuori terra, a lato e poco distante dallo stesso. Ma se a questo edificio ‘a tre braccia’ si aggiungesse un chiostro, di fronte la facciata d’ingresso, tra il dammuso-portico e la cisterna, si avrebbe un disegno planimetrico più logico e un’architettura coerente che segna le sue funzioni in rapporto non solo con gli ambienti appena descritti ma anche con l’ambiente vitale monastico caratterizzato da una cucina con forni, da una cappella e da l’indispensabile cisterna, quale fonte d’approvvigionamento dell’acqua.

Il porticato (forse in legno) disegnerebbe meglio la croce dell’edificio, quale preambolo all’ingresso del presunto refettorio, e darebbe un significato di raccoglimento tra i monaci e gli abitanti della contrada che si accingevano alle presunte cucine, per avere il loro giusto pane. Molto probabilmente entrambi collaboravano alla coltivazione dei campi, alle messi, al molino ed alla preparazione del pane.

È ipotizzabile che con la caduta di Cartagine, prima con i Vandali e dopo con gli Arabi, all’isola mancarono quei collegamenti tra l’Africa e  la Sicilia che la sostenevano economicamente. L’approvvigionamento  del grano divenne un problema esistenziale, fondamentale, e storico che da questo momento in avanti sino all’epoca moderna, caratterizzerà tutta la realtà pantesca. Saranno cristiani provenienti a turno dalle diocesi africane e da quella di Lilybaeum a ripopolare l’isola che

sicuramente venne saccheggiata e distrutta a più riprese dalle scorrerie vandaliche come da quelle arabe, in Sicilia. Dopo la fuga dei cristiani e la fine dell’esarcato d’Africa, l’isola diventerà un avamposto della  religione cristiana con l’arrivo dei monaci greci, avvenuta nell’VIII sec. Un avamposto a confine di quel Mediterraneo cristiano che verrà dimenticato dalla storia per oltre un secolo, ma della cui storia cristiana, quella di S. Giovanni e di S. Basilio della Pantelleria, si continuerà a parlare in ben altri confini dell’Impero Romano d’Oriente.

 

Da indicare anche la prospettiva da cui si percepiva in antico quello che noi presumiamo sia il Gran Monastero. Questa avveniva attraverso l’antica ed allora principale strada – oggi uno stradello

invaso dai rovi – che dalle coste di Zighidì scende verso la valle e che una volta raggiunta la contrada, la facciata della presunta chiesa del Monastero, si apriva a questa frontalmente. Questa strada era l’asse di Dammuso con volte a botte e tetto a capanna, con pianta a croce, in località storia2Monastero. L’impianto planimetrico, atipico per i dammusi, fa presumere che questo fosse il refettorio del Gran Monastero di S. Giovanni  collegamento tra l’entroterra agricolo e il mare. Se percorsa, oggi sul  suo originario tracciato, possiamo trovare tracce di insediamenti umani e sue infrastrutture tipiche del periodo alto medievale, come le tombe scavate sulle rocce di Zighidì, l’insediamento umano dell’altipiano di S. Gaetano collegato al mare da una scalinata fortemente in pendio, e l’insediamento antico dello ‘Scauri-Scalo’ dedito alla produzione ed al commercio della ceramica da fuoco, le patelle. Pensare questo rapporto Terra-Mare attraverso il percorso a piedi, Scalo-Zighidì-Monastero,  che porta il contadino a trasformarsi in marinaio e viceversa a seconda

della stagione è ciò che quest’isola ha significato in tutta la propria storia ed in tutte le epoche a prescindere dalle dominazioni storiche.

Le risorse naturali, presenti nella zona di Scauri intesa nel quadrilatero S. Gaetano-Monastero-Rekhale-Favare sono state ben valorizzate attraverso la disciplina rigida d’insegnamento della regola monastica che, con la caduta di Cartagine e l’arrivo degli Arabi, pose l’isola come baluardo della Cristianità di fronte alla, oramai, perduta Africa.

Venendo a mancare la certezza di un’autorità religiosa rappresentata dall’antico Monastero, di cui nemmeno i Normanni, malgrado i loro sforzi, riuscirono a ristabilire, l’isola fu abbandonata ad un destino ben descritto dai poeti arabi-siculi i cui effetti si trovano ancora oggi.

 

Fine

Agosto 2016

La pubblicazione è dedicata a Rosario Di Fresco per la grande generosità verso Pantelleria 

Symposia Melitensia Number 11 (2015)storia1

Segni dell’Architettura Antica sul Gran Monastero di S. Giovanni di Pantelleria

Giuseppe Sechi panteko@gmail.com

Abstract: In the Middle Ages, the island of Pantelleria was the southernmost frontier of  the Christian empire, and it had been chosen by a hermit called Giovanni as the right place  where to lead a penitential life. A steep hill rose from the sea to an extinct volcanic crater  where he found a cave in what had become a typical Pantelleria garden. With another monk called Basilio, there he founded a monastery where the Rule of St John was written, the one that was later adopted in Russia. The author has researched the place, matching  the physical characteristics of the path from the sea to the crater and evidence found  on the rocks and among the stones of dammusi (girna-like habitable constructions) with readings of the Carolingian Chronicles dating to 803 (discovered by Henri Bresc) and the  Tipiko of St John (Dujcev 1971), following the aerial method of Braudel which combines  historical and geographical evidence to identify the ancient monastery.

 

(segue dalla puntata precedente) Sappiamo dal Tipikon che tra le ‘Regole del Gran Monastero’ c’era quella che ‘allo scoccare del [sacro] Semantron, [i monaci] si riunivano sotto il portico (nartece) della chiesa ed entravano in chiesa non appena gli anziani fossero giunti’. Tutti questi elementi non sono altro che indizi esperibili che ci portano a concludere che, molto probabilmente, il fabbricato dell’Azienda Valenza appartenuto per secoli al casato nobiliare dei baroni Garsia, sia potuto essere il luogo della cristianità  pantesca e Pantelleria l’avamposto di un impero d’oriente che non  voleva abbandonare la friqiyya. Così come in una frontiera, Pantelleria è stata il cenobio di una fervida comunità religiosa che assunse una tale  fama in tutto il Mediterraneo, tanto da giustificare il massacro dei suoi abitanti, come scrisse il poeta Ibn Hamdîs secoli dopo nel suo dîwân.  Questo docile simbolo della cristianità, abbattuto dalla ferocia delle guerre di religione, cambierà per sempre i luoghi del Mediterraneo.

 

storia2Non può che far riflettere il gesto politico con cui Carlo Magno liberò in terra di Ispania dei Mori quei 60 monaci della Patellaria, a tre anni (?) dalla sua incoronazione papale ad imperatore.

Un’altra costruzione, presente nella Valle del Monastero, ha riscosso da parte nostra un forte interesse, vista l’atipicità con  il dammuso. Questa si presenta in pianta, formata da due ambienti  trasversali come a formare una croce a tre braccia. Superata la soglia d’ingresso, l’altezza della costruzione appare molto slanciata rispetto  alle dimensioni del vano. L’ambiente è segnato dalla trasversalità della  lunga volta a botte dove, di fronte all’ingresso, si apre un arco sotto l’imposta della stessa volta. Molto più basso del primo, questo ambiente genera il terzo braccio della croce. Ai lati di questo, due piccoli vani,  perfettamente simmetrici, si aprono attraverso due porte basse. Il rigore geometrico degli ambienti, la perfetta simmetria e l’eccessiva altezza,  sono elementi architettonici che non si ritrovano nel tipico dammuso.

Altro ambiente attiguo e comunicante alla costruzione stessa è un dammuso-portico, con ampi archi, dove all’interno è ubicato un forno  a legna anticamente usato per la panificazione. Questi elementi messi  insieme ci fanno presumere che questo fosse il Refettorio del Monastero con annesse le cucine.

Altro locale, ancora molto particolare è quello in adiacenza alle presunte cucine. Di piccole dimensioni, è formato da due vani contigui, 8 Ibn Hamdîs, 239: ‘In Pantelleria tu vedi i teschi degli avi loro…’. divisi da un arco. In fondo alla parete una finestrella in direzione Est.

L’ambiente tra l’arco e la finestrella, perfettamente simmetrico, si allarga trasversalmente rispetto all’ambiente dove ha luogo l’ingresso.

La perfetta geometria degli spazi e la presenza della finestrella in quella che apparentemente sembra una stalla, fa presumere che fosse una cappella o l’antica chiesa di S. Teresa. Anche in questo caso manca la  curvilinearità della parete di fondo.

 

Si può osservare che gl’involucri oggi visibili dei dammusi studiati sono la ripresa edilizia delle tracce di murature in fondazione della civiltà bizantina scomparsa drammaticamente nella prima metà del IX sec. lasciando un vuoto spazio-temporale per circa un secolo. Sappiamo da Bresc di una nuova realizzazione della chiesa del Monastero costruita intorno all’anno 1100, che forse molto presumibilmente, visti alcuni  reperti ormai indecifrabili, sorgeva sotto il Monte Gelkhamar, sopra la località di Cimillia, di fronte Capo Bon in Tunisia.

Saranno popolazioni berbero-siciliane a ripopolare, cospicuamente, l’isola, quelle che non vollero sottomettersi ai Normanni, per essere ributtate in mare. Per molti secoli l’isola rimase un luogo maledetto  ‘abitato da cattivi geni’, ripopolata da gente magrebina di terza generazione siciliana, così come avvenne a Malta. Sappiamo dalla toponomastica della tribù berbera dei figli di Kulà che occuparono le terre tra Sibà e Monastero, le stesse che coltivavano i monaci.

Pantelleria Dar-Al Islam, sembrerebbe dalla topononomastica lasciata sino ai nostri giorni. Le terre di Beniculà così come quelle di Rodoàn, terre che nel XV sec. vennero confiscate a questi musulmani per essere consegnate ai cristiani spagnoli. Ai Gio Batta De Ajete (di Navarra) ai Garcia (di Pamplona), come ai Pedro de Mursia o agli Arnau Negre.

La Reconquista pantesca avveniva senza spargimenti di sangue, bensì con appropriazioni più o meno indebite delle terre e degli hermi dei musulmani che sino a quel momento pagavano salati tributi alle corone: normanna, sveva, angioina ed aragonese dopo. Ancora oggi parole di lingua araba sono presenti nel vocabolario pantesco che sino alla metà del XX sec. era correntemente parlato tra i commercianti panteschi e quelli del Magreb. (segue)

 

Luglio 2016

La pubblicazione è dedicata a Rosario Di Fresco per la grande generosità verso Pantelleria 

Symposia Melitensia Number 11 (2015) storia1

Segni dell’Architettura Antica sul Gran Monastero di S. Giovanni di Pantelleria

Giuseppe Sechi panteko@gmail.com

Abstract: In the Middle Ages, the island of Pantelleria was the southernmost frontier of  the Christian empire, and it had been chosen by a hermit called Giovanni as the right place  where to lead a penitential life. A steep hill rose from the sea to an extinct volcanic crater  where he found a cave in what had become a typical Pantelleria garden. With another monk called Basilio, there he founded a monastery where the Rule of St John was written, the one that was later adopted in Russia. The author has researched the place, matching  the physical characteristics of the path from the sea to the crater and evidence found  on the rocks and among the stones of dammusi (girna-like habitable constructions) with readings of the Carolingian Chronicles dating to 803 (discovered by Henri Bresc) and the  Tipiko of St John (Dujcev 1971), following the aerial method of Braudel which combines  historical and geographical evidence to identify the ancient monastery.

 

(segue dalla puntata precedente) Alcune riflessioni comparative per meglio spiegare i segni dell’architettura antica.

L’architettura che oggi appare nel fabbricato maggiore dell’Azienda Valenza, come dicevamo, crediamo sia la ricostruzione, ripresa dalle fondamenta tardo antiche, di quella che fu la chiesa-cenobio del Gran Monastero di S. Giovanni. Distrutta nell’803 da un’armata mussulmana.

storia2

Fig. 3: Retro del triportico e presunta parte absidale della chiesa del monastero di S. Giovanni. Ricostruzione fantastica delle travate di copertura della navata centrale e laterali. Anche se verosimilmente ci sarebbe stata una cupola o una volta a botte, anziché delle travature, queste rendono meglio l’idea del profilo della chiesa.

 

l’impianto ricorda la chiesa bizantina di Santa Domenica di Castiglione di Sicilia (Fig. 4).

storia3

( Fig4) Dalla pianta della presunta chiesa si evince che, alla tripartizione delle navate non corrispondono tre ingressi in corrispondenza del triportico, bensì due. Un ingresso ‘a latere’, in effetti, distingueva le funzioni laiche da quelle religiose. L’ingresso di destra è posto trasversalmente, di lato al portico, proprio come si rileva nella chiesa di Santa Domenica

 

Se aggiungiamo altri elementi importanti, come l’orientamento e le mura che circondano la struttura, possiamo meglio confutare questa tesi. La costruzione è posizionata in direzione Nord-Est. Il complesso dammusico è stato costruito all’interno di un quadrato regolare i cui lati sono segnati da mura di cinta di 35 metri  per lato, alto più di due. Due lati del quadrilatero murato confluiscono  al vertice Est del fabbricato, chiudendo l’impianto chiesa-cenobio dentro un giardino pantesco assimilabile ad un hortus conclusus.

All’interno alberi da frutto, agrumi, palme, piante medicinali, e un pozzo-cisterna. Elemento, questo, architettonico oltre che simbolico, di vitale importanza quanto mai raro all’interno di giardini.

Santa Domenica di Castiglione di Sicilia, Chiesa bizantina di Santa Domenica detta la Cuba. Esempio architettonico dell’VIII sec. coevo alla presunta chiesa del Gran Monastero. La volta a cupola poggia su murature di archi e pilastri a base quadrata delimitanti il presbiterio e le navatelle. La struttura dell’edificio unisce insieme il principio della pianta centrale bizantina e la basilica latina.

Alle navatelle laterali corrispondono altezze più basse, così al presbiterio e all’abside sormontata da una semicupola. Sopra l’ingresso centrale  corrispondono la bifora e le finestre a forma di testa di chiodo. Sul prospetto, ai lati, le pietre aggettanti di ancoraggio al nartece, non più visibile. L’ingresso alla chiesa, dal nartece, avveniva direttamente dagli ingressi ‘centrale’ e laterale sx attraverso le due porte visibili, mentre alla navatella laterale dx si accedeva attraversando trasversalmente il nartece. Questo ingresso ha delle analogie con il presunto nartece di Pantelleria. (Segue)

Giugno 2016

La pubblicazione è dedicata a Rosario Di Fresco per la grande generosità verso Pantelleria 

Symposia Melitensia Number 11 (2015) storia1

Segni dell’Architettura Antica sul Gran Monastero di S. Giovanni di Pantelleria

Giuseppe Sechi panteko@gmail.com

Abstract: In the Middle Ages, the island of Pantelleria was the southernmost frontier of  the Christian empire, and it had been chosen by a hermit called Giovanni as the right place  where to lead a penitential life. A steep hill rose from the sea to an extinct volcanic crater  where he found a cave in what had become a typical Pantelleria garden. With another monk called Basilio, there he founded a monastery where the Rule of St John was written, the one that was later adopted in Russia. The author has researched the place, matching  the physical characteristics of the path from the sea to the crater and evidence found  on the rocks and among the stones of dammusi (girna-like habitable constructions) with readings of the Carolingian Chronicles dating to 803 (discovered by Henri Bresc) and the  Tipiko of St John (Dujcev 1971), following the aerial method of Braudel which combines  historical and geographical evidence to identify the ancient monastery.

 

(segue dalla 1ma puntata) Il primo complesso dammusico studiato è quello più prominente e fin troppo evidente vista la sua mole. Posto al centro della Valle del Monastero è un esempio dell’eccezionalità del costruire il dammuso in piena area agricola a discapito della coltivazione ad

esso sacrificata.

Tipico del dammuso è stato sempre quello di costruirlo vicino ai pendii rocciosi dove potessero essere cavate le pietre e nello stesso tempo lontano dalla terra agricola votata esclusivamente alla coltivazione.

Esempi tipici sono la grande valle di Ghirlanda o le garche e le tanke in genere, dove le costruzioni più importanti sono ai margini delle piane coltivate, possibilmente su speroni di roccia da cui ricavare i cantuna, e dove iniziano i terrazzamenti sui rilievi.

 

L. Abelli, ‘Rotte commerciali e dinamiche insediative tardo-antiche nel Canale di Sicilia: il caso dell’insedia-mento di Scauri a Pantelleria’, XIX Convegno internazionale di studi su ‘Africa Romana’ Sassari–Alghero 2010.

 

Chiamata Azienda Valenza (Foto. 1), oggi questo complesso di costruzioni si inserisce in maniera atipica, come dicevamo, nel caratteristico paesaggio agricolo pantesco, al centro della valle del

Monastero dove avrebbe trovato posto la migliore produzione del fondo. In effetti a guardare bene l’edificio a due livelli, esso vorrebbe apparire come i palazzetti dell’isola di maniera spagnuola tipici della zona Nord dell’isola, ma pochi sono gli elementi che lo fanno condurre a questi.

Si nota anzitutto che il secondo livello si colloca al centro e per quasi tutta la lunghezza di una pianta a base quadrata, come a scomporla in tre parti. E in sezione questa ricorda una tipica costruzione architettonica a tre navate. Quello che oggi appare come il fabbricato maggiore a due livelli dell’Azienda Valenza è una costruzione di recente passato.

Noi pensiamo che questo sia stato realizzato sulle fondamenta di una costruzione molto più antica. Ma vediamo di spiegare gli elementi indiziari che ci inducono alla nostra tesi.

 

Il primo indizio molto interessante è il porticato d’ingresso ai due macaseni du vino e al mulino dell’Azienda (Fig. 2). Questo è tripartito ad arco a tutto sesto poggiante su ampie colonne sormontate da grosse lastre di pietra ribassate assimilabili a capitelli. Il porticato può essere ipotizzato come il nartece delle prime basiliche cristiane. Preamboli architettonici voltati che potevano stare all’interno delle chiese o poste all’esterno come in questo caso.

storia2 In corrispondenza dei tre archi del porticato, vi sono tre porte con una eccezione: quella centrale, perfettamente allineata all’arco centrale del portico, porta al primo macasenu dove sino a qualche decennio fa si vinificava; quella di sinistra, la porta immette nel secondo macasenu adibito a cantina, mentre quella di destra fa eccezione. La porta è posta sul lato destro e trasversale del porticato e conduce al mulino. Non è raro trovare esempi d’ingressi, siffatti, nelle chiese greco-bizantine.

Esternamente dal lato destro del porticato, una serie di gradini portano  alla terrazza superiore da dove si accede al piano nobile, superiore.

 

I tre ambienti a piano terra non sono comunicanti fra loro e nel loro impianto formano un quadrato. Sono stretti e lunghi, e quello centrale, più largo dei due laterali, si proietta in altezza a formare un secondo livello. Se il primo indizio – le colonne massicce sormontate da lastre di pietra e da archi – ci indica la presenza di un porticato assimilabile ad un nartece, il secondo – la sovrapposizione del piano superiore, sull’ambiente centrale – ci induce a pensare che i due livelli in antico fossero un unico ambiente più alto e poggiante sulle fondamenta dei due ambienti laterali.

Se la parete di fondo dell’ambiente centrale fosse rimasta curva, a questo punto, le nostre intuizioni sarebbero state molto più chiare e forse qualcuno prima di noi le avrebbe meglio confutate. Un particolare, però, rimane: la finestrella posta al centro della parete era tipica nelle absidi greco-bizantine, da cui la luna, nella settima della Pasqua, illuminava l’altare. E, cosa ancora evidente, un piano sfalsato di forma rettangolare, che compone il tetto del dammuso, ha il lato minore uguale alla metà del suo lato maggiore, per cui si può iscrivere un semicerchio. Oltre ad avere delle caratteristiche strutturali diverse dal corpo centrale, questo volume che genera la parete di fondo, sembra sia stato disegnato da un compasso il cui raggio ci disegna la nostra ipotetica abside.

Sappiamo che i primi esempi di architettura cristiana vennero copiate dalle basiliche romane, il cui impianto, rivisitato nel rito ma non nella sostanza architettonica, in sintesi, era formato da tre ambienti longitudinali, collegati tra loro a formare in pianta un quadrato, chiamati navate; da un ingresso ad archi coperto con volte posto su uno dei due lati brevi e trasversali alle navate, chiamato nartece e da una parete curva, sormontata da una semicupola, chiamata abside, posta all’estremità del lato opposto all’ingresso. Tra l’abside e le navate vi era il transetto. Sebbene vi sia la traccia, sul tetto del dammuso, che la parete est potesse essere stata curva, bene, se questi indizi potessero essere meglio sondati nelle murature di fondazione, questa nostra tesi avrebbe più elementi per meglio definirla quale chiesa-cenobio del Gran Monastero (Fig. 3). (segue)

Maggio 2016

La pubblicazione è dedicata a Rosario Di Fresco per la grande generosità verso Pantelleria 

Symposia Melitensia Number 11 (2015) storia1

Segni dell’Architettura Antica sul Gran Monastero di S. Giovanni di Pantelleria

Giuseppe Sechi panteko@gmail.com

Abstract: In the Middle Ages, the island of Pantelleria was the southernmost frontier of  the Christian empire, and it had been chosen by a hermit called Giovanni as the right place  where to lead a penitential life. A steep hill rose from the sea to an extinct volcanic crater  where he found a cave in what had become a typical Pantelleria garden. With another monk called Basilio, there he founded a monastery where the Rule of St John was written, the one that was later adopted in Russia. The author has researched the place, matching  the physical characteristics of the path from the sea to the crater and evidence found  on the rocks and among the stones of dammusi (girna-like habitable constructions) with readings of the Carolingian Chronicles dating to 803 (discovered by Henri Bresc) and the  Tipiko of St John (Dujcev 1971), following the aerial method of Braudel which combines  historical and geographical evidence to identify the ancient monastery.

 

Lo storico francese Henri Bresc nell’agosto del 2000 in visita a Pantelleria ci disse che, se la toponomastica indica la presenza di un monastero nei luoghi della contrada di Monastero, le cronache storiche dell’alto medioevo ne accertano la presenza in virtù  della tradizione rituale bizantina di sacralizzare con basiliche tutti quei luoghi del Mediterraneo di rilevante importanza lungo le rotte dei marinai e della Cristianità.1 Ciò come rito di protezione universale nel Mediterraneo.2

1 H. Bresc, ‘Pantelleria Medievale’, Bioarchitettura, marzo 2001, 52–7.

2 Id., ‘Pantelleria entre l’Islam et la chrétienté’, Cahiers de Tunisie, XIX (1971), 105–27,

 

storia2La presenza nell’isola di una comunità monastica ci viene tramandata dalle cronache carolingie, dalle quali si apprende che nel 803 l’imperatore Carlo Magno, nella Spagna musulmana, riscattava,  liberandoli dalla prigionia, 60 monaci catturati a Pantelleria. Ma questa presenza è testimoniata, anche, da un manoscritto in lingua slava arcaica riportante le ‘Regole del Gran Monastero del santo nostro padre presbitero ed egumeno Giovanni, Superiore di Pantelleria’, conosciuto  come il ‘Tipikon del monastero di S. Giovanni della Patellaria’. 3 Copiato da uno originale in greco del IX sec. (mai trovato, che si presume più  articolato), elencava le rigide regole a cui i monaci dovevano sottostare  per la salvezza dell’anima così come per il loro sostentamento materiale.

Non è stato possibile stabilire la data in cui visse S. Giovanni, anche se le sue ‘Regole’, da una attenta osservazione storiografica, potrebbero essere state scritte a Pantelleria in un intervallo di tempo che va tra le prime esperienze monastiche cenobite: pacomiane e basiliane (IV sec.), vista la severità delle punizioni applicate quasi a carattere militare del Tipikon, e l’editto imperiale contro le immagini sacre, in considerazione  del fatto che le ‘Regole’ sono prive di quegli elementi burocratici che caratterizzeranno la riforma monastica Studita avvenuta con la fine dell’iconoclastia (VIII sec.). Se a queste acute osservazioni, riportate da Scalia, 4 Acconcia e Von Falkenhausen, 5 aggiungiamo i fatti storici accaduti in Pantelleria tra la prima e la seconda caduta di Cartagine che va dai Vandali (439) agli Arabi (697) scopriamo che l’isola diventa un rifugio-presidio per quei Cristiani fuggiti, a turno, dalle diocesi africane in preda alle diverse eresie, caratterizzate dalla violenza delle dispute teologiche della chiesa africana e che i cristiani dell’isola pagheranno definitivamente tra l’803 e l’864 con lo sterminio di tutti i suoi abitanti e la deportazione dei monaci basiliani. Questa terribile strage sarà narrata dagli scrittori arabo-siciliani come l’‘abitato dei cattivi geni’ di al-Dimishqi dove i cadaveri, decapitati, prepareranno la propaganda per la caduta della Sicilia bizantina. 6 Sono questi secoli di lotte cruente, di eresie, e di scomuniche nei quali il confessor Giovanni ha trovato in Pantelleria il suo eremo per pregare.

 

3 I. Dujcev, ‘Il Tipico del monastero di S. Giovanni nell’isola di Pantelleria’, Bollettino della  badia greca di Grottaferrata, N.S. XXV (1971), 3–17,

4 G. Scalia, ‘Le Kuriate e Pantelleria’, Extrait de Archivium Latinatis Medii Aevi (Bruxelles, 1984), 80–3,

5 Dumbarton Oaks Research Library and Collection, ‘Pantelleria: Typikon of John for the monastery of St. John the Forerunner on Pantelleria’, Byzantine Monastic Foundation

Documents (Washington, DC, 2000),60–1.

6 Ibn Hamdîs, ‘Il Canzoniere’, cxliii, 47 (Palermo, 1998), 239.

 

La scoperta recente di una fonte battesimale, 7 presumibilmente del V secolo, nel sito di Scauri Scalo all’interno di una originaria villa romana di epoca imperiale, prova l’esistenza di una comunità cristiana nell’area portuale di Scauri. Forse, una Domus Ecclesia, il complesso abitativo dello Scalo nasce intorno ad una sorgente termale e si sviluppa su diverse quote degradanti sino al mare. Gli ambienti scavati hanno messo in luce pavimenti in mosaico (di cui una croce in tesselle di ossidiana), cisterne-piscine, fornaci, e depositi di ceramica da fuoco, nonché tombe scavate nella roccia. All’occorrenza e nel tempo la ‘villa imperiale’ sembra trasformarsi da  fabbrica di vasellame a Domus Ecclesia. Probabilmente lo è stato l’uno e l’altro, per secoli sotto la provincia proconsolare, così come sotto i vandali e anche sotto l’esarcato sino alla distruzione dei suoi abitanti e delle sue chiese. E, probabilmente, Giovanni il confessor, sbarcato allo Scalo, fu accolto da questa comunità di cristiani, prima di arrampicarsi  su per la scalinata di pietre che porta alla rocca di S. Gaetano e da lì per Zighidì da dove ha meditato di scegliersi quell’eremo che da lì a poco, grazie ad altri monaci che lo raggiunsero, si chiamò il Gran Monastero.

Cercare tra queste contrade, per noi era un po’ come immaginarsi la vita rigida di questi monaci, anche se scrittori, storici moderni, ci indicano il sito del Monastero nell’area oggi denominata Zuebi–S. Maria. La nostra osservazione, invece, si è rivolta su per quel tragitto mare-monte, tra le maggiori presenze architettoniche disseminate nella valle di Monastero, che potessero nascondere tra i dammusi panteschi tracce di impianti architettonici bizantini. (Segue)

Aprile 2016

Il panteco  Storia

L’attacco a Pantelleria. Dal libro L’isola disperata di Enzo Girone. Il racconto del bombardamento dell’isola fatto da un ufficiale medico dell’esercito italiano presente e operativo nel piccolo ospedale militare di Kamma. Edito nel 1946 il libro contiene nomi palesemente di fantasia ma sono di personaggi reali modificati forse per evitare guai con la censura dati i tempi ancora caldi. A cura di Ferruccio Formentini

(segue)All’alba – era prevedibile – furono tutti in piedi indaffarati intorno a zaini, a borracce, a borsette di viaggio. Avevano detto che bisognava limitarsi a portare conse  il minimo indispensabile; niente macchine fotografiche, armi, strumenti ottici. E allora fu una gara di generosità a regalare il superfluo o anche l’indispensabile: tanto ormai… Per la strada non si vedeva più militi: anche gli ufficiali della milizia si erano tolto i distintivi dei fasci. I saccheggio continuava furiosamente: man mano che i soldati sgombravano gli accantonamenti, i civili si precipitavano come cavallette  per asportare le cose più disparate: brande, letti, biancheria, rastrelliere, gavette, marmitte, legna per ardere, filo telefonico, vestiario, cemento, lenzuola coperte. Una corsa affannosa per nascondere, come gazze, sotto terna o nelle cisterne, o nelle casupole la roba trafugata. Tutto questo accadeva fra un andare vieni festaiolo di muli, di cavalli (anche essi rubati), di gente che si decideva alfine a uscire dalle caverne e raggiungere le case. Gli asini con basti inverosimilmente carichi trotterellavano fra le gonnelle sgargianti delle donne, guidati da ragazzini scalzi e bercianti. Tutto ciò era pittoresco, aveva una certa noto di gaiezza che contrastava con i visi pallidi contratti dei militari. Ormai tutta l’isola era presidiata dagli inglesi e i rombi dei loro motori in corsa aggiungevano alle altre una nota di festività domenicale.

image001I militari erano tutti avviati al campo d’aviazione: di là partivano per il porto di Pantelleria ove – come tante industri formiche  – le motozattere si avvicendavano attraccandosi alle banchine. Che traffico nuovo per il porticciolo  di Pantelleria! Bandiere, megafoni,  stridio di catene  e di ancore, berretti rossi scozzesi, divise kaki di ufficiali: alle spalle le macerie della piccola città, con i balconi divelti e penzolanti dalle mura incrinate, tetti sfondati, archi infranti. Il contrasto fra la città morta e il traffico inusitato del porto era più che evidente, per il ricordo di ieri, in quella zona di tragica e silenziosa devastazione. Le colonne dei prigionieri si avviano ordinatamente verso i pontili: i soldati nostri, con gli occhi un po’ vaganti, un po’ tristi, gli ufficiali mescolati a loro con il fardello dello zaino sulle spalle, parevano che dessero l’addio a quella terra che era pure la loro patria, ma in pari tempo che avessero la vergogna di farsi scorgere in uno stato sentimentale. Perciò molti di essi chinavano il capo, assenti, immelanconiti, per non vedere, per non sentire.

Un colonnello medico inglese, con uno stuolo di ufficiali viene a Kamma a dare ordini a zio Lek: domani mattina bisogna scendere al porto e imbracare tutti: malati, feriti, personale sanitario. Vi sono dunque ancora ventiquattrore di vita isolana, per gli ultimi addii. Ora l’isola sembra nel suo poco verde, nel nerume delle petraie. Anche i civili sembrano buoni, onesti ospitali. Si è vero, han saccheggiato; ma per tanti mesi sono stati oppressi dalle incurie e dalle ruberie dei capi. Alcune hanno sofferto perfino la fame. E tutti dopo l’ondata di sollievo della cessazione delle ostilità sono depressi dalla nuova situazione di cui non si conosce il futuro.

Fine

(Per la verità il libro ha ancora 5 pagine prima della parola fine. Il contenuto riguarda tuttavia non Pantelleria le suggestioni dell’autore sulle vicende narrate)

Marzo 2016

L’attacco a Pantelleria. Dal libro L’isola disperata di Enzo Girone. Il racconto del bombardamento dell’isola fatto da un ufficiale medico dell’esercito italiano presente e operativo nel piccolo ospedale militare di Kamma. Edito nel 1946 il libro contiene nomi palesemente di fantasia ma sono di personaggi reali modificati forse per evitare guai con la censura dati i tempi ancora caldi. A cura di Ferruccio Formentini

(segue) Intanto avvengono cose strane per l’isola: tutti i militi della milizia volontaria sicurezza nazionale (sono da contare sulle dita coloro che non seguono la massa) si strappano i segni dei fasci littori, sostituiscono la camicia borghese o grigio verde a quella nera o se ne ritornano alle loro case. I negozi e i depositi di viveri delle forze armate vengono assaliti e depredati. I saccheggio di diffonde come una lava di vulcano. Non si vedono in giro che uomini e donne curve le spalle sotto enormi sacchi, asini ( i famosi asini di Pantelleria con basti inverosimilmente carichi) carriole, traini, carrette trascinate a mano. Nell’isola vi era da far vivere per tre mesi o più le forze armate: in poche ore tutto è scomparso, succhiato, assorbito dalla predoneria della folle.  Ciù di ritorno dalla sua stanza incontra in testa ad un corteo di codesti saccheggiatori una nota persona del sito. Non esita un istante: gli strappa il sacco dalla spalla  e gli appioppa un sonoro ceffone. Poi disgustato va via per non vedere. Tanto che vale recriminare? Ormai tutto è perduto. Perchè prendersela coi panteschi che hanno avuto i loro morti, i loro feriti, le case schiantate, i terreni sconvolti dalle bombe, la città di Pantelleria – il loro orgoglio – un mucchio di rovine? Perchè prendersela con questa gente abbandonata al suo destino , indifesa scarsamente alimentata per mesi e mesi?

storiaGli ufficiali ammalati sperano ancora. Forse nelle condizioni di resa vi potrà essere completato l’arrivo di una nave Ospedale. Oh, se questa nave ospedale, che si è attesa con fonda malinconia o con allucinante desiderio apparisse sull’orizzonte! In effetti se fosse giunta qualche ora prima della resa, cinquecento o seicento persone, forse più, si potevano salvare, sottrarre ad un’inutile prigionia. Qualcuno riesce ancora a scappare: a Punta Tracino bruciano le moto zattere. Ma l’equipaggio animoso si butta su un motoscafo. Vi salgono pure anche dei tedeschi e qualche ufficiale della Milizia. Gli aerei nemici però mitragliano. Molti si buttano in acqua per salvarsi. I più coraggiosi subiscano mitragliamenti riuscendo per miracolo a prendere il largo. Qualche altra barca tenta di fuggire: si dice che su una di esse vi è un ufficiale d’amministrazione della Milizia che ha una borsa spaventosamente gonfia: cinque milioni in biglietti da mille. perchè non ha distribuito il denaro ai militi che da diversi mesi non riscuotono la decade? La barca viene capovolta da scoppi vicini o dai movimenti dei naviganti sotto le raffiche delle mitragliatrici. Pare che il tenente abbia perduto il suo carico prezioso. C’è qualcuno che sostiene che l’abbia nascosto. A Kamma giunge su una motocarrozzetta con a bordo un ufficiale inglese. Occhi metallici freddi , di una freddezza che mette i brividi.  Parla bene l’italiano e s’informa da zia Lek dell’Ospedale, del numero dei ricoverati. Poche parole, le indispensabili un cenno di saluto e via. Dopo poco per le strade di Kamma, così tranquille, così aduse  al trotterellare degli asinelli passano -sferraglianti- i carri armati inglesi. -E’ proprio la fine – si dice zio Lek e si sente pungere gli occhi. Alla distensione e all’effervescenza di euforia portate al rapido trapasso dalla furiosa battaglia alla tregua, successe -immediato quasi fulmineo – il collasso.

Il primo lembo d’Europa  era stato violato: le truppe alleate avevano alla fine avuto un altro fronte. Chissà cosa riservava il destino! La popolazione – inebetita da tante settimane di bombardamenti- si abbandonò quella sera alla gioia: sventolava fazzoletti sul limite degli usci alle truppe inglesi, distribuiva vino, fiori si raccoglieva in tripudio attorno a mense improvvisate e gozzovigliava con i viveri saccheggiati ai magazzini. La notte scese dopo un tramonto di fuoco, tra gli ultimi scoppi delle munizioni fatte brillare.

Alla mensa con zio Lek si trovarono solo i suoi ufficiali, chè quelli della Marina -ormai rappacificati con se stessi – si erano ritirati in buon ordine. Poche parole quella sera. Voglia di dormire, di nascondere per qualche ora la propria pena, di soffocare il grido di ribellione che prorompeva dal cuore. Domani avviati verso l’ignoto, verso l’Africa arida e avvampante di sole o verso il lontano freddo Canadà… forse divisi, smembrati , senza personalità individuali divenuti la massa amorfa, incolore del prigioniero di guerra.  Si divisero presto quella sera, mogi,  mogi, con uno stanco sorriso sulle labbra contratte. E la notte fu fatta di incubi, serpignata da visioni orripilanti , con rapidi risvegli e fugaci sussulti. (segue)

 

Febbraio 2016

L’attacco a Pantelleria. Dal libro L’isola disperata di Enzo Girone. Il racconto del bombardamento dell’isola fatto da un ufficiale medico dell’esercito italiano presente e operativo nel piccolo ospedale militare di Kamma. Edito nel 1946 il libro contiene nomi palesemente di fantasia ma sono di personaggi reali modificati forse per evitare guai con la censura dati i tempi ancora caldi. A cura di Ferruccio Formentini

(segue) Scadute le ore di tregua  i bombardamenti assunsero un ritmo ancora più accelerato. E’ indescrivibile, il fracasso che rimbombava dovunque. Gli occhi erano diventati folli di terrore. Si ha l’impressione che lo sgancio non sia più razionale come i primi tempi, che le bombe così s riversino disordinatamente dovunque. Errore di calcolo. Perchè è aumentato soltanto il numero delle bombe e gli spostamenti d’aria che sferzano tutta l’isola, come impetuose folate di vento. Non si vedono che visi pallidi, fisonomie sconvolte, gente depressa e scoraggiata. Oh la resa! Che liberazione! Non si calcola, presi come si è dallo sgomento, la portata di questo desiderio. Chi può calcolarlo? Forse chi è assiso comodamente in una poltrona con ricchi microfoni alla mano, con imponenti uscieri alle in livrea alle porteo con molti metri di calcestruzzo sulla testa in caso di allarme. Ma non i poveri diavoli che ignorano cosa vuole dire riposare per dieci minuti, con la morte assisa al fianco e la visione continua, ossessionante delle distruzioni. La notte le navi sparano dal mare con tonfi sordi, sempre più vicini. Le case crollano come fuscelli, sibili di bombe fischiano di continuo alle orecchie, nugoli di fumo ammorbano l’aria: una bolgia. Un inferno solo. Basta, basta che c’è da impazzire!

La resa è stata intimata la seconda volta con una tregua di poche ore. I soldati si chiedono: cosa farà l’Ammiraglio? Oh l’Ammiraglio ha poco da fare. Telegrafa a Roma. E’ da un pezzo che non fa altro. Pare che nella mattinata abbia radio telegrafato con l’unico apparecchio rimasto efficiente rimasto tale per merito di un ardito  e valente ufficiale sulla Montagna Grande: “Nonostante tutto resisteremo!”.  Ci si chiede perchè abbia risposto così, pur avendo la percezione esatta che la resa avvera quanto prima.

Per la propaganda interna?  Per dare occasione alle gazzette italiane di imbastire degli squarci lirici? O di un gesto  che può essere vagliato ai fini di una promozione o di una onorificenza? La seconda intimazione da parte degli alleati avviene il 10 giugno. Nessuna bandiera viene issata all’aeroporto o al porto. La battaglia continua. Ma come? Con qualche rado colpo di cannone mentre le bombe sconvolgono l’isola! Fatto nuovo della giornata è che sono arrivate due motozattere a Punta Tracino. I marinai hanno il loro da fare a scaricare il prezioso carico di bordo. Sono sbarcati fra l’altro 45 geneiri specialista in radio telegrafia – peccato che le stazioni radio non esistano più a Pantelleria e un ufficiale che capita disorientato alla mensa dell’ospedale di Kamma mentre gli altri stanno per sedersi a tavola.

– Cerco il comando di brigata. -Siediti e mangia – suggerisce con bonomia zio Lek. – Che è più difficile raggiungere il comando che trovare un ago in un pagliaio. E vorreste andare in giro con questa musica? –

storia2La mattina dell’11 giugno è radiosa di sole. E sin dai primi bagliori dell’alba formazioni navali avanzano verso l’isola. Sono navi poderose, irte di cannoni  che solcano le acque, sicure: incrociatori, cacciatorpediniere, navi da sbarco…. Si avvicinano e sparano.  Ora si distinguono le sagome  di ciascuna di esse, qualcuno sostiene di vedere gli uomini sulle plance. Quante sono? Forse cinquanta, sessanta.. forse cento. Le nostre artiglierie non rispondono quasi più al tambureggiante fuoco delle navi che ormai sono a dieci miglia. a otto, a cinque… si accostano.

L’Ammiraglio ordinano la resa. Così si dice. Vi è confusione però perchè la bandiera bianca non sventola al porto ma al semaforo. Un maggiore che va ad issarne una all’aeroporto viene colpito da una pallottola di mitraglia e muore. La confusione fa si che anche gli aerei  continuino a bombardare e le navi a sparare. Giunge un telegramma da Roma all’Ammiraglio:Nel concedervi l’Ordine di Savoia vi ordino la resa – Mussolini.

Troppo tardi l’isola si è già arresa. Qualcuno sogghigna per l’onorificenza. Passano le ore e gli spari si susseguono. Si dice che un piccolo nucleo di tedeschi, rimasti nell’isola, non intendono arrendersi e continuano a far funzionare le mitragliere. Si vocifera intanto che gli Inglesi sono già sbarcati con carri ed automezzi nel porticciolo di Pantelleria. Ma gli attacchi all’isola continuano per quel piccolo nucleo di tedeschi che non vogliono obbedire al Comandante della piazzaforte.

La distensione degli animi avviene quando una macchina della Marina gira l’isola con un grande bandierone bianco.

Randazzo spara l’ultimo colpo, il fumo dello sparo si alza come un melanconico e striminzito pennacchio nell’aria. Gli aerei nemici girano a bassa quota proteggendo le truppe da sbarco; detonazioni violente si odono qual e la: le riservette che saltano; opere militari distrutte. Dal pianoro di Kamma si osservano le varie fasi della memoranda giornata : gli ufficiali sembrano tutti colpiti  da grave collasso. Si guardano tristemente; hanno perduto la gaiezza, impallidiscono a veder giungere le prime motocarrozzette con ufficiali inglesi. (segeue)

Il conflitto si accentuava ogni volta che una bomba piova nelle vicinanze. Il terrore spingeva allora come mandrie spaurite, uomini, donne e bambini verso il budello. Un pigia pigia, un vociare, un gesticolio da determinare scompiglio, disordine, esagitazione. Ed in tutta questa bolgia autocarri e autoambulanze scaricavano nei pressi i feriti e i moribondi. Zio Lek accorreva seguito di Ciù, da Boggia e dal Cappellano cominciava per lui un altro martirio: amputare, resecare, aprire brecce nella carne già straziata. Nella sala di operazione si giungeva alla maggiore drammaticità quando gli apparecchi nemici rombavano – compatti – su Kamma. Eppure bisognava stringere i denti, imporre all’istinto -portato alla fuga – di tacere e inchiodati tutti li in quella stanza fra i vapori dell’etere dell’iodio, portare a termine le operazioni. Poi si ritornava sui cantieri a spronare gli esauribili, i nolenti, i fiacchi. Promesse, minacce, preghiere. Tutto il repertorio delle buone e delle cattive parole. Ma i soldati erano fatti di carne ed ossa: non erano bestie da soma. E nella calura delle ore meridiane, nella sesta del dopo rancio bisognava chiudere un occhio, magari tutti e due, perchè i ragazzi riposassero per prendere lena per quel lavoro massacrante.

storia1Le pareti della “fossa dei leoni” tutte in cemento dello spessore di 80 cm. richiesero otto giorni di fatica. Ora si trattava di armare la volta. Questo doveva avere un primo strato di cemento, poi una camera scoppio di un metro di spessore e infine un’altra compatta soletta di cemento armato. Man mano che le fortezze volanti e i caccia bicode si susseguivano in un crescendo pauroso la febbere di finire la “fossa dei leoni” e lo scavo del budello diveniva ansia, spasimo. Ma no vi era altra salvezza. L’assedio poteva durare ancora del tempo. Dove ripararsi? Eppure all’aeroporto vi erano ancora capaci gallerie, dato che il personale (ufficiali ed avieri) veniva ogni giorno scaglionato in Italia, dato che gli apparecchi erano già partiti.  Perchè non dare alloggio all’Ospedale come si era  fatto  per la Marina che in fondo aveva pochi ricoverati rispetto ai tanti di Kamma? A Pian Ghirlanda vi erano delle caverne : sissignore, servivano come depositi di munizioni. Ma dato che queste erano di continuo smistate alle batterie, si poteva concedere all’Ospedale una di dette caverne.

Zio Lek aveva tra l’altro, chiesto all’Ammiragliato la requisizione di alcune casette site vicino al ricovero; poca cosa, poche stanze. Ma sarebbero servite moltissimo ora. Le pratiche, al solito, andavano per le lunghe, cosicché i feriti si trovavano sempre ad alcune centinai di metri lontani dal ricovero. Anche il materiale di costruzione scarseggiava. I “buoni” dovevano sempre essere vistati dal Comando genio che si trasferiva di qua e di là ed era difficile rintracciarlo, non parliamo dei telefoni che non funzionavano. Insomma tutto andava a rotoli tra le piogge di bombe.

Zio Lek scrisse e il Generale gli rispose:

“Caro Dottore, ho appreso con rammarico delle particolare situazione in cui siete venuto a trovarVi Voi e il vostro Ospedale ed ho esaminato attentamente la soluzione del non facile problema che mi avete proposto. All’aeroporto non è possibile in alcun modo sistemare l’Ospedale in quanto nelle gallerie delle infermerie della R. Marina e della R. Aeronautica non vi è più alcun posto disponibile e di tutte le altre opere è già stata predispsosto il brillamento in caso d’attacco.  A Pian Ghirlanda come ben sapete si trova il deposito di munizioni della R. Marina. Se la località è stata finora risparmiata dagli attacchi aerei , non si può ritenere che possa andare sempre immune dai bombardamenti, specie quando per le esigenze belliche si dovrà effettuare il trasporto di munizioni. Vi faccio noto poi che le gallerie sono interamente occupate dalle munizioni stesse. Rimane quindi la prima soluzione: precisate la quantità del materiale occorrente per la vostra galleria e mi interesserò perchè i lavori procedano con la maggiore celerità possibile. Per le case da requisire è già in corso la pratica; ad ogni modo in caso di urgente necessità dovuta ad esigenze di carattere operatorio, Voi potreste senz’altro occuparle.

Con i più cari saluti     26-5-1943     

Ha ragione il Generale. Le opere dell’aeroporto sono minate. Giusto: necessità di guerra. (segue)

 

Gennaio 2016

L’attacco a Pantelleria. Dal libro L’isola disperata di Enzo Girone. Il racconto del bombardamento dell’isola fatto da un ufficiale medico dell’esercito italiano presente e operativo nel piccolo ospedale militare di Kamma. Edito nel 1946 il libro contiene nomi palesemente di fantasia ma sono di personaggi reali modificati forse per evitare guai con la censura dati i tempi ancora caldi. A cura di Ferruccio Formentini

(segue) L’arrivo di sparute motozattere determina un parossistico intensificarsi di aerei, nessun apparecchio però sarà abbattuto dopo i primi giorni di incursione. Qualche raro apparecchio nostro che giunge all’aeroporto si affretta con la massima urgenza a ripartire. Una fiacca demoralizzante  ha preso la massa.  Ognuno ha la sensazione precisa che non vi sia più nulla da fare. Una frase sola circola insistente ed esasperante: la resa! Tutti la invocano sul momento: quando verrà , tutti imprecheranno all’attimo in cui si è effettuata.

Ma ora non è più possibile resistere. Sulla fascia che va per alcuni chilometri lungo la costa, partendo da Pantelleria, la difesa è assente. Punta Croce è saltata con la centrale di tiro. S. Leonardo è stata duramente colpita. Stroscio, Caruscio, sparano con un solo pezzo. La Bellotti altrettanto. Un senso di gelo di desolazione, invade ogni spirito. La morsa dell’assedio stringe fino allo stritolamento. A che vale resistere?  Le condizioni igieniche della popolazione e dei combattenti asserragliati nei rifugi peggiorano sempre di più: c’è da temere un’epidemia che avrebbe immediate conseguenze funeste. L’acqua può mancare, il collegamento è un mito, i rifornimenti non arrivano. Ogni tanto qualche notizia eccezionale: giungono trecento apparecchi dell’Asse. Il cuore si riapre alla speranza. La radio annunzia: tenente duro sino al 1mo luglio, poi vedrete.1 Tutti sperano nel miracolo Si, soltanto un miracolo può salvare l’isola. Se il disfattismo di cui si è parlato era  sl serio presente fra i soldati non si sarebbe visto affiorare così palesemente le speranze ad ogni notizia ottimista. Ma tutti debbono persuadersi che passando il tempo le notizia sono della propaganda, per galvanizzare, se possibile, lo spirito delle forze armate. Ma che possono fare gli uomini se esporsi vuol dire morire e a che cosa serve la morte se non vi è alcun utile ai fini della battaglia?

Il giorno 8 giugno (un mese dopo cioè all’attacco dell’isola) dei manifestini piovono sull’isola: il nemico dà cinque ore di tregua e chiede la resa. Basta mettere una bandiera bianca alla’aeroporto e al porto.  Cinque ore di tregua! Tutti volgevano gli occhi ala cielo meravigliati di non vedere apparecchi, stupiti di non ascoltare rombi o scoppi. L’ammiraglio non cede: i morti a Pantelleria sono appena 150, i feriti 300.  Poche decine di uomini uccisi non giustificano la resa, anche onorevole. Bisogna dunque fare un macello a Pantelleria  per giustificare la resa?

La popolazione e i militari se sono stati risparmiati da massacri in massa lo devono unicamente al fatto che dopo le prime incursioni anglo-americane ognuno a cercato un rifugio anche se fosse stato  una parvenza di rifugio. La popolazione si è sparpagliata dovunque, tutti febbrilmente si sono scavate un incavo nella roccia, si sono sfruttat le poche gallerie naturali esistenti sull’isola. Bisognava pensare anche che gli anglo – americani hanno battuto soprattutto gli obiettivi militari. Soltanto l’intero paese di Pantelleria è stato totalmente distrutto per la vicinanza del porticciolo e perchè era la sede dei vari comandi e dei magazzini. Ma gli altri agglomerati come Scauri, Kamma, Tracino, Recale, non hanno avuto rovine: i villaggetti sono stati risparmiati dalla furia aerea. Specie Kamma, sui cui tetti Lek aveva fatto dipingere enormi croci rosse. Con molata franchezza gli aviatori nemici hanno detto di aver  rispettato il simbolo della croce. Certo è che se l’isola non si fosse arresa  sarebbe stata messa per giorni e giorni sotto il più furioso e micidiale dei bombardamenti: allora si, si sarebbe avuto l’ecatombe.

I soldati dinnanzi alla decisione del Comando si chiedono quali elementi fanno sperare su una possibilità di resistenza ? Mah! Forse Roma non vuole… Ma Roma è lontana, non conosce l’inferno dell’isola, non sa che di cento o poco più bocche da fuoco ne sparano soltanto pochissime. Roma si culla sui rapporti dei precedenti comandi,  dirà con loro che l’isola è imprendibile, che farà da sola e eroicamente la sua parte. Centocinquanta morti non sono sufficienti per dimostrare cotesto eroismo e cotesta autonomia di difesa:  dunque resistere! ma con che cosa? Perchè i comandanti non vengono a spiegare  la necessità della resistenza?  Arrivano all’ospedale di zio Lek marinai, soldati in preda alla maggiore depressione psichica; sono abbandonati vicini ai loro pezzi che non sparano più e hanno avuto l’ordine – pena la vita- di non lasciare  il proprio posto se anche allo scoperto. Perchè tutto questo? Non è disumano? Qualcuno brontola: noi da un mese con la testa cacciata sotto la roccia durante la pioggia delle bombe e i Comandi la sicuro  in caverne blindate con luce elettrica,, acqua calda e fredda, letto con candide lenzuola e ricca mensa.  Ma abbiamo resistito finchè  le nostre armi servivano  a qualche cosa, ma ora che sono state messe fuori uso dal logorio  e dall’offesa nemica, inchiodarci li è voler mettere a troppo dura prova la resistenza umana.  Il fatto vero è che il Comando è disorientato, non sa come agire non vuole o non sa controllare la realtà dei fatti. Il panico ha preso anche loro che continuano sollecitare una decisione da Roma. (Segue)

 

Il conflitto si accentuava ogni volta che una bomba piova nelle vicinanze. Il terrore spingeva allora come mandrie spaurite, uomini, donne e bambini verso il budello. Un pigia pigia, un vociare, un gesticolio da determinare scompiglio, disordine, esagitazione. Ed in tutta questa bolgia autocarri e autoambulanze scaricavano nei pressi i feriti e i moribondi. Zio Lek accorreva seguito di Ciù, da Boggia e dal Cappellano cominciava per lui un altro martirio: amputare, resecare, aprire brecce nella carne già straziata. Nella sala di operazione si giungeva alla maggiore drammaticità quando gli apparecchi nemici rombavano – compatti – su Kamma. Eppure bisognava stringere i denti, imporre all’istinto -portato alla fuga – di tacere e inchiodati tutti li in quella stanza fra i vapori dell’etere dell’iodio, portare a termine le operazioni. Poi si ritornava sui cantieri a spronare gli esauribili, i nolenti, i fiacchi. Promesse, minacce, preghiere. Tutto il repertorio delle buone e delle cattive parole. Ma i soldati erano fatti di carne ed ossa: non erano bestie da soma. E nella calura delle ore meridiane, nella sesta del dopo rancio bisognava chiudere un occhio, magari tutti e due, perchè i ragazzi riposassero per prendere lena per quel lavoro massacrante.

Le pareti della “fossa dei leoni” tutte in cemento dello spessore di 80 cm. richiesero otto giorni di fatica. Ora si trattava di armare la volta. Questo doveva avere un primo strato di cemento, poi una camera scoppio di un metro di spessore e infine un’altra compatta soletta di cemento armato. Man mano che le fortezze volanti e i caccia bicode si susseguivano in un crescendo pauroso la febbere di finire la “fossa dei leoni” e lo scavo del budello diveniva ansia, spasimo. Ma no vi era altra salvezza. L’assedio poteva durare ancora del tempo. Dove ripararsi? Eppure all’aeroporto vi erano ancora capaci gallerie, dato che il personale (ufficiali ed avieri) veniva ogni giorno scaglionato in Italia, dato che gli apparecchi erano già partiti. 21 Perchè non dare alloggio all’Ospedale come si era  fatto  per la Marina che in fondo aveva pochi ricoverati rispetto ai tanti di Kamma? A Pian Ghirlanda vi erano delle caverne : sissignore, servivano come depositi di munizioni. Ma dato che queste erano di continuo smistate alle batterie, si poteva concedere all’Ospedale una di dette caverne.

Zio Lek aveva tra l’altro, chiesto all’Ammiragliato la requisizione di alcune casette site vicino al ricovero; poca cosa, poche stanze. Ma sarebbero servite moltissimo ora. Le pratiche, al solito, andavano per le lunghe, cosicché i feriti si trovavano sempre ad alcune centinai di metri lontani dal ricovero. Anche il materiale di costruzione scarseggiava. I “buoni” dovevano sempre essere vistati dal Comando genio che si trasferiva di qua e di là ed era difficile rintracciarlo, non parliamo dei telefoni che non funzionavano. Insomma tutto andava a rotoli tra le piogge di bombe.

Zio Lek scrisse e il Generale gli rispose:

“Caro Dottore, ho appreso con rammarico delle particolare situazione in cui siete venuto a trovarVi Voi e il vostro Ospedale ed ho esaminato attentamente la soluzione del non facile problema che mi avete proposto. All’aeroporto non è possibile in alcun modo sistemare l’Ospedale in quanto nelle gallerie delle infermerie della R. Marina e della R. Aeronautica non vi è più alcun posto disponibile e di tutte le altre opere è già stata predispsosto il brillamento in caso d’attacco.  A Pian Ghirlanda come ben sapete si trova il deposito di munizioni della R. Marina. Se la località è stata finora risparmiata dagli attacchi aerei , non si può ritenere che possa andare sempre immune dai bombardamenti, specie quando per le esigenze belliche si dovrà effettuare il trasporto di munizioni. Vi faccio noto poi che le gallerie sono interamente occupate dalle munizioni stesse. Rimane quindi la prima soluzione: precisate la quantità del materiale occorrente per la vostra galleria e mi interesserò perchè i lavori procedano con la maggiore celerità possibile. Per le case da requisire è già in corso la pratica; ad ogni modo in caso di urgente necessità dovuta ad esigenze di carattere operatorio, Voi potreste senz’altro occuparle.

Con i più cari saluti     26-5-1943     

Ha ragione il Generale. Le opere dell’aeroporto sono minate. Giusto: necessità di guerra. (segue)

Dicembre 2015

L’attacco a Pantelleria. Dal libro L’isola disperata di Enzo Girone. Il racconto del bombardamento dell’isola fatto da un ufficiale medico dell’esercito italiano presente e operativo nel piccolo ospedale militare di Kamma. Edito nel 1946 il libro contiene nomi palesemente di fantasia ma sono di personaggi reali modificati forse per evitare guai con la censura dati i tempi ancora caldi. A cura di Ferruccio Formentini

(segue)Fra le note drammatiche c’è anche la nota comica. Eccone una. Lek riceve un biglietto da un aiutante Maggiore. Il Comando desidera sapere cosa ha fatto zio Lek tutto il giorno e tutta la n notte di ieri. Motivo: si aggira per l’isola un individuo sospetto che ha la figura fisica di zio Lek.

Zio Lek risponde: tutto il giorno e tutta la notte sono stato nei pressi dell’Ospedale perchè i bombardieri americani non invogliano di certo a passeggiate romantiche. Durante la notte sono andato ad assistere in Kamma una partoriente perchè la levatrice del sito non ha voluto assisterla. Del resto se è un individuo sospetto perchè non l’avete arrestato? Per un riguardo a me? Ma io non potevo essere arrestato perchè non ero l’altro. Non capisco che per una delicatezza lasciate gironzolare un individuo sospetto.

Il seguito non si conosce. Ma forse tutto questo è frutto di fantasia. La psicosi bellica si sta diffondendo come una grave epidemia La calma ormai è un mito.

La psicosi ha soprattutto colpito i deboli, i timidi, i nervosi.

Presso all’Ospedale di Zio Lek una piccola folla di ufficialetti che sperano e speculano sull’arrivo della nave Ospedale.  Zio Lek  ci conta ma per un’altro motivo.  Pensa ai centinai di feriti e ai molti infermieri non ancora imbarcati che domani potrebbero cadere nelle mani nemiche. Si rammenta con amarezza la risposta datagli da un Capitano addetto al Comando Brigata: – che vuoi stare a lambicarti il cervello e a cercare di salvare i feriti e i malati. Bisogna pensare ai vivi … (Zio Lek che non farebbe male a una mosca  si augura di aver quell’ufficiale ricoverato).

La nave ospedale è stata richiesta dall’Ammiragliato, sembra che arrivi , a Kamma e fotrse altrove non si parla d’altro. E’ l’ultima ancora di salvezza , forse potrebbe essere un mezzo per non cadere prigionieri.

2015-11-30_1422La fossa dei leoni ha già la sua volta e la notte serve da rifugio (tutto è relativo) a molti: ma occorre completarla. Il secondo braccio del budello è stato iniziato: la roccia è pessima, si sfalda, si crepa tutta allorchè scoppiano le mine; minaccia di crollare ogni momento. Bisogna perciò puntellare la volta e fra un puntello è l’altro si piazzano dei tavolini che si prestano egregiamente ad alloggio notturno. Barbetta battezza questo secondo budello “lancio dei gas”. Se il buon umore – forse è tutto fittizio o è una reazione al grave collasso  che minaccia gli uomini  di Pantelleria – regna  nell’Ospedale di zio Lek, le cose precipitano attorno a lui. I bombardamenti si susseguono ogni dieci minuti d’orologio e sono così martellanti da sconvolgere ogni individuo. Ormai i comandanti sono invisibili, i telefoni non funzionano, le strade sono interrotte quasi tutte, le batterie quasi non sparano più, solo quella del Gibele e Randazzo tirano, ma con pochi pezzi.

L’arrivo di sparute motozattere determina un parossistico intensificarsi di aerei, nessun apparecchio però sarà abbattuto dopo i primi giorni d’incursione.  (segue)

Il conflitto si accentuava ogni volta che una bomba piova nelle vicinanze. Il terrore spingeva allora come mandrie spaurite, uomini, donne e bambini verso il budello. Un pigia pigia, un vociare, un gesticolio da determinare scompiglio, disordine, esagitazione. Ed in tutta questa bolgia autocarri e autoambulanze scaricavano nei pressi i feriti e i moribondi. Zio Lek accorreva seguito di Ciù, da Boggia e dal Cappellano cominciava per lui un altro martirio: amputare, resecare, aprire brecce nella carne già straziata. Nella sala di operazione si giungeva alla maggiore drammaticità quando gli apparecchi nemici rombavano – compatti – su Kamma. Eppure bisognava stringere i denti, imporre all’istinto -portato alla fuga – di tacere e inchiodati tutti li in quella stanza fra i vapori dell’etere dell’iodio, portare a termine le operazioni. Poi si ritornava sui cantieri a spronare gli esauribili, i nolenti, i fiacchi. Promesse, minacce, preghiere. Tutto il repertorio delle buone e delle cattive parole. Ma i soldati erano fatti di carne ed ossa: non erano bestie da soma. E nella calura delle ore meridiane, nella sesta del dopo rancio bisognava chiudere un occhio, magari tutti e due, perchè i ragazzi riposassero per prendere lena per quel lavoro massacrante.

Le pareti della “fossa dei leoni” tutte in cemento dello spessore di 80 cm. richiesero otto giorni di fatica. Ora si trattava di armare la volta. Questo doveva avere un primo strato di cemento, poi una camera scoppio di un metro di spessore e infine un’altra compatta soletta di cemento armato. Man mano che le fortezze volanti e i caccia bicode si susseguivano in un crescendo pauroso la febbere di finire la “fossa dei leoni” e lo scavo del budello diveniva ansia, spasimo. Ma no vi 2015-11-30_1423era altra salvezza. L’assedio poteva durare ancora del tempo. Dove ripararsi? Eppure all’aeroporto vi erano ancora capaci gallerie, dato che il personale (ufficiali ed avieri) veniva ogni giorno scaglionato in Italia, dato che gli apparecchi erano già partiti.  Perchè non dare alloggio all’Ospedale come si era  fatto  per la Marina che in fondo aveva pochi ricoverati rispetto ai tanti di Kamma? A Pian Ghirlanda vi erano delle caverne : sissignore, servivano come depositi di munizioni. Ma dato che queste erano di continuo smistate alle batterie, si poteva concedere all’Ospedale una di dette caverne.

Zio Lek aveva tra l’altro, chiesto all’Ammiragliato la requisizione di alcune casette site vicino al ricovero; poca cosa, poche stanze. Ma sarebbero servite moltissimo ora. Le pratiche, al solito, andavano per le lunghe, cosicché i feriti si trovavano sempre ad alcune centinai di metri lontani dal ricovero. Anche il materiale di costruzione scarseggiava. I “buoni” dovevano sempre essere vistati dal Comando genio che si trasferiva di qua e di là ed era difficile rintracciarlo, non parliamo dei telefoni che non funzionavano. Insomma tutto andava a rotoli tra le piogge di bombe.

Zio Lek scrisse e il Generale gli rispose:

“Caro Dottore, ho appreso con rammarico delle particolare situazione in cui siete venuto a trovarVi Voi e il vostro Ospedale ed ho esaminato attentamente la soluzione del non facile problema che mi avete proposto. All’aeroporto non è possibile in alcun modo sistemare l’Ospedale in quanto nelle gallerie delle infermerie della R. Marina e della R. Aeronautica non vi è più alcun posto disponibile e di tutte le altre opere è già stata predispsosto il brillamento in caso d’attacco.  A Pian Ghirlanda come ben sapete si trova il deposito di munizioni della R. Marina. Se la località è stata finora risparmiata dagli attacchi aerei , non si può ritenere che possa andare sempre immune dai bombardamenti, specie quando per le esigenze belliche si dovrà effettuare il trasporto di munizioni. Vi faccio noto poi che le gallerie sono interamente occupate dalle munizioni stesse. Rimane quindi la prima soluzione: precisate la quantità del materiale occorrente per la vostra galleria e mi interesserò perchè i lavori procedano con la maggiore celerità possibile. Per le case da requisire è già in corso la pratica; ad ogni modo in caso di urgente necessità dovuta ad esigenze di carattere operatorio, Voi potreste senz’altro occuparle.

Con i più cari saluti     26-5-1943     

Ha ragione il Generale. Le opere dell’aeroporto sono minate. Giusto: necessità di guerra. (segue)

Novembre 2015

L’attacco a Pantelleria. Dal libro L’isola disperata di Enzo Girone. Il racconto del bombardamento dell’isola fatto da un ufficiale medico dell’esercito italiano presente e operativo nel piccolo ospedale militare di Kamma. Edito nel 1946 il libro contiene nomi palesemente di fantasia ma sono di personaggi reali modificati forse per evitare guai con la censura dati i tempi ancora caldi. A cura di Ferruccio Formentini

 (segue) Feriti, morti….Per fortuna in numero che può considerarsi esiguo se si pensa alle migliaia di tonnellate d’esplosivo disseminate nell’isola. La necessità stimola l’ingegno e i poveri civili abbandonati si danno a scavare, a rompere la roccia pur di costruire un simulacro di rifugio. Molti si lasciano portare dal fatalismo e rimangono tremebondi ed esausti nelle loro case, senza difesa.

Ormai tutta la popolazione di Pantelleria, di Bukuram e di S.Vito e della zona sistematicamente colpita si è riversata a Kamma, Tracino a Pian della Ghirlanda, a Pian Barona, a Rekale, Dietro Isola se non han trovato rifugio a Villa Silvia, a Monastero, all’aeroporto. Sicuro all’aeroporto, Immaginesebbene come ha scritto il Generale a zio Lek, le gallerie sono minate e siano pronte a brillare in caso di sconfitta. Cinquanta famiglie sono rifugiate lì, disciplinate da un regolamento che non fa una grinza. Tutto ciò è bello, è encomiabile, è una prova di solidarietà umana: non c’è dubbio. Ma le mine? Il brillamento? Nel momento del parapiglia si vedrà a cosa serviranno le mine disseminate tra questa cinquanta famiglie. Nessuno si è sentito Pietro Micca e l’opera maggiore militare dell’isola rimarrà intatta nelle mani del nemico.

La mensa  degli ufficiali e dell’Ospedale aumenta pian piano di ospiti. I due medici della vicina infermeria della marina, sono ormai di casa, non si allontanano che pochi istanti dal rifugio della mensa-fureria che zio Lek ha sistemato in qualche modo nelle vicinanze della galleria. Uno di essi è un capitano sbalzato da pochi mesi all’isola che consulta le carte ogni momento per conoscere quale sarà il suo destino. Oltre ad essere un valente chirurgo è un bravo figliolo che la guerra ha scaraventato lontano dalla famiglia che idolatra e dalla terra che ama con pari affetto. Ma i suoi nervi resistono poco alla marea che si avvicina paurosamente all’isola e vive anche lui la vita strana e zingaresca che vivono un po’ tutti gli ufficiale dell’Ospedale: la notte cacciati in qualche modo nel presunto ricovero, dormicchiando per terra o su di uno sgabello, il giorno gironzolando nei cinquanta metri che racchiudono avanti il rifugio, il servizio dell’Ospedale, il piccolo reparto chirurgico e il cantiere della “fossa dei leoni”. Zio Lek, Boggia, Barbetta, il Cappellano e Ciù verso le cinque, alla prima alba, vanno a buttarsi sui lettini, vanno a buttarsi sui lettini (dormono tutti in due misere stanzette) e chiedono una tregua, anche se fuori bombardano, ai propri nervi.  Si capisce che il Capitano della Marina insieme al suo assistente – un vivace romagnolo chela guerra ha staccato dalla giovane moglie – non sapendo dove cacciarsi continuano i loro sonni non certo placidi e ristoratori. A codesti due ufficiali si uniscono prima un Cappellano anziano della Marina e poi un ufficiale del Commissariato, dalle idee rivoluzionarie e ardite.  Una tavola di nove persone, di nove temperamenti opposti l’uno all’altro, dove era facile sceverare il calmo dall’esaurito nervoso, il collerico dal  remissivo, il paziente dal ribelle; rappresentava, nelle ore di riunione, un caldaia in perenne pressione.

I discorsi naturalmente vertevano sulla guerra, sulla politica, sull’isola. Certo tutti erano scontenti. L’abbandono di Pantelleria al suo destino, la assenza della Marina e dell’Aviazione dell’Asse in una battaglia decisiva non solo per Pantelleria ma per l’Italia insulare e continentale, la disorganizzazione dei comandi e dei servizi, avevano esasperato tutti. Si ripetevano guardando le fortezze volanti e i caccia americani – ogni quarto d’ora nel cielo dell’isola – una celebre frase del dittatore: – L’intervento americano quand’esso avvenisse, non sposterà i termini del problema. Accidenti! Non sposta i termini del problema, ma l’aria la sposta!  (segue)

Ottobre 2015

L’attacco a Pantelleria. Dal libro L’isola disperata di Enzo Girone. Il racconto del bombardamento dell’isola fatto da un ufficiale medico dell’esercito italiano presente e operativo nel piccolo ospedale militare di Kamma. Edito nel 1946 il libro contiene nomi palesemente di fantasia ma sono di personaggi reali modificati forse per evitare guai con la censura dati i tempi ancora caldi. A cura di Ferruccio Formentini

(segue) Le casette da requisire sono appollaiate là sotto  la kuddia del Cimitero e sono abitate da pochi civili, i quali resistono passivamente a tutti gli assalti di zio Lek. – Vi darò altre case vicine.. Quelle per esempio di Pizzasciutta – Suggerisce zio Lek. – Non è possibile abbiamo delle questioni di famiglia e… – Allora quelle di Pepè – Se non ha neanche la chiave….-

Dalle parole blande si passa facilmen

L’attacco a Pantelleria. Dal libro L’isola disperata di Enzo Girone. Il racconto del bombardamento dell’isola fatto da un ufficiale medico dell’esercito italiano presente e operativo nel piccolo ospedale militare di Kamma. Edito nel 1946 il libro contiene nomi palesemente di fantasia ma sono di personaggi reali modificati forse per evitare guai con la censura dati i tempi ancora caldi. A cura di Ferruccio Formentini

(segue) Tre mesi…. Si dorme poco, si lavoro da mattina a sera, si sta in continua tensione nervosa; chi la dura ancora tre mesi? Eppure bisogna andare avanti: – SU ragazzi … Vi darò delle licenze premio … Tu Ferlito, vai a comperare venti litri di vino. Coraggio! Un altro piccolo sforzo per oggi. Questi ragazzi sono meravigliosi, lavorano, sfidano il pericolo e nel cantiere ridono e scherzano …Oh, il buono e sano popolo italiano così disgraziatamente provato dal destino!

Una sera – fra una pausa e l’altra dell’avvicendarsi dei bombardieri nemici – si sente un rombo che non è il consueto. – Sono nostri, sono nostri! –

0Infatti 12 aerei S 82 (nella foto) si profilano sul mare scortati  dai Macchi 205. Fu una festa. I soldati battevano le mani, si elettrizzavano: – sono nostri, sono nostri! –  Forse nella loro sublime ingenuità  – pensavano o speravano che il cer5chio chiuso dell’isolamento veniva alfine infranto. Per settimane e settimane gli aerei italiani e tedeschi si erano eclissati dal cielo di Pantelleria e ciò aveva ferito il cuore del combattente. Tutti sanno che gioiello di apparecchio e, ad esempio, il Macchi 205, tutti sanno l’ardire  dei nostri piloti cacciatori. Perchè sono assenti nell’ora del pericolo? Perchè si permette che gli aviatori nemici scorazzino così impunemente a tutte le ore, sull’isola? Che forse in Italia non vi sono più apparecchi?  I soldato anche se ingenuo non vuole più soffermarsi  su questa ipotesi perchè sa per esperienza dei tre anni di guerra che i mezzi rappresentano la certezza della vittoria. Non basta il coraggio,  la volontà, il numero. Non vuole soffermarsi su codesta ipotesi perchè si chiederebbe subito: se non abbiamo i mezzi perchè continuare la guerra? Perchè ci siamo buttati nella fornace? Nessuno ci aveva provocati. Perchè farci bombardare le città, farci ammazzare le mamme, le mogli, i figli, farci distruggere i monumenti e le nostre opere d’arte?

Ecco perchè i soldati quella sera battevano freneticamente le mani: meglio tardi che mai pareva che dicessero i loro occhi lucenti di gioia.

E invece…

In fretta gli S 82 scaricarono dei barili d’acqua, presero a bordo dei civili che abbandonavano l’isola, gli ultimi avieri la cui presenza era ormai inutile all’aeroporto e via. A tempo  per scansare una ondata di bombardieri americani.

Oltre agli avieri sono partiti anche i tedeschi che avevano il servizio di radiolocalizzatori. Sembra strano che proprio quando servivano maggiormente codesti apparecchi avvistatori d’incursioni siano stati smontanti e portati via dal personale, via aerea, con la massima fretta. Previdenza? Sicurezza che ormai a Pantelleria tutto era perduto? Ma! Restano ancora pochi tedeschi mitraglieri. Vedremo cosa faranno in seguito.

1Una nave ospedale è arrivata ma i posti concessi sono pochi, sebbene l’ospedale di zio Lek abbiamo molto barellati e feriti gravi. Invece le infermiere di marina fanno la parte del leone e imbarcano anche quelli che hanno una vecchia paresi facciale.

Per fortuna ne arriva una seconda: a tempo! La seconda non arriva, perchè fermata dagli inglesi e sequestrata non avendo il tonnellaggio di prescrizione, come sancito dalla convenzione di Ginevra. Arriva però la motonave Virgilio (nella foto)e così zio Lek può decongestionare inviando verso il continente una settantina di militari.  I partenti sono commossi forse più di quelli che restano! Chissà domani! Alcuni di essi sono scontenti di lasciare i camerati allo sbaraglio. Le nubi su Pantelleria si sono trasformate in cirri e non presagiscono che tempesta. (segue)

 

Il conflitto si accentuava ogni volta che una bomba piova nelle vicinanze. Il terrore spingeva allora come mandrie spaurite, uomini, donne e bambini verso il budello. Un pigia pigia, un vociare, un gesticolio da determinare scompiglio, disordine, esagitazione. Ed in tutta questa bolgia autocarri e autoambulanze scaricavano nei pressi i feriti e i moribondi. Zio Lek accorreva seguito di Ciù, da Boggia e dal Cappellano cominciava per lui un altro martirio: amputare, resecare, aprire brecce nella carne già straziata. Nella sala di operazione si giungeva alla maggiore drammaticità quando gli apparecchi nemici rombavano – compatti – su Kamma. Eppure bisognava stringere i denti, imporre all’istinto -portato alla fuga – di tacere e inchiodati tutti li in quella stanza fra i vapori dell’etere dell’iodio, portare a termine le operazioni. Poi si ritornava sui cantieri a spronare gli esauribili, i nolenti, i fiacchi. Promesse, minacce, preghiere. Tutto il repertorio delle buone e delle cattive parole. Ma i soldati erano fatti di carne ed ossa: non erano bestie da soma. E nella calura delle ore meridiane, nella sesta del dopo rancio bisognava chiudere un occhio, magari tutti e due, perchè i ragazzi riposassero per prendere lena per quel lavoro massacrante.

Le pareti della “fossa dei leoni” tutte in cemento dello spessore di 80 cm. richiesero otto giorni di fatica. Ora si trattava di armare la volta. Questo doveva avere un primo strato di cemento, poi una camera scoppio di un metro di spessore e infine un’altra compatta soletta di cemento armato. Man mano che le fortezze volanti e i caccia bicode si susseguivano in un crescendo pauroso la febbere di finire la “fossa dei leoni” e lo scavo del budello diveniva ansia, spasimo. Ma no vi era altra 2salvezza. L’assedio poteva durare ancora del tempo. Dove ripararsi? Eppure all’aeroporto vi erano ancora capaci gallerie, dato che il personale (ufficiali ed avieri) veniva ogni giorno scaglionato in Italia, dato che gli apparecchi erano già partiti.  Perchè non dare alloggio all’Ospedale come si era  fatto  per la Marina che in fondo aveva pochi ricoverati rispetto ai tanti di Kamma? A Pian Ghirlanda vi erano delle caverne : sissignore, servivano come depositi di munizioni. Ma dato che queste erano di continuo smistate alle batterie, si poteva concedere all’Ospedale una di dette caverne.

Zio Lek aveva tra l’altro, chiesto all’Ammiragliato la requisizione di alcune casette site vicino al ricovero; poca cosa, poche stanze. Ma sarebbero servite moltissimo ora. Le pratiche, al solito, andavano per le lunghe, cosicché i feriti si trovavano sempre ad alcune centinai di metri lontani dal ricovero. Anche il materiale di costruzione scarseggiava. I “buoni” dovevano sempre essere vistati dal Comando genio che si trasferiva di qua e di là ed era difficile rintracciarlo, non parliamo dei telefoni che non funzionavano. Insomma tutto andava a rotoli tra le piogge di bombe.

Zio Lek scrisse e il Generale gli rispose:

“Caro Dottore, ho appreso con rammarico delle particolare situazione in cui siete venuto a trovarVi Voi e il vostro Ospedale ed ho esaminato attentamente la soluzione del non facile problema che mi avete proposto. All’aeroporto non è possibile in alcun modo sistemare l’Ospedale in quanto nelle gallerie delle infermerie della R. Marina e della R. Aeronautica non vi è più alcun posto disponibile e di tutte le altre opere è già stata predispsosto il brillamento in caso d’attacco.  A Pian Ghirlanda come ben sapete si trova il deposito di munizioni della R. Marina. Se la località è stata finora risparmiata dagli attacchi aerei , non si può ritenere che possa andare sempre immune dai bombardamenti, specie quando per le esigenze belliche si dovrà effettuare il trasporto di munizioni. Vi faccio noto poi che le gallerie sono interamente occupate dalle munizioni stesse. Rimane quindi la prima soluzione: precisate la quantità del materiale occorrente per la vostra galleria e mi interesserò perchè i lavori procedano con la maggiore celerità possibile. Per le case da requisire è già in corso la pratica; ad ogni modo in caso di urgente necessità dovuta ad esigenze di carattere operatorio, Voi potreste senz’altro occuparle.

Con i più cari saluti     26-5-1943     

Ha ragione il Generale. Le opere dell’aeroporto sono minate. Giusto: necessità di guerra. (segue)

Settembre 2015

te a quelle dure. A zio Lek tocca – prima di occuparle  – sentirsi vomitare addosso le ingiurie più grossolane. Non importa. Anche tutto questo da mettere nel sacco.

Nella casette vengono alloggiati subito i feriti  più gravi. La montagna li difende, il budello e vicinissimo e così “la fossa dei leoni”.  Gli ufficiali tirano un grosso sospiro di sollievo.

Verso la sera cominciano le dolenti note.  Di giorno sembra che le incursioni non facciano tanto sto1paura; si vede la direzione degli apparecchi, se ne riesce quasi a studiare l’azione, insomma ci si sente più relativamente sicuri. Ma la notte è un’altra cosa. I ricognitori americani girano in permanenza sull’isola, provvisti di bombe e di spezzoni, che regolarmente lasciano cadere ogni tanto. Il tenente Barbetta, anche lui ligio all’ospedale e attaccato alla sua sorte, che è rientrato – si capisce perchè ha voluto rientrare, a differenza di quelli che hanno approfittato della confusione per non farlo -ha definito questo ricognitore a permanenza: l’ape che ronza.

Qualche sera entrano in azione le batterie antinavali: incrociatori o navi di linea che si avvicinano all’isola  forse per dosarne le capacità difensive e offensive. E allora ai cupi scoppi dei proiettili in arrivo si aggiungono, quelli laceranti, in partenza. Nel buoi della notte (i bengala lanciati  di frequente determinano maggiore emozione) tutti questi scoppi, queste detonazioni delle quali si ignora la provenienza creano il panico. Hai voglia sio lek, Boggia, Ciù, Barbetta, il Capellano a fare la voce grossa, a mettere sentinelle armate, a minacciare chissà quali provvedimenti; la folla anonima  e oscura piovuta da località vicine e lontane si precipita verso il budello e vi fa ressa, implora, supplica, piange. Dentro l’aria è graveolente di afrori umani, di bruciaticcio, di cibi indigesti. Fra la minaccia esterna della morte e le esalazioni pestifere dell’interno si preferiscono queste. Qualcuno si sente male, sviene, qualche altro non riesce a respirare e si precipita fuori.  Eppure bisogna mettere ordine; il senso umano pesa ugualmente sui due piatti della bilancia. – Daremo dei posti, ma solo al vecchi, ai bambini e alle donne. – Presto fatto . Alcuni talloncini regolarmente timbrati, sono distribuiti ai civili. Il primo posto in galleria spetta ai barellati, ai feriti, al personale sanitario. Boggia scherza: – Avanti signori… posti a sedere. Secondi posti a destra…  –

Ma all’atto pratico invece di trenta affluiscono più di cento persone. Allora si impone un provvedimento draconiano. nessun civile o militare può entrare nel budello. Grida, imprecazioni, putiferio. Un tenente del Genio, che è venuto all’ospedale per farsi ricoverare guada i lavori e torce il muso: -Ahi, ahi, caro Capitano. Questi crepacci nella volta del rifugio non mi piacciono… SE scoppia una bomba davanti al ricovero si fa la morte del topi. Per far bene le cose bisogna garantire i fianchi e la volta con gittate di cemento. – E per questo quanto tempo occorre? – Si può calcolare tra mesi. – Tre mesi?  – Sicuro e finchè non c’è l’altro sbocco non mi ci fiderei a stare dentro. No, no! Preferisco all’aperto.

A zio lek cadono le braccia. Tre mesi… (segue)

Il conflitto si accentuava ogni volta che una bomba piova nelle vicinanze. Il terrore spingeva allora come mandrie spaurite, uomini, donne e bambini verso il budello. Un pigia pigia, un vociare, un gesticolio da determinare scompiglio, disordine, esagitazione. Ed in tutta questa bolgia autocarri e autoambulanze scaricavano nei pressi i feriti e i moribondi. Zio Lek accorreva seguito di Ciù, da Boggia e dal Cappellano cominciava per lui un altro martirio: amputare, resecare, aprire brecce nella carne già straziata. Nella sala di operazione si giungeva alla maggiore drammaticità quando gli apparecchi nemici rombavano – compatti – su Kamma. Eppure bisognava stringere i denti, imporre all’istinto -portato alla fuga – di tacere e inchiodati tutti li in quella stanza fra i vapori dell’etere dell’iodio, portare a termine le operazioni. Poi si ritornava sui cantieri a spronare gli esauribili, i nolenti, i fiacchi. Promesse, minacce, preghiere. Tutto il repertorio delle buone e delle cattive parole. Ma i soldati erano fatti di carne ed ossa: non erano bestie da soma. E nella calura delle ore meridiane, nella sesta del dopo rancio bisognava chiudere un occhio, magari tutti e due, perchè i ragazzi riposassero per prendere lena per quel lavoro massacrante.

Le pareti della “fossa dei leoni” tutte in cemento dello spessore di 80 cm. richiesero otto giorni di fatica. Ora si trattava di armare la volta. Questo doveva avere un primo strato di cemento, poi una camera scoppio di un metro di spessore e infine un’altra compatta soletta di cemento armato. Man mano che le fortezze volanti e i caccia bicode si susseguivano in un crescendo pauroso la febbere di finire la “fossa dei leoni” e lo scavo del budello diveniva ansia, spasimo. Ma no vi era altra sto2salvezza. L’assedio poteva durare ancora del tempo. Dove ripararsi? Eppure all’aeroporto vi erano ancora capaci gallerie, dato che il personale (ufficiali ed avieri) veniva ogni giorno scaglionato in Italia, dato che gli apparecchi erano già partiti.  Perchè non dare alloggio all’Ospedale come si era  fatto  per la Marina che in fondo aveva pochi ricoverati rispetto ai tanti di Kamma? A Pian Ghirlanda vi erano delle caverne : sissignore, servivano come depositi di munizioni. Ma dato che queste erano di continuo smistate alle batterie, si poteva concedere all’Ospedale una di dette caverne.

Zio Lek aveva tra l’altro, chiesto all’Ammiragliato la requisizione di alcune casette site vicino al ricovero; poca cosa, poche stanze. Ma sarebbero servite moltissimo ora. Le pratiche, al solito, andavano per le lunghe, cosicché i feriti si trovavano sempre ad alcune centinai di metri lontani dal ricovero. Anche il materiale di costruzione scarseggiava. I “buoni” dovevano sempre essere vistati dal Comando genio che si trasferiva di qua e di là ed era difficile rintracciarlo, non parliamo dei telefoni che non funzionavano. Insomma tutto andava a rotoli tra le piogge di bombe.

Zio Lek scrisse e il Generale gli rispose:

“Caro Dottore, ho appreso con rammarico delle particolare situazione in cui siete venuto a trovarVi Voi e il vostro Ospedale ed ho esaminato attentamente la soluzione del non facile problema che mi avete proposto. All’aeroporto non è possibile in alcun modo sistemare l’Ospedale in quanto nelle gallerie delle infermerie della R. Marina e della R. Aeronautica non vi è più alcun posto disponibile e di tutte le altre opere è già stata predispsosto il brillamento in caso d’attacco.  A Pian Ghirlanda come ben sapete si trova il deposito di munizioni della R. Marina. Se la località è stata finora risparmiata dagli attacchi aerei , non si può ritenere che possa andare sempre immune dai bombardamenti, specie quando per le esigenze belliche si dovrà effettuare il trasporto di munizioni. Vi faccio noto poi che le gallerie sono interamente occupate dalle munizioni stesse. Rimane quindi la prima soluzione: precisate la quantità del materiale occorrente per la vostra galleria e mi interesserò perchè i lavori procedano con la maggiore celerità possibile. Per le case da requisire è già in corso la pratica; ad ogni modo in caso di urgente necessità dovuta ad esigenze di carattere operatorio, Voi potreste senz’altro occuparle.

Con i più cari saluti     26-5-1943     

Ha ragione il Generale. Le opere dell’aeroporto sono minate. Giusto: necessità di guerra. (segue)

Agosto 2015

L’attacco a Pantelleria. Dal libro L’isola disperata di Enzo Girone. Il racconto del bombardamento dell’isola fatto da un ufficiale medico dell’esercito italiano presente e operativo nel piccolo ospedale militare di Kamma. Edito nel 1946 il libro contiene nomi palesemente di fantasia ma sono di personaggi reali modificati forse per evitare guai con la censura dati i tempi ancora caldi. A cura di Ferruccio Formentini

(segue) La guerra impone che la zona militare dell’aeroporto venga distrutta. Guai a farla cadere in mano al nemico che se ne può servire come offesa e ritorcere il danno contro di noi. Ma salteranno in seguito queste opere? Non avverrà che con tutte le precauzioni prese, con tutti gli ordini dati, con tutte le esclusione fatte, le opere restino intatte per il nemico? I fatti hanno dimostrato di si. Ma gli ordini sono ordini . E il rifiuto non vene da parte del generale e dal Comando dell’aeroporto, ma da parte dell’Ammiragliato. Dunque sotto a lavorare. Il materiale si trova a San Leonardo: una delle zone più battute dall’aviazione americana. Bisigna arrivarci. L’automezzo non c’è. Però ne hanno messo uno a disposizione: è quello dei carri armati e si trova con essi all’aeroporto. Bisogna andarlo a prendere.

Cinque o sei uomini ogni notte si avventurano a piedi verso Bukuram, distante da Kamma quasi 14 chilometri. Alle 5 del mattino, al primo albeggiare, l’automezzo parte da Bukuram, va a San Leonardo e fra il grandinare delle bombe i poveri ragazzi – sacchi di cemento sulle spalle -attraversano un lungo tratto scoperto per caricare il prezioso elemento. Questo servizio bisogna farlo ogni giorno perchè il quantitativo di cemento necessario per “la fossa dei leoni” e per il budello è enorme: qualche cosa come 50 quintali e l’autocarro non porta che una ventina di quintali per volta. Bisogna anche dire che i viaggi non vanno sempre lisci: all’altezza delle batterie disseminate fra San Leonardo e Kamma le bombe scoppiano a tutto andare: i soldati si buttano fra i muretti, fanno salti acrobatici dall’autocarro  e quando giungono alla base, un po’ pallidi, un po’ eccitati, sorridono: -Anche  oggi l’abbiamo scansata. –  Eroismo umile e meraviglioso del nostro combattente, ligio al dovere e all’ordine.

Perchè, santo Iddio, permetti tutto questo? Questi bravi figlioli hanno radicato profondo il senso del dovere, si farebbero sgozzare per obbedire  uesto esercizio bisogna Q

Qal proprio ufficiale. Non vi è stato per 35 giorni di bombardamento massivo un segno anche minimo di ribellione, di scoraggiamento di viltà.  Tutti al loro posto questi umili soldati misconosciuti. Forse (anzi senza forse) essi si rendono conto della situazione: se tutto fosse stato sistemato a suo tempo bene, l’isola avrebbe potuto sopportare altro che 20.000 tonnellate  di esplosivo come le ha sopportate. Avrebbe potuto dire sul serio al nemico, anche se con un apparato di forze aeree così straponderante: no, non si passa.  E finche la contraerea avesse reagito e le mitraglie, anche gli inglesi non avrebbero fatto lo sbarco. L’hanno detto subito.  E quando hanno visto la preparazione bellica dell’isola hanno riconosciuto di avere sopravalutata l’efficienza di Pantelleria. Infatti se fossero sbarcati lo stesso giorno del primo bombardamento…

Zio Lek si sente stringere il cuore ogni volta che deve dare l’ordine della comandata. E dire che tutti codesti rischi si potevano evitare, per Dio! Se l’avessero ascoltato i comandi a tempo debito! Ma i lavori bisogna terminarli a tutti i costi: se gli anglo-americani pigliano tempo egli fra pochi giorni avrà il budello con le sue due brave uscite , avrà il ricovero blindato dove potrà operare sicuro e proteggere gli operati dalle offese nemiche. Avanti dunque. La lotta è impari, ma gli uomini sono tutti tenaci, la volontà non abdica anche sotto i più micidiali bombardamenti. Gli animi sono tutti tesi, senza usare fasi fatte, alla meta. E’ una piccola meta, ma per questi soldati infermieri è tutto, fa parte della loro vita, della propria missione.

1Zio Lek ne interroga qualcuno così, con familiarità nelle rare pause di quiete dell’alba o del tramonto. – come va Pansini? – Bene signor Capitano.- IL soldato di Brescia, dallo sguardo mite ha moglie e figlio a casa. Ha fatto gli altri fronti, l’Albania ad esempio. E’ un timido, per la sua timidezza ha paura, orrore della guerra. Eppure egli non vuole far capire questo torturante stato d’angoscia che dura già da più di un mese. Cerca sorridere, ma l’abbozzo del sorriso non riesca a nascondere il velo di lacrime che gli urge gli occhi. – Bene signor Capitano. – Il rombo degli aerei nemici si avvicina. Il tramonto è tutto una gamma di violenti colori. Pansini non si muove. Non guarda neppure i compagni che si affrettano verso il ricovero. Ha detto: bene. Il suo dovere è adesso di no tremare, di avere lo sguardo sereno, di scordarsi anche dei suoi bambini lontani.

Zio Lek gli tende la mano in silenzio e gli dice: – Sei un buon soldato. Bravo Pansini- . (segue)

Il conflitto si accentuava ogni volta che una bomba piova nelle vicinanze. Il terrore spingeva allora come mandrie spaurite, uomini, donne e bambini verso il budello. Un pigia pigia, un vociare, un gesticolio da determinare scompiglio, disordine, esagitazione. Ed in tutta questa bolgia autocarri e autoambulanze scaricavano nei pressi i feriti e i moribondi. Zio Lek accorreva seguito di Ciù, da Boggia e dal Cappellano cominciava per lui un altro martirio: amputare, resecare, aprire brecce nella carne già straziata. Nella sala di operazione si giungeva alla maggiore drammaticità quando gli apparecchi nemici rombavano – compatti – su Kamma. Eppure bisognava stringere i denti, imporre all’istinto -portato alla fuga – di tacere e inchiodati tutti li in quella stanza fra i vapori dell’etere dell’iodio, portare a termine le operazioni. Poi si ritornava sui cantieri a spronare gli esauribili, i nolenti, i fiacchi. Promesse, minacce, preghiere. Tutto il repertorio delle buone e delle cattive parole. Ma i soldati erano fatti di carne ed ossa: non erano bestie da soma. E nella calura delle ore meridiane, nella sesta del dopo rancio bisognava chiudere un occhio, magari tutti e due, perchè i ragazzi riposassero per prendere lena per quel lavoro massacrante.

Le pareti della “fossa dei leoni” tutte in cemento dello spessore di 80 cm. richiesero otto giorni di fatica. Ora si trattava di armare la volta. Questo doveva avere un primo strato di cemento, poi una camera scoppio di un metro di spessore e infine un’altra compatta soletta di cemento armato. Man mano che le fortezze volanti e i caccia bicode si susseguivano in un crescendo pauroso la febbere di finire la “fossa dei leoni” e lo scavo del budello diveniva ansia, spasimo. Ma no vi era altra salvezza. L’assedio poteva durare ancora del tempo. Dove ripararsi? Eppure all’aeroporto vi erano ancora capaci gallerie, dato 2che il personale (ufficiali ed avieri) veniva ogni giorno scaglionato in Italia, dato che gli apparecchi erano già partiti.  Perchè non dare alloggio all’Ospedale come si era  fatto  per la Marina che in fondo aveva pochi ricoverati rispetto ai tanti di Kamma? A Pian Ghirlanda vi erano delle caverne : sissignore, servivano come depositi di munizioni. Ma dato che queste erano di continuo smistate alle batterie, si poteva concedere all’Ospedale una di dette caverne.

Zio Lek aveva tra l’altro, chiesto all’Ammiragliato la requisizione di alcune casette site vicino al ricovero; poca cosa, poche stanze. Ma sarebbero servite moltissimo ora. Le pratiche, al solito, andavano per le lunghe, cosicché i feriti si trovavano sempre ad alcune centinai di metri lontani dal ricovero. Anche il materiale di costruzione scarseggiava. I “buoni” dovevano sempre essere vistati dal Comando genio che si trasferiva di qua e di là ed era difficile rintracciarlo, non parliamo dei telefoni che non funzionavano. Insomma tutto andava a rotoli tra le piogge di bombe.

Zio Lek scrisse e il Generale gli rispose:

“Caro Dottore, ho appreso con rammarico delle particolare situazione in cui siete venuto a trovarVi Voi e il vostro Ospedale ed ho esaminato attentamente la soluzione del non facile problema che mi avete proposto. All’aeroporto non è possibile in alcun modo sistemare l’Ospedale in quanto nelle gallerie delle infermerie della R. Marina e della R. Aeronautica non vi è più alcun posto disponibile e di tutte le altre opere è già stata predispsosto il brillamento in caso d’attacco.  A Pian Ghirlanda come ben sapete si trova il deposito di munizioni della R. Marina. Se la località è stata finora risparmiata dagli attacchi aerei , non si può ritenere che possa andare sempre immune dai bombardamenti, specie quando per le esigenze belliche si dovrà effettuare il trasporto di munizioni. Vi faccio noto poi che le gallerie sono interamente occupate dalle munizioni stesse. Rimane quindi la prima soluzione: precisate la quantità del materiale occorrente per la vostra galleria e mi interesserò perchè i lavori procedano con la maggiore celerità possibile. Per le case da requisire è già in corso la pratica; ad ogni modo in caso di urgente necessità dovuta ad esigenze di carattere operatorio, Voi potreste senz’altro occuparle.

Con i più cari saluti     26-5-1943     

Ha ragione il Generale. Le opere dell’aeroporto sono minate. Giusto: necessità di guerra. (segue)

Luglio 2015

L’attacco a Pantelleria. Dal libro L’isola disperata di Enzo Girone. Il racconto del bombardamento dell’isola fatto da un ufficiale medico dell’esercito italiano presente e operativo nel piccolo ospedale militare di Kamma. Edito nel 1946 il libro contiene nomi palesemente di fantasia ma sono di personaggi reali modificati forse per evitare guai con la censura dati i tempi ancora caldi. A cura di Ferruccio Formentini

(segue) Il conflitto si accentuava ogni volta che una bomba piova nelle vicinanze. Il terrore spingeva allora come mandrie spaurite, uomini, donne e bambini verso il budello. Un pigia pigia, un vociare, un gesticolio da determinare scompiglio, disordine, esagitazione. Ed in tutta questa bolgia autocarri e autoambulanze scaricavano nei pressi i feriti e i moribondi. Zio Lek accorreva seguito di Ciù, da Boggia e dal Cappellano cominciava per lui un altro martirio: amputare, resecare, aprire brecce nella carne già straziata. Nella sala di operazione si giungeva alla maggiore drammaticità quando gli apparecchi nemici rombavano – compatti – su Kamma. Eppure bisognava stringere i denti, imporre all’istinto -portato alla fuga – di tacere e inchiodati tutti li in quella stanza fra i vapori dell’etere dell’iodio, portare a termine le operazioni. Poi si ritornava sui cantieri a spronare gli esauribili, i nolenti, i fiacchi. Promesse, minacce, preghiere. Tutto il repertorio delle buone e delle cattive parole. Ma i soldati erano fatti di carne ed ossa: non erano bestie da soma. E nella calura delle ore meridiane, nella sesta del dopo rancio bisognava chiudere un occhio, magari tutti e due, perchè i ragazzi riposassero per prendere lena per quel lavoro massacrante.

Le pareti della “fossa dei leoni” tutte in cemento dello spessore di 80 cm. richiesero otto giorni di fatica. Ora si trattava di armare la volta. Questo doveva avere un primo strato di cemento, poi una camera scoppio di un metro di spessore e infine un’altra compatta soletta di cemento armato. Man mano che le fortezze volanti e i caccia bicode si susseguivano in un crescendo pauroso la febbere di finire la “fossa dei leoni” e lo scavo del budello diveniva ansia, spasimo. Ma no vi era altra 2salvezza. L’assedio poteva durare ancora del tempo. Dove ripararsi? Eppure all’aeroporto vi erano ancora capaci gallerie, dato che il personale (ufficiali ed avieri) veniva ogni giorno scaglionato in Italia, dato che gli apparecchi erano già partiti.  Perchè non dare alloggio all’Ospedale come si era  fatto  per la Marina che in fondo aveva pochi ricoverati rispetto ai tanti di Kamma? A Pian Ghirlanda vi erano delle caverne : sissignore, servivano come depositi di munizioni. Ma dato che queste erano di continuo smistate alle batterie, si poteva concedere all’Ospedale una di dette caverne.

Zio Lek aveva tra l’altro, chiesto all’Ammiragliato la requisizione di alcune casette site vicino al ricovero; poca cosa, poche stanze. Ma sarebbero servite moltissimo ora. Le pratiche, al solito, andavano per le lunghe, cosicché i feriti si trovavano sempre ad alcune centinai di metri lontani dal ricovero. Anche il materiale di costruzione scarseggiava. I “buoni” dovevano sempre essere vistati dal Comando genio che si trasferiva di qua e di là ed era difficile rintracciarlo, non parliamo dei telefoni che non funzionavano. Insomma tutto andava a rotoli tra le piogge di bombe.

Zio Lek scrisse e il Generale gli rispose:

“Caro Dottore, ho appreso con rammarico delle particolare situazione in cui siete venuto a trovarVi Voi e il vostro Ospedale ed ho esaminato attentamente la soluzione del non facile problema che mi avete proposto. All’aeroporto non è possibile in alcun modo sistemare l’Ospedale in quanto nelle gallerie delle infermerie della R. Marina e della R. Aeronautica non vi è più alcun posto disponibile e di tutte le altre opere è già stata predispsosto il brillamento in caso d’attacco.  A Pian Ghirlanda come ben sapete si trova il deposito di munizioni della R. Marina. Se la località è stata finora risparmiata dagli attacchi aerei , non si può ritenere che possa andare sempre immune dai bombardamenti, specie quando per le esigenze belliche si dovrà effettuare il trasporto di munizioni. Vi faccio noto poi che le gallerie sono interamente occupate dalle munizioni stesse. Rimane quindi la prima soluzione: precisate la quantità del materiale occorrente per la vostra galleria e mi interesserò perchè i lavori procedano con la maggiore celerità possibile. Per le case da requisire è già in corso la pratica; ad ogni modo in caso di urgente necessità dovuta ad esigenze di carattere operatorio, Voi potreste senz’altro occuparle.

Con i più cari saluti     26-5-1943     

Ha ragione il Generale. Le opere dell’aeroporto sono minate. Giusto: necessità di guerra. (segue)

Giugno 2015

L’attacco a Pantelleria. Dal libro L’isola disperata di Enzo Girone. Il racconto del bombardamento dell’isola fatto da un ufficiale medico dell’esercito italiano presente e operativo nel piccolo ospedale militare di Kamma. Edito nel 1946 il libro contiene nomi palesemente di fantasia ma sono di personaggi reali modificati forse per evitare guai con la censura dati i tempi ancora caldi. A cura di Ferruccio Formentini

…Intanto la defezione dal teatro delle operazioni di Pantelleria da parte della Marina e della Aeronautica  italiana si era cronicizzata. I piloti nemici potevano venire indisturbati notte e giorno, in qualsiasi ora sena tema di incontrare un caccia sul cielo dell’isola. I sommergibili potevano accostarsi senza paura a Pantelleria: non avrebbero trovato  non dico un mas, ma neanche una barchetta capace di tirare, a dir molto, una schioppettata.  Vuoto, vuoto. Ebbene l’isola sembrava che si dovesse difendere da sola. Doveva in altri termini essere una nuova Giarabub nel Mediterraneo.

Una serie di bombe sganciate nella prossimità della mensa ospedale, una sera, insegnò che ormai stare allo scoperto era un pericolo che non avrebbe avuto nessuna utilità se non ai fini del servizio. Che fare? Il rifugio era ancora agli inizi. E per operare occorreva una sede protetta. Le cose assurde della guerra! Dicono che la necessità aguzzi l’ingegno. Ed ecco che vediamo zio Lek ed i suoi ufficiali improvvisati ingegneri: – Se scavassimo un fosso lungo 8 metri e largo 4 e vi costruissimo dentro un solido ricovero di cemento?  Gli ufficiali non esitarono un attimo. Zio Lek chiamò a raccolta i più validi suoi ragazzi, quei pochi genieri accordati finalmente dal Comando, e giù a scavare. Per fortuna si trovò sabbia e non roccia, come si prevedeva. La costruenda camera blindata venne subito battezzata “la fossa dei leoni” ed era dislocata vicini al ricovero.

Tutti ragazzi lavoravano animosamente. Ma vi erano gli attacchi aerei. Dapprima l’annunzio del allarme veniva dato da un colpo di cannone. Poi, vista l’inutilità, si soppresse anche questo segnale, ma gli orecchi si erano così bene educati che non so correva pericolo di farsi sorprendere dalle fortezze volanti o dai caccia. Ed allora era un fuggi fuggi generale.  Molti, come gli struzzi, cacciavano la testa sotto un masso, moltissimi si rannicchiavano contro un muro o contro un albero, altri rimanevano fermi, intontiti dagli scoppi e dai clamori della contraerea. Codeste incursioni rallentavano l’efficienza del lavoro che solo per un miracolo di volontà progrediva giorno per giorno. Nella galleria, purtroppo stretta e angusta, entrava poca gente e bisognava di continuo lavorarci. Tutta la popolazione civile di Kamma  in quello stretto buco che aveva, se non altro, la parvenza di sicurezza: tra gli scoppi, le detonazioni, i boati tra le colonne di fumo e di fuoco anche quel budello dai massi pericolanti e dall’aria irrespirabile era l’ancora a cui tutti disperatamente si attaccavano.

Ogni giorni si guadagnava un metro di profondità e si era calcolato che per avere una seconda uscita occorressero almeno 22 metri di scavo: un’impresa improba se si pensa che il lavoro veniva interrotto un mucchio di volte, che la popolazione tendeva ad accamparsi in permanenza nel rifugio, che i feriti leggeri e i malati non obbligati al letto sostavano notte e giorno la dentro, che tutti i militari della zona, militi,  marinai, infermieri della vicina infermeria della Marina vi accorrevano come mosche. Zio Lek era disperato: impedire a quella gente di ripararsi dalle incursioni era una cosa inumana; permetterlo era congestionare tanto il rifugio da porre in pericolo la sanità fisica di 2molti. Poi sull’entrata del ricovero vi era la tabella della Croce Rossa. Si poteva impunemente permettere che gli armati vi si rifugiassero?  Ma dinanzi alla paura non viera ragionamento che tenesse. Era inutile sgolarsi:

– Badate il ricovero non è sicuro! E pericoloso nelle volte e nelle pareti. Si deve lavorare sgombrate-

Macchè! Con gli occhi allucinati la folla spingeva disordinatamente, caparbiamente dentro. C’era da far cadere le bracci alo stesso Giobbe.  Fra gli assidui vi era una donnetta, gravemente malata di cuore. – Avete bisogno di ossigeno e qui dentro vi accorcerete la vita -. La donnetta dura come un sasso, non mollava il suo angolino. Dopo tre giorni di quella vitaccia il buon Dio se la chiamò a sè. Ma anche questo esempio non valse a far cambiare parere  agli estranei del ricovero….. (segue)

Maggio 2015

L’attacco a Pantelleria. Dal libro L’isola disperata di Enzo Girone. Il racconto del bombardamento dell’isola fatto da un ufficiale medico dell’esercito italiano presente e operativo nel piccolo ospedale militare di Kamma. Edito nel 1946 il libro contiene nomi palesemente di fantasia ma sono di personaggi reali modificati forse per evitare guai con la censura dati i tempi ancora caldi. A cura di Ferruccio Formentini

…. Il Generale sorrise, gli batté cordialmente la mano sulla spalla: – Lei mi toglie una grossa spina dal cuore , dottore. Ora ci intenderemo meglio. Ho creduto poco alle insinuazioni di qualche malevolo. a il sospetto a volte è più tenace di quel che si possa credere…

Si sedette accanto a lui familiarmente:  – Dunque… per intenderci … la fuga degli ufficiali è una cosa vergognosa… Gli ammalati si curino qui. Soltanto i feriti gravi verranno trasportati altrove. Si regoli al riguardo. E per i lavori…le do carta bianca.. prelevi. – E i buoni? – Senza buoni. faccia il mio nome se crede. Non sono questi i momenti delle indecisioni. Le manderò anche qualchc Ufficiale del Genio per darle consigli tecnici.. – Va bene.

Si guardarono con simpatia. Zio Lek chiese: – E la situazione? – Precaria caro dottore. Troppo tardi sono giunto per poter mettere un riparo alle cose. Il problema dell’acqua ci assilla. Un pozzo è già distrutto. Le riserve locali sono scarse. La popolazione terrorizzata dalla grandine delle bombe, si cacci dovunque fra i soldati, impacciandone i movimenti e creando il panico. I telefoni funzionano poco e male. Aggiustare le linee scoperte è un problema sotto cotesti continui attacchi aerei. Le strade si riparano alla bell’e meglio. Gli automezzi scarseggiano. Chiediamo tutto con la massima urgenza. Fra l’altro abbiamo chiesto un distillatore  nuovo che ci trasformi l’acqua del mare in acqua potabile.  Ebbene lo zatterone che ha portato il prezioso carico non ha potuto sbarcarlo perchè mancano a Scauri le opere portuali e quelle di Pantelleria sono in frantumi –

. – E allora?   – Allora lo zatterone si è riportato il dissalatore il Sicilia  – E non si poteva prevedere una tale necessità? – A chi lo dice? I comandi precedenti hanno dormito da perfetti ghiri. Fin che è venuta la sveglia. Difetteranno un giorno i proiettili per la contraerea, i viveri, se gli attacchi alle poche motozattere si intensificheranno. Mancheranno i pezzi di ricambio ai cannoni … alle mitragliatrici.

1– Arrivano altri aerei vuoti,   non potrebbero portare almeno materiale di medicazione, qualche strumento chirurgico che ho richiesto da tempo? – I comandi non sono collegati tra loro. Ognuno fa da sé ognuno pensa ai casi suoi. – Ma la guerra la facciamo assieme… – D’accordo. mi faccia tenere un elenco di quel che le occorre. – Sarà fatto. Ma mi scusi, signor Generale, perchè i nostri caccia sono tutti partiti e non si fanno vivi quando giungono gli anglo americani? – Mah! Mistero.

– Le navi nemiche si incominciamo ad accostare alla nostra isola- Non si hanno più in Italia mas, cacciatorpediniere, sommergibili? In che cosa consiste la difesa navale dell’isola? E dire che qui c’è una sede dell’Ammiragliato! – Mistero, varo dottore.

– Allora vuol dire che ci abbandonano al nostro destino…. – Non so cosa dire? L’Ammiraglio, a dir la verità, prospetta tutti i giorni la gravità della situazione. Naturalmente chiede Messina. Messina a sua volta a Roma. – E la risposta?

– Invariabilmente la stessa. Provvederemo. Ma credo, come ci hanno telegrafato che temono che noi si esageri la portata della situazione, che noi si drammatizzi insomma. E intanto la difesa dell’isola è affidata unicamente a quei quattro pezzi dislocati nell’isola. Quando saranno usurati….

-E non potevano mandare dei carri armati con cannoni e mitragliatrici pesanti?

– Quante cose potevano mandare nei tempi pesanti? – Rispose con amarezza il vecchio Ufficiale. – Ma qui si sono tutti cullati sulle rose. E noi piangiamo le conseguenze  della loro incuria, del loro ottimismo ad oltranza…-

Il Generale si alzò con fatica. Zio Lek pensò: – No, non è uomo sano. Eppure sa tacere. Resiste. Se tutti fossero come lui. – Verrò ancora a trovarla dottore, sono contento delle assicurazioni. E la ringrazio.

Aprile 2015

L’attacco a Pantelleria. Dal libro L’isola disperata di Enzo Girone. Il racconto del bombardamento dell’isola fatto da un ufficiale medico dell’esercito italiano presente e operativo nel piccolo ospedale militare di Kamma. Edito nel 1946 il libro contiene nomi palesemente di fantasia ma sono di personaggi reali modificati forse per evitare guai con la censura dati i tempi ancora caldi. A cura di Ferruccio Formentini

(n.di r.) la narrazione, in queste pagine che seguono, prosegue nel raccontare  non i combattimenti contro il nemico ma contro la burocrazia: come dire: ecco come perdemmo la guerra.

Questa lunga parentesi è servita per dimostrare l’impagabile organizzazione dei servizi trasporti per l’Isola. E come zio Lek tanti altri hanno trovato difficoltà enormi (ed erano i Comandi a creare tali difficoltà) per raggiungere l’unico fronte del Mediterraneo. Ci furono alcuni ufficiali e soldati che – stufi – se ne tornarono verso il continente: tanto nessuno badava a loro. Con codeste soste che si prolungavano talvolta mesi interi, i militari rientravano a Pantelleria esausti, laceri. A porto Empedocle a un soldato che chiedeva la sostituzione delle scarpe dalle suole letteralmente consumate, consumate – durante la sosta – per il lavoro di scarico al porto, un ufficiale rispose queste testuali parole: – Scarpe non te ne posso dare.  – Ma se i magazzini sono pieni! Non si possono toccare. Del resto che necessità di combattere? Tanto Pantelleria cadrà e voi tutti sarete fatti prigionieri.

Si può immaginare lo stato d’animo della truppa che rientrava a Pantelleria dopo aver sostato in questi famosi Comando di tappa: l’isola, nonostante i si dice, i pericoli addensatisi negli ultimi tempi era se non altro u sito dove si poteva respirare, dove ognuno riacquistava la propria personalità, dove spesso vi era lo sguardo amico del proprio comandante.

I primi tre giorni di bombardamento furono sufficienti a creare lo stato d’animo nuovo. La guerra dunque c’era a Pantelleria e minacciosa come non mai. Zio Lek era sulle spine. Tutti correvano ai ripari, tutti cercavano in un modo o nelle’altro di salvare almeno la ghirba. Infatti l’infermeria della Marina che si trovava in Pantelleria paese si trasferì all’aeroporto in solidissima sede protetta. Vi era inoltre un’altra infermeria della Marina a Kamma  (attrezzata alquanto bene e che mai aveva funzionato). In essa vi giunsero data l’emergenza, pochi feriti leggeri ed ammalati cronici. L’Ammiraglio con il Comando si cacciò in caverna e beato chi lo vide più. I comandi di battaglione cercarono affannosamente un ricovero. Al secondo battaglione, per esempio, vi fu una gare per creare un posto di Comando  fantasma. Il primo comandante, un Capitano effettivo, si diede ammalato ( solita storia: vecchie malattie tornate a galla per l’occasione, ma sufficiente motivo per tornare allontanarsi dall’isola prima della resa); il secondo un Maggiore spaurito e tremebondo, si diede anche lui malato. Fu ricoverato all’ospedale di Bukuram che frattanto si era trasferito a Scauri per ripararsi un po’ dalle bombe. Il terzo Comandante si affrettò a scavare dei trinceroni per i soldati (non avevano nulla , poveri ragazzi) e stabilì il comando da una casa all’altra fino a raggiungere una distanza iperbolica da battaglione. Il Generale tra un bombardamento e l’altro girava per i reparti. venne anche a Kamma e trovò zio Lek sorridente ma irritato: – Possibile mai che mi si debba ancora fare difficoltà con questa benedetta burocrazia? Ho bisogno di uomini, di materiali, di mezzi, per continuare i miei lavori… E la resistenza dei Comandi, è tenacemente tradizionalista.. O mancano le capsule, o gli automezzi, o la benzina.  Il Generale, senza altre parole, comprese che qualche cosa 1ancora turbava la serenità del chirurgo: -Ho bisogno di parlarle dottore. Dove si può andare. – Di qui. E gli indicò la strada verso la fureria.  Quel che premeva sul cuore di zio Lek a parlar schietto:  – Senta signor Generale. Qualcuno è venuto a dire all’Ammiraglio che io voglio andarmene. La bassezza di codesto mormoratore è inqualificabile. Io resterò nell’isola e sarò l’ultimo a partire. E ciò non lo dico per millanteria. Sono medico prima di essere ufficiale.

 

 

Marzo 2015

L’attacco a Pantelleria. Dal libro L’isola disperata di Enzo Girone. Il racconto del bombardamento dell’isola fatto da un ufficiale medico dell’esercito italiano presente e operativo nel piccolo ospedale militare di Kamma. Edito nel 1946 il libro contiene nomi palesemente di fantasia ma sono di personaggi reali modificati forse per evitare guai con la censura dati i tempi ancora caldi. A cura di Ferruccio Formentini

(n.di r.) la narrazione, in queste pagine che seguono, prosegue nel raccontare  non i combattimenti contro il nemico ma contro la burocrazia: come dire: ecco come perdemmo la guerra.

(segue) Zio Lek fila, euforico anche lui in quel bel sole siciliano. Ahimè: il treno parte nel pomeriggio, ad Alcamo – diramazione dovrà attendere la coincidenza. Se tutto va bene per coprire circa un centinaio di kilometri impegnerà qualcosa come 12 ore. Pazienza. Basta giungere. Infatti giunge… alle tre di notte. Accipicchia! C’è una salitaccia per giungere al paese. Alberghi? Neanche da parlarne. I pochi viaggiatori  sparuti lo distolgono dall’idea di cercare un alloggio. E l’aeroporto dov’è? A 14 kilometri. La luna dall’alto sembra che irrida al nostro ometto che vuole a tutti i costi raggiungere il suo posto di dovere.

Zio Lek cerca alloggio al Comando di tappa. Lo trova. Vi è un sottotenente anziano che gli butta subito delle frasi che somigliano a spruzzi d’acqua gelata: – Pantelleria? E non è già caduta? Ah no? Avevo sentito dire… Ad ogni modo dal nostro aeroporto non partono aerei per l’isola. Forse qualche isolato, ad ogni morte di vescovo. Perchè non va a Palermo?

– Se vengo da Palermo! – Senta dottore ci dorma su. Noi siamo organizzati. Le darò una stanza alle Terme. Per il vitto passi di qui. – Mi preme di partire…. – A partire c’è sempre tempo. Parlerò con il Maggiore comandante la tappa. Forse lui potrà darle dei ragguagli.

Alle tre di notte, contro la muraglia degli uomini e delle cose, non resta a zio Lek che andarsene a godere la camera. Dio mio, camera non è ma uno stanzino da  bagno delle famose terme. Una branda, delle lenzuola di dubbia nettezza, vetri rotti alla finestrelle e per corollario grosse cimici, avide di sangue…

Il maggiore comandante la tappa era piccolo, calvo e ottuso come un vecchio ufficiale di complemento sbalzato dal suo angolo di provincia e dal suo tavolo di impiegatuccio a 800 lire al mese ai fastigi del suo Comando. Ascoltò zio Lek e poi cin un arido sorriso di convenienza: – non ho nulla da fare per voi (era naturalmente ligio al voi).  Però potremo scrivere e attendere una risposta.  Volse lo sguardo altrove per far comprendere al medico  che aveva ben altre faccende da risolvere.  Zio Lek salutò militarmente l’omuncolo e se ne andò difilato all’aeroporto. Nulla.  Vi erano egli aerei per la Tunisia ma non per Pantelleria. A furia di pregare, di insistere ebbe una vaga promessa: – Ci informeremo.

La vita a Sciacca era monotona. Nell’unico caffè si avvicendavano grassi commercianti e donnine impellicciate della compagnia di varietà che imperava al teatro. I gagà del circolo, dei signori attillati e sbarbatissimi, le adocchiavano con noncuranza affettata. I pochi ristoranti erano sudici : servivano è vero , un vinetto piacevole al palato ed al cervello, ma delle pietanze in compenso dai sapore imprecisabili e nauseabondi. -Per 15 lire – diceva a bassa voce il classico cameriere, dai consueti piedi piatti e dalla giubba che forse era mai stata bianca. Tali parole invogliavano a spendere di più per non sorbirsi le rigovernature dei piatti altrui.

Zio Lek fremeva di impazienza. Chiedeva a destra, a sinistra. Una sera un tale gli annunziò: Gli aerei per Pantelleria partono da Castelvetrano. Ve n’è uno domattina. Partire. Ma non è facile. L’unico treno è fra un’ora ed egli ha il bagaglio all’areoporto. Se il maggiore fosse così gentile a dare un mezzo per ritirare almeno la valigia… il maggiore nicchia. Non può dare il mezzo, Zio Lek cerca di persuaderlo : – Veda di accontentarmi. Ho premura di partire, sono già in giro da 15 giorni… Tutto ciò incide sul servizio….

Il maggiore duro come un sasso, dice: – la benzina e così scarsa… Un caso del genere non miè mai capitato… Potrei telefonare, sentire il Comando. Zio Lek pensa alla benzina che consuma il Maggiore per farsi accompagnare in macchina all’ufficio, al ristorante, al cinematografo.

Conclusione: Zio lek va a piedi all’aeroporto sotto un sole che gli appiccica la divisa alla pelle. Si troverà un mezzo di fortuna!…  Ma la fortuna arride a zio Lek soltanto al ritorno, altrimenti gi sarebbe toccato fare altre 14 km , con l’aggravante della valigia.

Castelvetrano non offriva maggiori risorse di Sciacca: alberghi (per modo di dire) zeppi e 1maleodoranti, trattorie sudicia a prezzi altissimi, facchini introvabili. Anche qui un Comando  tappa che assegna luridissime camere  nelle quali sono allineati cinque o sei letti con lenzuola colorate che simulano lo sporco e la sudiceria degli insetti. Altra sosta obbligata di tre giorni, trascorsi nella noia più massacrante fra gli allarmi, visioni di pellicole usurate dal tempo e passeggiate fra mucchi di rifiuti e nuvoli di mosche.

Dopo 18 giorni di sosta in Sicilia  finalmente zio Lek  poté partire per Pantelleria…(segue)

Febbraio 2015

L’attacco a Pantelleria. Dal libro L’isola disperata di Enzo Girone. Il racconto del bombardamento dell’isola fatto da un ufficiale medico dell’esercito italiano presente e operativo nel piccolo ospedale militare di Kamma. Edito nel 1946 il libro contiene nomi palesemente di fantasia ma sono di personaggi reali modificati forse per evitare guai con la censura dati i tempi ancora caldi. A cura di Ferruccio Formentini

(n.di r.) In queste pagine che seguono si parla non di combattimenti contro il nemico ma contro la burocrazia: come dire: ecco come perdemmo la guerra.

(segue) Una delle tante ottusità da parte di chi deve presiedere al movimento dei militari  che molti ufficiali esclusi dagli apparecchi italiana si rivolgono agli aviatori tedeschi che senza tanti formalismi e senza bolli fan salire senz’altro i viaggiatori accontentandosi di un sorriso e di un ringraziamento. L’assurdo di cotesti nostri servizi (è proprio il caso parlarne ancora) motiva da disposizioni draconiani dato che è proibito agli appartenenti delle forze armate, esclusion fatta del personale di aviazione, di usufruire di aerei  e poi perchè è data alla sola discrezione del Comando aereonautico della Sicilia di concedere posti. Si era arrivati al punto che navi non partivano più dalla Sicilia per Pantelleria e codeste disposizioni draconiane rimanevano tutt’ora in efficienza. Si doveva forse venire a nuoto in prima linea?

1A tal proposito basta ricordare un episodio toccato a zio Lek.  Di ritorno da una licenza si presentò al comadno della difesa territoriale di Palermo e gli fu senz’altro accordato il nulla osta. Con il pezzodi carta in mano si presentò al comando di Presidio Aereonautico   dove imperava un tenente  – si capisce siciliano –  che faceva il buono e il cattivo tempo.

– Vedete capitano, non è tanto facile ad ottenere il posto. Tornate fra quattro o cinque giorni.

Dopo quattro o cinque giorni lo stesso tenente (quella mattina aveva i fumi) investe zio Lek: -Prima di voi ce n’è un mucchio. Ad ogni modo firmate il modulo, lasciate una tessera di riconoscimento e poi vedremo tra una settimana. Zio Lek firma , controfirma ed esce.  Un senso di scoramento lo assale , se si va di questo passo  egli corre il rischio di attendere inutilmente un mese a Palermo (che costa fra l’altro un occhio della testa) e si fa soffiare il posto sull’aereo da siciliani che sono tutti raccomandati di ferro, da coloro che riescono ad entrare nelle grazie di uno scritturale, previo qualche biglietto di banca sotto mano. Allora egli pensa di andare a Trapani (non vi è una camera neanche pagarla mille lire) in porto non vi sono partenze per Pantelleria se non in avvenire. La promessa è così vaga che zio Lek torna a Palermo e torna naturalmente alla carica. Nulla da fare: gli tocca attendere. Frattanto gli capita tra testa e collo è la frase anatomicamente perfette (una angina follicolare con febbre a 39.5.  Che fare? Strano che un medico si chieda cosa debba fare.  Andiamo all’ospedale. All’ospedale di via Calatafimi il medico di guardia constata la febbre, la presenza di placche sulle tonsille, lo stato di prostrazione generale, ma non può, dopo vari colloqui con l’infermo accettare l’infermo. Dio, mio perchè? Perchè manca la “bassa” di entrata in ospedale. Zio lek si ribella: – Con tutti codesti discorsi avete fatto sera. E’ suonato l’allarme Io non mi nuovo anche a rischio di stendermi davanti alla garitta di guardia.  Il colonnello direttore medico resiste con un’energia degna di miglior causa: se ne infischia che lo zio Lek abbia disdetto la camera d’albergo , se gli tocchi passare una notte su una panchina; se ne strainfischia insomma se il collega abbia la febbre, stia male. La”bassa” prima di ogni altro. Senz’altro. Senza “bassa”, l’ospedale, l’esercito, la nazione, l’Europa,  il mondo intero non possono camminare. Magnifica organizzazione burocratica, che in piena guerra da una prova stupenda  di resistenza a tutte  le logiche e a tutti gli eventi.

Zio Lek si ricorda allora del suo direttore di Sanità. Gli telefona, gli espone il caso. Costui chiama al microfono il direttore dell’ospedale.  L’autorità del Capo, induce quest’ultimo a migliori consigli. Zio Lek avrà un letto per la notte. In cinque giorni guarisce e appena può corre al Presidio Aereonautico. Il tenente quella mattina era di buon umore: lo accoglie infatti con un certo sorriso sostenuto e gli comunica: – Il capo di Stato maggiore vi ha concesso proprio oggi il nulla osta. Dovete però recarvi a Sciacca. (segue)

Gennaio 2015

L’attacco a Pantelleria. Dal libro L’isola disperata di Enzo Girone. Il racconto del bombardamento dell’isola fatto da un ufficiale medico dell’esercito italiano presente e operativo nel piccolo ospedale militare di Kamma. Edito nel 46’ il libro contiene nomi palesemente di fantasia ma sono di personaggi reali modificati forse per evitare guai con la censura dati i tempi ancora caldi. A cura di Ferruccio Formentini

 

……Ciù si mise subito in stato di allarme: Ora lasciarvi? solo? Ma è pazzesco pensarlo che io…

-Non godi licenza da settembre e…  Non gli diede tempo di finire.

– Non mi vorrete accumunare agli altri che si sono goduti il bel tempo finche ce ne stato a Pantelleria. Io non vi lascio.. e poi comincia purtroppo il nostro lavoro coi feriti. Come fareste da solo? Disertare in questo momento è vigliaccheria…

Il Cappellano anima schiatta aggiunse:

-Vada come vada io non lascio l’ospedale e voialtri. Partirò per la licenza quando partirà lei Capitano.

Boggia interloquì sorridendo.

-Quando partiremo capitano?

Zio Lek seriamente rispose .- Il primo luglio. D’accordo?

-D’accordo. Una battuta di silenzio.

-E dire che avevo promesso a mia moglie di passare qualche settimana con lei Riviera. Tutti possono andare e io no. Non perché mi senta indispensabile quale unico chirurgo dell’esercito, ma per principio. Ho stigmatizzato la fuga dei Capi e degli ufficiali, sebbene in apparenza sembra che io abbia favorita codesta fuga. Non sarebbe ridicolo che batta il tacco anch’io? Sarò l’ultimo a lasciare l’isola.

-E la licenza? Chiese Boggia ammiccando.

-O a quella non rinuncio. Ho detto che per il due luglio sarò in riviera e per il 2 luglio…

Un infermiere giunse trafelato

-Signor Capitano è giunta l’ambulanza. Vi sono dei feriti.

-Vengo subito. Andiamo ragazzi.

Il sorriso si spegne negli occhi dello zio Lek: -Vedete ora comincia a guerra.

La guerra a Pantelleria cominciò appunto l8 maggio del 1943. Gli apparecchi venivano a centinai sull’isola, perfetti nelle loro formazioni. Il capo squadriglia dava un segnale e dopo pochi attimi ecco, terrificante il boato di diverse bombe sganciate simultaneamente.

Fin dai primi giorni si delineò la gravità della situazione. I feriti arrivavano a zio Lek, dopo sei sette ore dal ferimento , dissanguati, agonizzanti. Le strade erano interrotte, le autoambulanze sgangherate (due per tutta la truppe!) avevano sempre un accidente al motore. I pronti soccorsi funzionavano male, dato che tutti si erano cacciati nei rifugi, ora si era iniziata la vita più zingaresca di questo mondo.

L’aeroporto – l’orgoglio di Pantelleria – lo stesso giorno l8 maggio, fu messo fuori uso: miracolo di volontà del Colonnello, comandante l’aeroporto, se si potè conservare efficiente una listarella di terra per l’atterraggio di qualche aereo.

Per i primi tre giorni i bombardieri si susseguirono ad ondate successive sull’isola: poi per alcuni giorni vi fu tregua. Ad onor del vero nei primi tre giorni non furono colpiti che obiettivi militari e la tregua di è tempo alla popolazione di Pantelleria di sloggiare dal paese e dagli agglomerati più importanti dell’isola. Questo fatti ha dato così pochi morti e così pochi feriti nonostante i gravissimi bombardamenti sostenuti. Se  gli anglo americani il primo giorno invece d’attaccare l’aeroporto avessero attaccato Pantelleria ed il suo porticciolo si sarebbero lamentai sei settemila morti  in meno di mezzora.

ImmagineIntanto l’assedio si stringeva sempre più attorno all’isola: giungeva si e no qualche motozattera, qualche aereo.

Ma perché questi aerei giungevano vuoti? Perché non portano nell’isola gli ufficiali, il materiale che sosta da mesi sulle banchine di Porto Empedocle, di Castelvetrano di Trapani? Mistero. Forse gli ufficiali appartengono all’esercito, alla milizia, al genio e l’aeronautica deve trasportare prima i suoi uomini, il suo materiale, le casse d’acqua minerale, i liquori,le donne dei postriboli e poi… se i nervi dell’ufficiale del presidio aeronautico di Palermo lo permettono, qualche ufficiale che fa da piantone agli uffici. Strana cosa dover supplicare per andare in zona di operazione! (segue)

 

n.r(La motozattera nata per le operazioni di sbarco pesava 240 tonnellate e aveva un fondo piatto. Con una velocità di crociera di 14 nodi e lunga 47m per 6,5 di larghezza imbarcava un equipaggio di 20 uomini)  

Dicembre 2014

L’attacco a Pantelleria. Dal libro L’isola disperata di Enzo Girone. Il racconto del bombardamento dell’isola fatto da un ufficiale medico dell’esercito italiano presente e operativo nel piccolo ospedale militare di Kamma. Edito nel 46’ il libro contiene nomi palesemente di fantasia ma sono di personaggi reali modificati forse per evitare guai con la censura dati i tempi ancora caldi. A cura di Ferruccio Formentini

 

L’attacco.

… Zio Lek – assistente Ciù narcotizzatore  Broggia – Quella mattina era già la settima operazione chirurgica quando un rombare potente di motori fece vibrare tutta l’aria.

– Che c’è di nuovo?

Un infermiere entrando annunziò:

-un mucchi di aeroplani

– Quanti?

-Ci siamo sforzati a contarli. Saranno quasi trecento.

1Un ingenuo interloquì:

-Saranno i nostri se la contraerea non spara.

Ciù commentò pronto:

-Centinaia di apparecchi nostri? Ho i miei dubbi.

Zio Lek diede gli ultimi punti al ventre del soldato e disse:

-Beh andiamo a vedere cosa ci ammanisce il buon Dio.

Le batterie presero a sparare  furiosamente. Cibele e Randazzo, su cucuzzoli della montagna, aprirono un fuoco intenso. Ad un tratto un enorme boato fece tremare le viscere dell’isola e nel pari tempo dietro  il costone della collina si vide una colonna di fumo.

-Hanno  sganciato a Pantelleria.

-Ma no! All’aeroporto.

Le fortezze volanti americane in formazione serrate si susseguivano l’una dietro l’altra. Le fusoliere brillavano come specchi nella luce del sole. La caccia al di sopra dei bombardieri si abbandonava alle più pazze acrobazie.

-Sganciano!

Questa parola che si dovrà ripetere nel corso di un mese migliaia di volte assunse subito il suo significato tragico. Ormai la zona dietro il crinale della Montagna Grande era una sola nuvola di fumo. Lingue di fuoco salivano disordinatamente verso il cielo; boati e schianti paurosi si susseguivano senza posa. I soldati dell’ospedale, gli stessi ufficiali col naso per aria guardavano la scena. Forse non si rendevano conto del pericolo imminente, forse l’inusitato spettacolo blandiva troppo la loro curiosità.

Qualcuno ammonì:

-Attenzione alle schegge della contraerea.

Tutti si sbandarono alla svelta.

Per tre quarti d’ora il carosello sull’isola dei bombardieri si svolse ininterrottamente fra gli spari assordanti delle batterie. Diciannove apparecchi nemici abbattuti . Poi tutto tacque e una calma sinistra si stabilì. Che cosa sarà avvenuto a Bukuram, al paese a Pozzolana a San Leonardo?

Ciù era ritornato al lavoro impassibile. La sua fermezza d’animo indusse anche gli infermieri a non muoversi dalla sala operatoria. Boggia imperterrito continuò per un pezzo a somministrare etere. Zio Lek corse al capezzale di una sua operata addominale, pavida e tremebonda, per infonderle coraggio e per evitare che per qualche brusco movimento non saltassero i punti della ferita operatoria.

Gli ufficiali si trovarono a mensa e si sorrisero come di consueto. Ormai erano ridotti a ben pochi. Barbetta il tenente comasco era in licenza, e forse non sarebbe ritornato mai più, il Farmacista non aveva saputo resistere alla tentazione di scappare della’isola (e zio Lek aveva saputo resistere alla tentazione di trattenerlo), l’altro tenente medico  Matera, esaltatore ad oltranza di Pitigrilli e della pastasciutta se ne era andato fin dal febbraio con moglie e bagagli. Erano rimasti in quattro: Zio Lek, Ciù, Boggia e il cappellano.

Come al solito tra una frase di spirito a l’altra cominciarono a mangiare.

-Sentite- disse zio Lek che non ne poteva più – temo che con oggi cominci la solfa. La Tunisia è caduta. Noi siamo ormai in prima linea.

-Ebbene? Chiese Ciù.

– Ebbene … se qualcuno di voi … abbiamo dato tante licenze  di convalescenza che sarebbe strano non poterne usufruire almeno di una noi. Quindi se volete godere di un riposo… (segue)

 

Novembre 2014

STORIA

1756 La vita nell’isola di Pantelleria descritta da un illustre confinato. In un libricino edito nel 1958 da Leo S. Olschki Editore – Firenze, Luigi Dal Pane ci trasmette il documento estratto dall’Archivio Storico Italiano “Una memoria sulla Pantelleria di Carlo Antonio Broggia” economista napoletano confinato a Pantelleria nel 1756 per otto mesi. Trentottesima e ultima puntata. Di Ferruccio Formentini

Capitolo quindicesimo

 

La provvista di polvere (da sparo) con errore quanto al sito collocata nel castello della Pantellaria, è cagione di tremendo pericolo sempre imminente, di potere quel piccolo castello e città andare tutti in ruina ed eccidio. Si propone il facile espediente, per evitarsi un tale e tanto pericolo.

 

Il piccolo castello di Pantellaria è di forma quadrata: l’angolo che dalla parte di terra guarda ponente consiste in una torre quadrata, che s’erge in alto ed in aria quasi al doppio di tutta l’altezza del castello. Ora la parte di questa torre ch’è circondata dall’aria, quivi sta per appunto riposta tutta la polvere per la provvista del castello e delle milizie, che potrà montare a 120 cantara. Né questa polvere si può situare più abbasso, per non esservi luogo.

Ora è cosa certa , che o si tratti di fulmini che già vengono dal cielo, o dal fuoco de’ nemici, quanto più le fabbriche sono in alto, ed a vista, più sono esposte al pericolo e danno si dell’uno  che dall’altro effetto. Una sola cannonata venisse da mare, e dando in questa torre, che essendo la più alta dell’altre fabbriche, e anche la più esposta, sarebbe anche capace a motivo del muro d’essa, che non è già de più forti, ed è opera de’ saraceni, fatta pria che s’introducesse l’uso e’ cannoni, di penetrare nella polvere, e fare andare in ruina ed eccidio quanto c’è in quel piccolo castello, città e borghi che vi sono come attaccati.

1E per motivo de’ fulmini non è più in là del principio dell’anno passato 1756. Uno d’essi diede per appunto in questa torre vi rompe un po’ di muro.  Entrò e tanto si avvicinò alla porta della polvere, che vi ruppe un po’ di pilastro; e dopo aver girato qua e là intorno ad essa, e sino al basso, miracolosamente sene passò.  Può considerarsi lo sbalordimento di tutti quelli che erano dentro il castello, e tutti gli abitanti al di fuori dall’intendere e sentire scherzi tremendi di quel fulmine, il solo ricordarsene sarà sempre per quella città il più alto soggetto d’orrore e di sgomento.

Il governatore tosto ne diede parte alla Corte, proponendo e facendo istanza; che fuori del castello ed insufficiente distanza si fabbricasse un luogo, in cui si dovesse e potesse trasportare e conservare polvere. E si mandarono eziandio i disegni della fabbrica e nota delle spese che si avevano a fare per questo uopo. Ma non si badò, né si fa tuttora badare, che questo era un ripiego  che non si poteva, né doveva eseguire, come infatti non si eseguì. Un castello di frontiera vicino a Nazioni sempre nemiche dee anche sempre aver dentro se stesso il suo deposito d’una materia, che in guerra è in oggi la più necessaria per l’offesa, e la difesa.

Quel che si aveva da proponere, e che il mio corto giudizio ora propone si è che nel medesimo castello si facesse un magazzino sotterraneo   più profondo che fosse possibile, e talmente fabbricato (il che all’arte non è difficile cosa) che anche dell’umido fosse difeso; ed in quel magazzino o sia fossa si facesse il deposito.

Voleva il povero governatore essere del tutto fuori di pericolo; e non considerava, che in questo mondo senza pericoli non si può vivere. Batte la cosa nel più e nel meno.  E quando per le cose  necessarie si procura il meno che si può, s’è fatto già tutto quello che per ogni prudenza si può, e si deve fare.

Dee dunque sollecitamente prevedersi che la povera Pantellaria sia fuori al più che si può  del timore e batticuore di questo cotanto maggiore ed evidente pericolo, cioè d’essere la polvere situata in aria ed in alto, ed esposta alle vicende del fuoco non solo del cielo ma anche della terra, e non solo naturale, ma anche artificiale.

Ottobre 2014

1756 La vita nell’isola di Pantelleria descritta da un illustre confinato. In un libricino edito nel 1958 da Leo S. Olschki Editore – Firenze, Luigi Dal Pane ci trasmette il documento estratto dall’Archivio Storico Italiano “Una memoria sulla Pantelleria di Carlo Antonio Broggia” economista napoletano confinato a Pantelleria nel 1756 per otto mesi. Trentatresima  puntata. Di Ferruccio Formentini

Capitolo quattordicesimo

Quanto si egli utile e necessari, che nella Pantelleria sempre vi fussero due o tre tipi di legni della Nazione armati in corso per la difesa di quel mare, e di quanto risparmio sarebbero pel Re.

 

(segue) Dall’altra parte quando vi fussero legni armati de’ quali si parla, cioè una galeotta ed uno sciabecco, chi non vede, che allora la feluca andando di conserva, potrebbe a meraviglia servire; e servire non solo per esplorar corsari, ma per istringere alcuno loro legno sottile, che volesse scappare come sarebbero le scampavie? Serve un legno più agile e sottile non solo  per scansare una maggiore e grossa forza nemica, ma ancora per poter meglio stringere la minore, e cioè l’uguale, e trattenerla.

Ma se poi si dicesse che lo stabilimento di quei legni, ed il loro uso potrebbe forse imitare i barbareschi, per risolvere qualche invasione nell’isola; si rispenderebbe e confermerebbe  quello stesso che s’è detto al cap. II di questo trattato. Soggiungendo che i barbareschi non d’altri  avrebbero occasione d’imitarsi che di se stessi, come quegli che vanno ad inquietare l’altrui commercio,  e rubare in casa di coloro, che pur vorrebbero essere in pace, e religiosamente osservarla.

Si risponderebbe che le Reggenze d’Africa non mai si metterebbero in questo impegno, che oltre il causargli imbarazzi assai pericolosi, non potrebbero riuscire. Gli soli maltesi sarebbero capaci di frastornargli l’impresa, e questa non potendosi fare con pochi legni di corso, ma con una squadra  di qualche conto, e questa non potendosi allestire così subito da lievi marittime potenza non buone ad altro che rubare; se ne saprebbero non per una ma per più vie il loro destino, per poter mandare soccorso nell’isola.

1Si risponderebbe che quantunque i barbareschi avessero a fare eziandio con un Re dell’isola Siciliana , non mai avrebbero  né virtù , ne forza bastevole per poter eseguire.

Si risponderebbe che una sola sarebbe la reggenza e questa la più prossima, in cui si avrebbe a supponere, e non mai a ponere una si fatta idea, tanto meno riuscibele ad essa, perché l’altra mai e poi mai vi si unirebbero, per non essere simili gli interessi.  E finalmente si risponderebbe, che la porta Ottomana non solo non vi darebbe mai il suo permesso, ma gli sarebbe contraria per tale faccenda, e quindi non mai si metterebbero i barbari ad eseguirla.

Sarebbe poi bella che uno Stato, un Principe, una Potenza  dovesse avere le mani legate per rispetto dei barbari nemici, che per motivo di guerra di Stato, e specialmente marittimo, quale sarebbe quella d’attaccare la nostra Italia non vagliono un frullo. Ed ad altro  non sono buoni contro gli Europei, che a far i ladroni, sempre con timore e pericolo di pagarne maledettamente il fio, se vi son colti.

Ad ogni modo però e solo per abbondare nel genio di moderazione che si dee ostentare eziandio a barberi, vorrei si d’essere ordini, che i legni armati della nostra isola non mai toccassero i mari di Barberia, ne ivi inquietassero il commercio de’ barberi; ma solo scorressero né già divisati mari fra isola e la costiera del mezzogiorno in Sicilia, per tenerli netti da corsari da corsari ed attaccarli ovunque li trovassero.

 

Settembre 2014

Storia

1756 La vita nell’isola di Pantelleria descritta da un illustre confinato.  A cura di Ferruccio Formentini

In un libricino edito nel 1958 da Leo S. Olschki Editore – Firenze, Luigi Dal Pane ci trasmette il documento estratto dall’Archivio Storico Italiano “Una memoria sulla Pantelleria di Carlo Antonio Broggia”economista napoletano confinato a Pantelleria nel 1756 per otto mesi.  Di seguito riportiamo il testo integrale avvertendo il lettore che per renderlo più agevole ad una scorrevole lettura abbiamo adattato ad un italiano più moderno brevi tratti del testo originale, scritto nell’italiano dell’epoca e non sempre di facile comprensione.

(trentaduesima puntata)

Palermo agosto 1757.

                                           Il ristoro  della Pantellaria

                                                  Capitolo tredicesimo

Argomento

Quanto sia utile e necessario, che nella Pantellaria sempre vi fussero duo o tre legni della Nazione armati in corso per difesa di quei mari, e di quanto risparmio ciò sarebbe pel Re.

(segue) S’è detto per quel tempo che escono ed hanno occasione d’uscire in mare;  imperocchè siccome i pantellareschi non hanno un solo esercizio. E quindi siccome chi è marinaro o artefice, o anche agricoltore del suo terreno; all’incontro siccome con tutto questo molto è il tempo che avanza, egli sarebbe per essi, e specialmente per la gioventù che avanza al popolo un mero dono del cielo quel poco di razione, che per servizio di simili legni si verrebbero a percepire. Con questo e con l’aiuto delle lor case, e con ciò che ad essi spettasse in far preda di corsari, si terrebbero da signori nella patria loro.  Invece di che sono costretti i giovani ad uscirne fino al numero di 50 ed anche 60 ogni anno, per non tornarvi mai più;  ed uscirne a dispetto di tutte le proibizioni, che l’esperienza fa vedere quanto sian vane e ridicole, perché contrarie a’ più intimi principi, della naturale e civile libertà. Né vi è altro mezzo ed altra legge di trattenere gli abitatori d’un paese, e anche d’aumentarli, se non ciò  che dipende  dalla cura più esatta e verace di togliere l’estremo servire  di chi ubbidisce, e l’stremo signoreggiare de’ ministri, e molto più de’ baroni, quando si tratta di feudo, e dipende da quella d’aprire  più vie, affinchè ognuno trovi facili strade da potersi applicare ed in terra ed in mare, e quindi vivere e ben vivere.

Io vorrei, che questi tre legno consistessero in uno sciabello, in una galeotta, ed in una scappavia o sia filuca. E quest’ultima già vi è, per essersi ultimamente rimessa e ristabilita. La quale soltanto pel sistema di cui qui  si tratta, potrebb’essere di frutto, e servire molto. Perché per altro col presente sistema, per quanto si sia rappresentato in contrario affatto non serve; e riesce una spesa del tutto inutile.  Fu mosso il Governo a rimetterla coll’occasione di quel padrone di barca che andò a prender lingua per la squadra maltese, di cui superiormente si è parlato. Ora cosa è certa, che siccome in quell’occasione anche v’erano simili barche, e sempre ve ne saranno de’ paesani; così se in quella occasione avesse voluto il governatore e in tutte le altre che bisognasse, servirsi di tali barche, ed eziandio per mandar dispacci, mai e poi mai ne mancherebbero, come di fatto in quell’occasione non mancarono, ed a chiunque avesse ordinato al medesimo governatore, di andare a prendere lingua ( per comprendere chi fossero, amici o nemici naviganti che si avvicinavano all’isola era indispensabile avvicinarsi per comprendere in che lingua parlassero), ognuno sarebbe stato pronto e si sarebbe recato a grande onore  d’ubbidire e d’eseguire.  Oltre di  che l’occasione d’andare un’altra volta  ad esplorare una squadra che si sospetta d’essere barbaresca, non credo che si darà mai, e se si darà mai, sarà cosa del tutto raro. Perché per altro le occasioni di squadre cristiane , francesi, ed inglesi che si veggono tuttodì dalla Pantellaria niun motivo han dato alla regia filuca di adoperarsi per andare ad esplorare. Né l’ha data, né la darà mai quella di qualche galeotta  o scappavia barbaresca, che sovente si vede girare per quelle altura; poiché non solo a niente giova un tale esplora mento per non esservi altri legni armati, che vadino ad attaccare, ma sarebbe lo stesso che  che esporre la medesima ad esser fatta preda de’ barbari. Dunque questa filuca che servirà, o a che è servito sino ad ora?  Per andare una volta in Palermo  ad assentarsi nel Real patrimonio , o sia Camera, e stando in casa per menare a spasso il Governatore in tempo d’està. (segue)

Agosto 2014

1756 La vita nell’isola di Pantelleria descritta da un illustre confinato.

A cura di Ferruccio Formentini

In un libricino edito nel 1958 da Leo S. Olschki Editore – Firenze, Luigi Dal Pane ci trasmette il documento estratto dall’Archivio Storico Italiano “Una memoria sulla Pantelleria di Carlo Antonio Broggia”economista napoletano confinato a Pantelleria nel 1756 per otto mesi. 

Di seguito riportiamo il testo integrale avvertendo il lettore che per renderlo più agevole ad una scorrevole lettura abbiamo adattato ad un italiano più moderno brevi tratti del testo originale, scritto nell’italiano dell’epoca e non sempre di facile comprensione.

(trentunesima puntata)

Palermo agosto 1757.

                                           Il ristoro  della Pantellaria

                                                   Capitolo tredicesimo

Argomento

Quanto sia utile e necessario, che nella Pantellaria sempre vi fussero duo o tre legni della Nazione armati in corso per difesa di quei mari, e di quanto risparmio ciò sarebbe pel Re.

 

La prima visita de’ barbareschi, e specialmente de’ tripolini allorchè escono i corso è quella del mare e passaggio all’altura di Pantelleria; e quindi di tutta la costiera siciliana, che guarda il mezzogiorno hanno essi per un buon mese tutto l’agio  di far del male a guisa de’ sorci, ove non sia un qualche gatto. I regi legni armati in guerra vengono sempre da Napoli , né può sortire altrimenti quando in quel grande passaggio hanno già i pirati avuto tempo di fare le loro faccende con grave travaglio di quella importantissima navigazione. Mormorano i siciliani che sino a vista di Palermo vengano senza timore i corsari, per non esservi chi gli tenga lontani e non gli faccia caro costare il loro ardire.

Anche poi in tempo d’inverno non mancano delle galeotte o scampavie che per via della vicina Africa, e quando corre buon tempo in quel passaggio a vista della Pantellaria. Vanno esse rigogliose e sicure  senza che da’ pantellareschi se le possa ar altro che darle il buon viaggio, ed anche il buon pro, se fan delle prede,  come di leggieri succede, per non esservi chi guardi il mare. Or non sarebbe cosa di grandissimo beneficio e utilità, che in un sito cotanto a proposito e vantaggioso qual è quello della Pantellaria, vi si tenesse per tutto il corso dell’anno due o tre legni armati in guerra delle medesima Nazione, affinchè in ogni tempo,  d quando meno il mare è guardato dagli altri, uscissero o l’aver sentore,  o al veder di qualche corsaro? Ed uscissero senza scostarsi dal mare assegnato? Tanto basterebbe per potersi aver sempre ed in ogni stagione  netto un passaggio di tanta importanza, qual è il già divisato.

Si contribuirebbe a rendere frequentata la nostra isola da legni esteri, che sicuri vi verrebbero per quel che riguarda il timore de’ corsari; e la medesima rispettiva costiera della Sicilia sarebbe anch’essa più frequentata di quello è presentemente.

Armati poi e guarniti questi legni dalla medesima Nazione Pantellaresca, è cosa certa, che si vedrebbero prodigi di valore. Si darebbe principio a rendere quest’isola un seminario d’uomini di mare, che in guerra presterebbero allo Stato i più importanti servigi e contribuirebbero  a’ gloriosi disegni del Monarca. Imperochè non sarà mai cosa superflua il ripetere di quanto giudizio e valore siano i pantellareschi nelle cose marittimi e quanto onorata riuscita farebbero, se fossero promossi  e specialmente nel modo, di cui sopra si aggita. Accorrerebbero al servizio di questi legni, ben tosto coloro che servono i maltesi, che o per comandare o per ubbidire han sempre dato, e danno pieno saggio d’un giudizio, e d’un valore, e d’una onoratezza che veramente sorprende.

La spesa poi che dal Governo per mantenimento di questi legni si farebbe tutto che sempre lesti, appena importerebbe la metà di ciò che monta quella che si farebbe e si fa in Napoli per consimili legni. Una semplice ragione data a cadauno che escono ed hanno occasione d’uscire in mare, ed è una mezza paga data a’ capi per sempre, sarebbe quasi tutta la spesa che s’avrebbe a fare, per mettere questi legni; e sarebbe tale mercede riputata da’ pantellareschi  a guisa d’un tesoro.

 

Luglio 2014

1756 La vita nell’isola di Pantelleria descritta da un illustre confinato.

A cura di Ferruccio Formentini

In un libricino edito nel 1958 da Leo S. Olschki Editore – Firenze, Luigi Dal Pane ci trasmette il documento estratto dall’Archivio Storico Italiano “Una memoria sulla Pantelleria di Carlo Antonio Broggia”economista napoletano confinato a Pantelleria nel 1756 per otto mesi. 

Di seguito riportiamo il testo integrale avvertendo il lettore che per renderlo più agevole ad una scorrevole lettura abbiamo adattato ad un italiano più moderno brevi tratti del testo originale, scritto nell’italiano dell’epoca e non sempre di facile comprensione.

(trentesima puntata)

Palermo agosto 1757.

                                           Il ristoro  della Pantellaria

                                                   Capitolo tredicesimo

Argomento

Ponderazioni necessarie intorno alla Relegazione e specialmente a quelle di Pantellaria.

 

….(segue) Il perché dovrebbero queste non intendersi che per soli debbiti di Stato ed effettuarsi per un qualche castello spazioso, ove vi fossero de buoni quartieri a questo intesi; o per una fabbrica a tale oggetto destinata, come i francesi l’hanno saggiamente stabilita con ciò che si chiama la Bastiglia, secondo s’è già detto: assegnate le camere e i quartieri secondo la qualità delle persone e colle necessarie comodità, in maniera che ognuno abbia il suo agio, e non abbia occasione, di patire. Dovendo bastare per pena la privazione della libertà; ed ogni altro che vi si aggiunge sarà sempre un far contro la carità. E come per l’appunto succede nell’infernal castello di Pantellaria. La piazza del quale non consiste in altro che in uno come sarebbe cortile di sei passi, e di larghezza in cui all’intorno sono le stanze o sian i quartieri de’ miseri rilegati, li quali ricevano il lume ingrediente della stesa porta  nel medesimo tetro cortile, e potrà dirsi, altrettante stalle e cantinelle. E simili a  queste  sono quelle che stanno non più di 14 palmi  al di sopra  destinate  per quelli che si chiamano gentiluomini. E via da due che sono passibili rispetto alle altre non le meriterebbero per pena e per abitazione nemmeno i birbanti. Ven’è taluna che per l’oscurità e mancanza di ventilazione e per la ristrettezza d’otto palmi in largo e 12 in lungo può dirsi carcere per criminale ed anzi sepoltura. I ministri che no sanno queste cose allorchè sparano le sentenze di si fatte pene; dovrebbero pur saperle, e sapendole dovrebbero piuttosto essi andarvi invece de’ delinquenti, per un provare essi un poco quanto ingiustamente si patisce; dico ingiustamente perché non è mica intenzion della legge, né del legislatore sul soggetto di rilegazione, che s’abbia a soffrire peggio che il carcere de’ più criminali e più penosi.

ImmagineMa per tutto il resto che per altri delitti che non sono di Stato suol rilegarsi, è da badarsi che questi o son gravi in maniera che meriterebbero pena di morte, ma per qualche circostanza, e per uso introdotto, come in Sicilia è solito, che siano rilegati in vita, questi fargli sgombrare dallo Stato con pena di vita irremissibile, se vi ritornano: o non sono tanto gravi  onde la pena è a tempo, ed in questo caso valersi de’ presidi e de’ castelli, ma il meglio io reputo sarà sempre quello di stabilirsi all’uso di Francia una fabbrica ampia e comoda a tal uopo intesa, la quale potrebbe anche servire come luogo separato pe’ delinquenti anche di Stato. Né dee mai permettersi, che gente rea di gravi delitti privati, e per conseguenza ordinariamente d’andare, vivere e praticare liberamente nella città d’un isola , non potendo ameno che eziandio a motivo dell’ozio non abbia a riuscire d’incomodo travaglio, e eziandio corruttela, com’è sortito in Pantellaria.

E circa coloro che si vorrebbero sgombrati fuori di Stato, è da riflettersi che sarà sempre buona politica quella che tende per mezzo degli esili dati per pena ad annettersi lo Stato da tutto ciò che l’ammorba, e se qui si volesse mettere innanzi il riguardosi perdere sudditi, come con gli esili suole succedere, avrebbe a riflettere meglio essere non avere sudditi, che avergli pessimi. Son dessi onde e fra l’altre cose si causa che non s’accresca, ed anzi scema il numero de’ buoni. E qui gli è da badarsi, questo essere il sistema, e queste le massime, che no pochi savi Principi e Repubbliche usano per conto degli esili.

Ma se per conto della Pantellaria si dicesse che le rilegazioni sono intese non solamente a ripopolarla, ma eziandio a causarvi del consumo per i diari che in frumento manda il Governo di Sicilia a loro riguardo ivi risponderebbe, non essere mai questo il mezzo, né di arricchire, né di popolare la Pantellaria. Facendo vedere che la medesima sempre povera, misere ed infelice sarà, come è stata fino ad ora, se per popolarla e ristorarla ad altro non si sa pensare che a mandarvi i rilegati.  (Un discorso piuttosto contorto che tuttavia spiega quanto l’invio sull’isola di relegati sia dannoso non solo  per gli stessi relegati ma anche per i panteschi)

GIUGNO 2014

1756 La vita nell’isola di Pantelleria descritta da un illustre confinato.

A cura di Ferruccio Formentini

In un libricino edito nel 1958 da Leo S. Olschki Editore – Firenze, Luigi Dal Pane ci trasmette il documento estratto dall’Archivio Storico Italiano “Una memoria sulla Pantelleria di Carlo Antonio Broggia”economista napoletano confinato a Pantelleria nel 1756 per otto mesi. 

Di seguito riportiamo il testo integrale avvertendo il lettore che per renderlo più agevole ad una scorrevole lettura abbiamo adattato ad un italiano più moderno brevi tratti del testo originale, scritto nell’italiano dell’epoca e non sempre di facile comprensione.

(ventinovesima puntata)

Palermo agosto 1757.

                                           Il ristoro  della Pantellaria

                                                   Capitolo tredicesimo

Argomento

Ponderazioni necessarie intorno alla Relegazione e specialmente a quelle di Pantellaria.

 

1….(segue) Altro non si è fatto ch’inquietare i luoghi, ove sono mandati (i relegati), e corrompere i costumi de’ rispettivi abitatori. Stando poi così abbandonati in un’isola senza commercio si  tarda corrispondenza, lontani dalla loro patria da’ parenti, dagli amici, che infine sarebbe poco se si scordassero di loro, e se non arrivassero a desiderare, ed anche a procurare che mai più vedessero luce di libertà, gli mancano quegli aiuti civili ed economici pubblici e privati, che un giorno o l’altro pur troverebbero, se la pena fosse eseguita nella medesima patria, o poco lungi da essa, o con carceri, o con presidj della medesima città, o soprattutto con una fabrica a quest’uso addetta, come maggiormente a fatto la Francia  con ciò che si chiama la Bastiglia. Nulla si dice per quanto grave sia l’inconvenienza di accumunare i sacerdoti o siano ecclesiastici co’ laici, onde non vengono per tutti e due i versi gravissimi scandali, scordandosi i primi di ciò che sono, e si secondi trattarli da quel che sono. Tale rilegazione poi nemmeno si sono paste  a profitto dello Stato e del commercio. Almeno su di questo punto molto bene l’ha inteso la Spagna. Destina assai rilegati in qualche piazza più esposta delle frontiere, quasi sempre in guerra, come sarebbe Orano per servire nelle truppe, e nelle azioni più arrischiate con promessa che portandosi bene e da prodi, e eziandio in una sola fazione, siano tosto aggraziati della libertà, che può sortire anche fra pochi giri di sole; onde sparge il sangue, ed espone di buona voglia la vita per la fede e per lo Stato; scanza con facilità la dannazione dell’anima, per non aver occasione di darsi alla disperazione. La quale non sarà superfluo il ripetere,  che col tenuto sistema delle Due Sicilie, e specialmente di questa trattandosi di un’isola (Pantellaria), che la poco riflessione rende si remota, si scordata e si priva di commercio com’è la nostra, non  si può capire abbastanza, se non da chi ocularmente la vede e riflette con giusto criterio, quanto si grande ed a tutti i rilegati quasi comune, ed eziandio a quelli che non sono in vita.

E ciò che dovrebbe fare maggior soggetto d’orrore, è che poco sa vedersi da quei Capi che s’appagano dalle sole affettate apparenze di pietà e di religione, si è la più affettata, grossolana e ridicola ipocrisia.

Le proprie orecchie di chi scrive hanno più volte inteso intuonarsi in confidenza che bastasse frequentare ed affettare tutti i segni ed atti di devozione in chiesa e fuori chiesa, per potersi poi fare impunemente tutto quello che si volesse. Peggiori dunque divengono i rilegati con si fatte rilegazioni e pene. (Segue)

Maggio 2014

1756 La vita nell’isola di Pantelleria descritta da un illustre confinato.

A cura di Ferruccio Formentini

In un libricino edito nel 1958 da Leo S. Olschki Editore – Firenze, Luigi Dal Pane ci trasmette il documento estratto dall’Archivio Storico Italiano “Una memoria sulla Pantelleria di Carlo Antonio Broggia”economista napoletano confinato a Pantelleria nel 1756 per otto mesi. 

Di seguito riportiamo il testo integrale avvertendo il lettore che per renderlo più agevole ad una scorrevole lettura abbiamo adattato ad un italiano più moderno brevi tratti del testo originale, scritto nell’italiano dell’epoca e non sempre di facile comprensione.

(ventottosima puntata)

Palermo agosto 1757.

                                           Il ristoro  della Pantellaria

                                                   Capitolo tredicesimo

Argomento

Ponderazioni necessarie intorno alla Relegazione e specialmente a quelle di Pantellaria.

Essendo i Romani quasi del mondo conosciuto, si prefiggevano per certi appropriati delitti di Stato la Relegazione e non gli esilj; e quando le prime si volevano più rigorose, si decretavano per qualch’isola.

Sarebbe l’esilio stato una cosa  delle più crudeli , perché avrebbe obbligato i condannati cittadini a sortir fuori del dominio,  o sia Imperio per un viaggio estremamente lungo, e per andare a vivere per paesi remotissimi della Terra e barbari ancora.

Avevano anche in mira di non perdere i cittadini qualunque rei, affinchè non con facilità potessero rimpatriare, allorchè fossero aggraziati; e per cittadini già si sa che pria del dominio d’un solo si considerava e si intendeva di meri ed essenziali membri della Repubblica, vale a dire che partecipavano della padronanza; di che mentre erano rilegati, diventavano privi del tutto e fin tanto che non erano reintegrati. Per tutte queste savie considerazioni  si volevano le rilegazioni e non gli eslj, e se le prime si chiamavano talvolta esilj, ciò si intendeva ab Urbe ; perché il reo cittadino, poteva in tal caso, andare il qualunque altra parte dell’imperio che li fusse a grado, ed anche nella sua villa.

1Ma alcuni legislatori che son venuti da poi, e trattandosi di governo, non già repubblicano ma monarchico, e di più con tenuo imperio rispetto a quel de’ Romani, non solo per delitti di Stato, ma eziandio per ogni altra reità, delle rilegazioni in insulam si sono serviti, non hanno veduto alle cause particolari, ed alle circostanze di governo e d’imperio che militavano nel caso de’ Romani diverse dalle loro.

Bello si è il vedere, e specialmente in Sicilia anche delitti i più enormi che si meriterebbero cento morti ed in persone d’ogni condizione, quasi ad altro non servire che pel suggetto della rilegazione ed persino i vescovi per non avere il fastidio, e per non sentire la spesa di tenere nelle loro carceri ecclesiastici delinquenti, teli piantano nella Pantellaria, o a qualche isola adiacente. Un esempio fra gli altri vi corre in questo proposito a muovere la risa, non meno che lo sdegno e la compassione.

Eravi un prete uomo per altro di buona indole  e di tratti assai civili, cortesi e sinceri. Il suo positivo delitto onde alla Pantellaria è stata rilegato fu ch’essendo egli il poveretto stato colto in casa d’una donna sospetta, e mentre il forte bussar alla porta confuso si vestiva in fretta per essere in letto, invece di mettersi la sua camicia, si mise quella della donna; onde manifestamente convinto, invece di essere corretto con carità, ed anche con segretamente trattandosi di un difetto di mera fragilità, fu senza processo mandato alla Pantellaria dal rispettivo suo vescovo.

Quivi sono già sei anni che vi pena,; e per non aver nessuno che lo aiuti  non trova la via d’uscirne. Fra l’altre cose essendo egli l’erede della roba paterna a lui non spettante, dopo la già seguita dotazione d’una sua sorella;  e questa roba che non è poca essendo in potere del cognato, tutto inteso a godersela, ed a godersi eziandio i frutti del sacro suo patrimonio, un tal cognato punto non cura di soccorrerlo, e gli nega eziandio quel poco che d’accordo s’è precisamente per lettera obbligato. Di più fa di tutto , affinchè il povero prete non ottenga, e gli venga al maggior segno difficoltata la sua l

I commenti sono chiusi.